Il paradigma del Konjunktiv II.
Paradigma di una Me che ogni tanto sbatte contro un muro e non ne esce più, affogando sul posto.
Un passo dopo l’altro sto inciampando nelle peggiori sfaccettature di me, inesorabile. C’è un che di sottilmente angosciante nel rivedere i sintomi di un malore esistenziale pop-uppare a cadenza regolare, a mo’ di memento mori.
L’ultimo è stato il riapparire di un nervosismo fisico, voglia di esplodere fisicamente contro qualcosa. Il che mi infastidisce. Volevo galleggiare nella mia atarassia fino alla deriva, ma il mio corpo non concorda e deve manifestare. Deve rompere i coglioni rendendo la mia condizione palesemente instabile, come modo di farmi muovere il culo e risolverla.
Non posso andare alla deriva quietamente…? Dissolvermi in silenzio, senza neanche rendermene conto…? No, devo cominciare ad avere paura di me stessa. È terribile sapere di soffrire, nei momenti negativi, di una stramba cosa che ti toglie ogni autorità sul tuo corpo. In alcuni momenti desidererei qualche cucchiaio da minestra di lexotan per rendermi placida come un leone sedato, ma assumere qualsiasi forma di stupefacente – legale e non – in condizioni quali le mie attuali, senza alcuna voglia di compartecipare all’effetto con un lavorio su se stessi, sarebbe lesivo e basta. E mi scivolerebbe il timone dalle mani.
Capi, scrivendo di un suo personaggio cresciuto a psicofarmaci, parla di un vetro tra la persona e il mondo circostante. Quello c’è già. A volte premo il viso contro e guardo al di là con curiosità, a volte con nostalgia, a volte con malinconia, a volte senza nulla se non il sentire il vetro freddo sulle guance infiammate.
E m’informo con ozio su organizzazioni per volontariato all’estero, e Capi mi dice di avvisarla nel caso partissi, e le dico che non sono una persona su cui contare se si necessita di essere tenuti aggiornati su me, faccia come fossi morta a priori che fa prima, e penso a Capi come paradigma di una persona con cui avere un legame e che ti sta vicino e le stai vicino e… Tutte quelle cose che guardo oltre il vetro, pellicola di un film, di cosa che osservi all’esterno ma non all’interno di te, sai che esiste e provare nostalgia è provare Sehnsucht, ed è nostalgia di un passato mai avuto.
Mi piace Capi, come persona, ma non arrivo neanche a spiacermi del fatto che sia fidanzata. Rimarrebbe monogama. Sono troppo stanca per dispiacermi. Da qualche parte nel tempo passato mi sono rotta le palle di sperare un prossimo non monogamo quando trovo il prossimo piacevole. La logica mi dice che il mio attuale ruolo di amica particolare non esce dai binari dei miei principi nei rapporti, che anzi li riconferma ogni qual volta qualcuno mi ringrazia di essere ciò che sono e di esserci, e la logica dice anche che non necessito di scopare una persona per confermarmi il legame, ma quando una persona mi nega il suo organo sessuale in nome di una monogamia percepisco la differenza tra me e quella persona, ed è quella a rattristarmi, a farmi sentire un po’ più sola. Sola non per mancanza di persone, ma di attitudine. La solitudine di una persona in una moltitudine di cui non conosce la lingua.
Parlo per dieci minuti con un tipo delle condizioni di una comune amica, e mi dice che vorrebbe avere un’amica come me; una persona mi ringrazia, mi ringrazia e mi ringrazia per quello che sto facendo per lei e per la sua condizione; un’altra stupisce ringraziandomi per la disponibilità ad aiutarla in minori faccende; passa una quarta e stupisce; la quinta ringrazia; la sesta stupisce e ringrazia e loda; la settima loda e stupisce; l’ottava ringrazia stupita; e possano morire tutti.
Vorrei sentirmi infelice come si sente tipicamente infelice la persona sempre disponibile che lamenta una mancanza di interesse nelle persone nei suoi confronti; non è questo il caso; la mia risposta all’interesse nei miei confronti è “fa come se fossi già morta”, e non è un’uscita figlia di una pessima autostima, non è questo il caso; non so neanche io, forse, qual è il caso. Non è il caso, diceva Mater quando da piccola commettevo infrazioni. No punizioni, no urla, no imposta autorità, ma: Non è il caso.

Hannes mi scrive via mail:
“Mi farebbe piacere vederti.”
Mi farebbe piacere vederti e un punto prima di proseguire. Apprezzo ciò. Un tale diretto modo di esprimersi richiede un certo coraggio, e sorrido a quel coraggio che ormai (ha 61 anni) deve essere non coraggio ma attitudine. (Il mio ego dà per scontato abbastanza piacere altrui nel vedermi da non sorridere più nel constatarlo.)
Domani, a Milano, nuova casa di Hannes. Amavo la precedente, chissà com’è questa. Mi vuole regalare un libro tedesco in tedesco, gli voglio portare le Le lettere postume pubblicate in vita di Musil perché – oltre al piacere di donare libri che apprezzo – c’è il piacere di donare libri che apprezzo e che so verranno succhiati fino al midollo delle loro potenzialità.
Sessantuno anno. Sorrido stupita. Sorrido stupita al trovarmi sul suo port-folio, nuda, in posizione fetale. Posizione fetale. Passo al suo curriculum e scopro che se le è fatte tutte: Sarajevo nel ’94 (Sarajevo nel ’94), Cambogia, Vietnam, Tibet, Israele, Iran… Se le è fatte come se le fa un fotografo che ritrae Milano fotografando un party con ragazza nuda che balla su tavolo e uomini vestiti attorno che incitano. La scena la conoscete in un Requiem for a Dream. Solo che è a Milano. Milano che ha smesso di essere un succoso segreto da scoprire, per me, quando ho scoperto che era una faccenda semplice e ruotava attorno a tavoli con ragazze nude e specchietti impolverati di bianco. Era esattamente quello che cercavo, probabilmente. Il fatto che Hannes l’abbia fotografato lì e nel restante mondo me lo pone davanti come un uomo santificabile. Non so santificare né mettere persone su altarini, ma so provare grande stima. E probabilmente domani proverò soggezione, date le mie attuali condizioni. Soggezione. Parola ardua da applicare a me. L’ultima soggezione provata era con Maletta. I miei innocenti.

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