Apolide.

Diritto internazionale.
Capitolo sulle Nazioni Unite. Ogni volta che leggo United Nations mi viene in mente l’album dei Megadeth, United Abominations. Non smanio per questa organizzazione, al momento, ma dovrei approfondire.
Mi chiedo, dicendomi che per qualcosa dovrò pur smaniare, su cosa potrei incentrare una tesi di laurea. Fare Mediazione linguistica e culturale mi complica le cose, perché abbraccia l’immensità e oltre. Da questa immensità sottraggo la NSDAP, perché credo mi farei impiccare piuttosto che legarmi a quel periodo. Lasciamocelo come hobby. Mi ronza nelle orecchie la tesi di un’organizzazione internazionale contemporanea figlia di polveriere tedesche, più generico. Mi ronza nelle orecchie anche Israele, ma lascerei anche questo argomento di fianco alla NSDAP.
Dovrei cominciare a leggere qualche saggio più generico, e non legato a un’unica nazione/lingua. Sono generici quanto lo sono io, e questo significa staccarsi ancor più da terra, ma è quella la mia dimensione.
Mi chiedo, dicendomi che per qualcosa dovrò pur smaniare, se esista attualmente qualcosa per cui io possa smaniare. Condivido diversi principi della volontà di creare attori apolidi e sovra-nazionali, ma nella realtà dei fatti qualsiasi attore apolide è vassallo del concerto delle Nazioni potenti.
Mi chiedo, dicendomi che per qualcosa dovrò pur smaniare, se voglio farci una tesi (non funziono a comando: devo smaniare, per dare il sangue, e una tesi va fatta col sangue), se non sia il caso che ne proponga una, di tesi.
Non ho alcuna voglia di seguire il percorso battuto da gente come quella di cui sto leggendo saggi per linguistica inglese. Ruolo del mediatore linguistico-culturale e dove cazzo lo mettiamo? La prospettiva dell’interprete, per quanto culturale e ingerente sia, è di ingranaggio non partorente. C’è un che di triste nel leggere quei saggi sul ruolo dell’interprete, perché per quanto interessanti siano e per quanto entusiasmino me lettrice, sono le voci di persone che nel loro lavoro voce non possono avere e cercano di convincere il lettore dell’importanza della non-invisibilità del mediatore. Credo di aver sottolineato che nella vecchia concezione l’interprete è invisibile e non partecipe e che è necessario agli enti privati con relazioni internazionali dotarsi di un mediatore che conosca non solo la lingua ma anche la cultura dei Paesi trattati circa venti volte. Il sottotitolo è: non lasciateci senza lavoro. E, a lato, moine ammiccano all’importanza didattica e in loco del considerare gli aspetti psicologici delle parti agenti. È sottolineando l’importanza del lato psicologico del soggetto-cittadino che i bambini alle elementari vengono imbottiti di psicofarmaci, e che la figura dell’assistente sociale ha acquisito un potere con sfumature agghiaccianti.

Le benevole mi accompagna placido e agghiacciante. Finora ben due passaggi di quel fottuto libro sono riusciti a fare punto e croce con il mio intestino, e nessuno dei due era quello in cui un SS-Sturmbannführer raccoglie il proprio dopo averlo liberato di metallo incandescente e lo rificca dentro. Quello era semplicemente visionario, e la visionarietà che amo è quella assolutamente tangibile.
La parte su Stalingrado l’ho amata bis zum Tod. Ha soddisfatto le mie aspettative e le ha completate.
La parte più strettamente legata all’Io narrante è l’utero materno come me l’ha presentato la letteratura tedesca. Più di una parte, in questo libro, mi riporta a Maletta, al suo Infans, ai suoi accenni a Musil che parla d’incesto – e sono certa che Littell debba non poco a L’uomo senza qualità – che però di pagine non ne ha 1000 ma 2000, e una su tre mi richiede di riflettere.
Soprattutto, questo libro sta riuscendo a farmi immedesimare sentimentalmente senza dovermi convincere con sottile retorica interna che io e l’Io-narrante siamo simili. Lo evinco dal fatto che mi rattristo quando si rattrista, mi incazzo quando si incazza, mi angoscio quando si angoscia, stupisco quando stupisce e vi è una certa rara aderenza in questa empatia.
L’autore, tra l’altro, mi fa un enorme favore: è ebreo. Mi fa un enorme favore perché se un tedesco era l’ultima persona che poteva scrivere questo libro, un ebreo diventa intoccabile nel farlo. Mi fa un enorme favore perché in questo modo ebraicità e NSDAP coincidono, fatto importante per una Gemini anti-catara quale sono.
Dà spesso a comparse il compito di illustrare i variegati e meno famosi punti di vista dipanatisi nel corso del periodo storico, e io direi: la penso come questo libro. Ma sarebbe un’assurdità dirlo, perché le tesi sono varie e di fronti opposti e si contraddicono, e io dico lo stesso e appunto per questo: la penso come questo libro.
L’autore dovrebbe però scriverne una versione 4dummies. Conosco abbastanza l’ambito in cui si muove, e ciò nonostante mi rendo conto di perdere livelli di lettura. Questo mi riconferma la validità del libro. (Amo i libri a livelli, mentalità da photoshop derivata.)

