Guasti.

Dopo mezzo articolo canadese sugli interventi degli interpreti in aula, uno italiano sulla figura dell’interprete-mediatore tra industria, ricerca e didattica, e un capitolo di storia (economica) tedesca pre-crollodelMuro, la mia voglia di studiare è momentaneamente assente.
Vorrei perdermi scrivendo quel che vorrei fare, ma di fatto non ho voglia di fare niente. Scrivere qui non vale come attività: equivale al pensare. Un pensare mediato dalla parola, trattenuto da argini, che si finge utile.

Ho ancora in mente, e la sensazione sulla pelle, il sogno fatto due notti fa. Ogni poro sul mio corpo ospitante o vermiciattoli bianchi o bolle a forma di mosca, pronti a uscire alla minima pressione per poi venire risucchiati dalla carne. Fa schifo, eh? Ma il problema non è che faccia schifo, quanto più impressione. La netta impressione di stare marcendo dentro, intendo. Il desiderio di balzare fuori dalla propria pelle.
Ho solo un commento formulato con completezza, ed è: Bah.

Sto trovando Capi (che è poi abbreviazione di “Capitello”, nome a lei dato perché lei si associa ai “Colonna”) particolarmente piacevole in questi giorni. Per esemplificare dirò che quando mi collego guardo se sia on-line, e se c’è mi fa piacere. Per esemplificare dirò che talvolta fa battute di cui rido di gusto su MSN, mentre qui un sorriso si apre lentamente e inesorabilmente.
Le ho detto che finirò col prendermi una cotta per lei. Il suo modo di porsi è confortante, ma al contempo la mia opinione di lei si forma di non poco rispetto – congiunzione rara.
Le ho detto di rimanere così com’è, ossia fidanzata, così posso prendermi la benedetta cotta – requisito fondamentale, essere fidanzati o omofobi, per essere oggetto di una mia cotta.

Schick mi ha risposto su Facebook. Parlando di onori e ringraziamenti da fare, ha scritto:
“In questo caso è definitivamente una cosa reciproca.”
Ho amato la frase in sé. Gli avrei scritto che quel definitivamente mi piace particolarmente, ma in realtà mi piace nel contesto e sempre in realtà non saprei dire perché.

Il sito di Schick lo trovate qui. Ed è difficile non amarlo come fotografo, mh?
Mi compiacerò ancora per qualche minuto ogni giorno, prossimamente, per essere stata fotografata dallo stesso obiettivo che ha fatto quelle foto; mi compiacerò stupidamente di essere stata fotografata dallo stesso obiettivo che ha catturato un Dafoe.

Tornano alle cotte e alle persone, giungiamo a un discorso tra me e Hyoga ieri sera.
Ogni tanto Hyoga mette le manine sulla tastiera e scrive:
“Vediamo di risolvere il problema.”
“E se fosse risolvibile come lo sono vita e morte?”
Osservo il suo atteggiamento pacato e controllato nel fronteggiare una Me così ingarbugliata e che non sa dare risposte (“Perché senti questo?” “Boh.” “Perché non ti piace questo?” “Boh.”), e sorrido spiacendomi del tempo che usa per me.
Il fatto è che cerco di fare sunti della mia vita per capire il senso del presente. Una foto fatta da Schick si aggiunge ad altri tasselli, tentando di dare una direzione. Dalla scrivania lo sguardo preleva i testi in studio, due cubani in confezione d’alluminio regalati da Earl e la scatola di legno di Partagas che ne contiene altri. Sigari senza occasioni per essere fumati. Il peluche a forma di coniglio regalatomi da Maletta, una tazza che era piena di caffè, il posacenere, le sigarette.
Guardo il finto matrimoniale rosso e sfatto. Il testo del Ragnarok appeso alla parete da anni e anni, sopra la testiera.
Guardo le canzoni sul mio computer, i disegni, le parole. Le scelte fatte e quelle non fatte.

Guardo la foto di Schick e rifletto su quel sorriso che non comprendo. Il mio specchio non mi sorride così. Quel sorriso è della Me che giace sotto i veli del conscio e dell’inconscio, nuotando nel subconscio. È il sorriso che Me mi rivolge per farmi stare buona, per tranquillizzarmi, e per ricordarmi che ci sono così tante cose che non so e devo indagare, e voglio indagare, proprio perché ci sono segreti per me anche in una mia espressione.
Me mi dice:
“Ho una cosa, qui, che vorresti tanto tanto… Non la vuoi?”
E non me la mostra del tutto.
Sempre che quel che stava mostrando esista ancora e non sia marcito, beninteso.

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