Sono poco oltre la metà, e il prossimo libro da prendere è Dio di illusioni (The Secret History, e stavolta preferisco il titolo italiano) della Tartt. Solo 500 pagine.

Forse che una cosa come "il fatale errore", quell’appari­scente, cupa frattura che taglia a metà una vita, può esistere al di fuori della letteratura? Una volta pensavo di no. Ora sono dell’opinione contraria. E penso che il mio sia questo: un mor­boso, coinvolgente desiderio verso tutto ciò che affascina.
À moi. L’histoire d’une de mes folies.

Domani passerò in Hoepli per cercare la versione inglese. Tutto dipende da come è scritta.
Qualche giorno fa mi è caduto l’occhio su Blood and Gold della Rice nella mia libreria, mai letto. L’ho sfogliato, trovando conferma di due cose: lo leggo speditamente e senza problemi e odio come la Rice scrive. Amo l’inglese nella sua forma più inglese, ed evidentemente la Rice viene amata ed elogiata per come scrive in quanto scrive con strutture e lessico romanzi. (Un’autrice che è più piacevole da leggere tradotta in italiano.) Si ama quel che non si ha, no? Ci metto secoli a leggere Gibson e lo amo. Ho intravisto il mio amore per lui nelle traduzioni, perché ha una prosa così fottutamente sua che balza all’occhio anche nelle traduzioni. Amo gli autori che usano la propria lingua come creta pronta a essere rimodellata. Amerei Neal Stephenson, se riuscissi a leggerlo senza sentire la mia testa impegnata come se stesse risolvendo equazioni (quel che mi capita puntualmente con il tedesco).
Per questo, se la Tartt non è un’eccessiva manipolatrice di linguaggi, vorrei leggerla in lingua. Mi è presa questa strana ossessione di leggere/vedere in lingua, quando possibile, e rivolgo una negazione dispiaciuta a libri di autori giapponesi pensando: sono intraducibili. Leggerei al troppo% la personale interpretazione del traduttore. Fin dove può tradurre. Soffro già nel vedere come molte sfumature vengano deletate in una traduzione tra italiano, inglese e tedesco, non riesco a concepire quanto venga perso partendo da una lingua come il giapponese o il cinese. (Tra l’altro trovo l’ideogramma un modo più fedele di tradurre pensieri.)

A breve tra le mie manine degli Osprey su Stalingrado. Sono sempre più convinta sia un simbolo da stuprare fino alla nausea, una svolta nella concezione della guerra, o meglio, un cartellone immenso che palesò tale svolta. Guerra totale. In Le benevole, in un dialogo, l’autore si sofferma su questo concetto, contrapponendo la guerra d’età moderna – Ancien Régime – a quella in democrazia.
In democrazia, il potere è in mano a tutti, quindi una guerra di potere è una guerra di tutti contro tutti – ed eccoci al coinvolgimento puntuale dei civili. Aggiungiamoci il reiterato (fra un po’ lo vomito) principio di autodeterminazione dei popoli, e ogni componente di una Nazione diventa nemico.
Il che, procedendo per sterile logica, rende qualsiasi individuo che abbia votato una volta per il proprio Governo, automaticamente carnefice e vittima in stato di belligeranza, se a questo non si oppone. (Ma, se si oppone, diventa automaticamente nemico del Governo.)
Il concetto di libertà, dalla Rivoluzione che lo proclamò in poi, si è fatto sottile come un interstizio – e io continuo ad amare e rimirare la parola apolide.

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