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Le maglie della Rete si stanno stringendo.
LJ mi chiede se voglio essere rintracciabile tramite il mio indirizzo di posta primario. Facebook style. Chiunque rintracciabile da chiunque usando diversi criteri di ricerca, gli uni come facce di un prisma rispetto agli altri.
La posizione fisica delle persone ricostruite in Rete – sovrapposizione delle due realtà – William Gibson, devo ricredermi, continua a essere profetico.

Sono scivolata fuori dalle lenzuola dopo aver battuto il mio record di massime ore di sonno dormite. Una cosa come… ventuno ore. Non a caso, però. Ventuno ore dopo sogni angoscianti e tesi, paranoici e squilibrati.
Sto scrivendo poco, sul LJ, rispetto a quanto vorrei, e ho capito il perché: la mia relazione con il tempo ha problemi di trasmissione. Il modo in cui percepisco il tempo sta uscendo dai binari. Mi siedo al PC, apro questa pagina, mi metto a scrivere ma non ho più collegamenti con quello che è successo nelle ultime ventiquattro ore. Ci sono canali paralleli di avvenimenti, che non si collegano tra loro – come se, schematizzando, trattassi la storia di ogni nazione, ognuna in una colonna cronologica ma nessun collegamento.
Io e il mio insano modo di condurre una vita quotidiana. Se avessi un istruttore di vita quotidiana sana (Tanz non vale, Tanz sa la quotidianità del Fronte), mi direbbe che mi mancano le basi.
Lo penso mentre sono a casa di Amu, e osservo incuriosita e divertita l’automatismo con cui compie piccole inezie. Mettere la cipolla in pentola, ad esempio. Aggiungervi il vino, che è lì pronto per quello scopo. Pulire il tavolo e poi il pavimento. Quelle piccole procedure che rivelano l’animo di una cultura – le osservo come osservo una cultura che non mi appartiene, e Amu mi guarda ridendo mentre ho l’espressione di una bambina.
Non ho cipolla da mettere in pentola, né vino accanto ai fornelli. La scopa è relegata in un armadio troppo fuori mano per essere oggetto di un gesto quotidiano. Mancano le basi. La cipolla scadrebbe pur se congelata, il vino verrebbe seccato in una sera in mancanza di alcolici, nella scopa inciamperei.
Sono andata a trovare Amu, che è in un periodo nero e lo fronteggia in un modo che – l’altro ieri – oltre a farmi pensare che sono una stronza che avrebbe dovuto muovere il culo prima, mi ha fatto pensare che il mio rispetto va a lei. Non è solo un pensiero, ma un pensiero performativo: significa che almeno per un po’ il mio spirito critico la lascerà in pace, lasciando spazio ad altro. Magari di altrettanto performativo.

Le giornate si susseguono fluidamente, senza cronologia precisa.
Studio articoli per linguistica inglese, li studio formulando a malapena giudizi. Ingurgito per il gusto di ingurgitare qualcosa che in parte parte dai miei presupposti, in parte lo fa con un approccio che non condivido, in parte approfondisce dove io approfondirei, in parte dice banalità.
Lo faccio chattando con Ghiro. È un soprannome. Mi fa pensare alla quantità di gente che entra ed esce dalla mia vita. Lui ci è entrato quando avevo tredici anni, ora ci è rientrato, e rifletto sulla sovrapposizione della Me di allora sulla Me di oggi.
Ghiro che mi dice che… che… Dannazione, fino a un po’ di tempo fa la lingua con cui acquisivo informazione delimitava tale informazione in un preciso campo, e i campi acquisiti in diverse lingue non si collegavano tra loro. Oggi i tre campi delle tre rispettive lingue copulano oscenamente, ma lo fanno al di sotto del conscio. E io ho difficoltà in generale a riportare quell’informazione allo stato di parola. Con Ghiro chatto in inglese. Ghiro che mi dice che… che… che sembro composta da troppe cose al contempo da non sembrare una persona che stia per esplodere in qualcosa di nuovo. Ha detto esplodere? Non ricordo. Non ho l’approccio dell’interprete, questo è un fatto. Lo capisco leggendo gli articoli che studio. Rielaboro direttamente le informazioni, non le parole, e tutte le seghe mentali e gli articoli correlati sul come tradurre, sul fatto che le parole sono veicoli di significato, mi paiono banalità che non andrebbero neanche sottolineate.
Ho pile di carta stampata che cercano di promuovere la figura del mediatore linguistico e culturale su quella dell’interprete linguistico. La contrapposizione non è tra mediatore e interprete (due parole per dire la stessa cosa con sfumature diverse applicate nel momento in cui si crea la parola mediatore per mutare la condizione dell’interprete), ma tra linguistico e culturale e linguistico e basta.
Le pile di carta stampata spiegano l’importanza del conoscere qualsiasi cosa alla lingua legata per chi di lingue si occupa. Che novità, eh? Beh, formalmente sì. Gli articoli sono americani, e quindi in ottica americana devono prima trovare un esempio o la tesi non è portabile. Per trovare questo esempio si appellano alla lingua Navajo che ha parole semplicemente non traducibili in inglese, perché l’inglese manca dei concetti stessi.
Pensate a parole o immagini o concetti?
Qualche anno fa riflettei sul come pensassi a parole, e mi venne alla mente quando, da piccola, quest’ottica non mi era possibile.
Pensare a parole è limitante. Se la propria lingua manca di parole per mancanza di concetto, si è destinati a essere quel che l’essere umano tendo a essere: munito di paraocchi ventiquattro ore su ventiquattro.
Ora sono indecisa: le pila di carta sono deficienti e non ci erano arrivate prima di essere scritte, o chi le scrive deve scrivere per deficienti?
Cambia qualcosa nella visione globale?

Fine settimana a Parma da cauchemar_73, con Mara. Il connubio è figlio dell’Acero, in cui Cauche è admin e Mara giocatrice. (In cui Cauche ha un personaggio che odia il mio adorato Sedlacek e che punta il personaggio di Mara, che è al contempo puntato da Sedlacek. Se i personaggi miei e di Cauchemar non litigano non sono realizzati.)
Ho voluto io trascinare Mara alla Villa, perché lei e Cauche hanno qualcosa di raro come persone, e ce l’hanno in comune. Voglio, come al solito, essere promotrice di una felice conoscenza. (Poi magari le mie previsioni sono erronee e si odieranno, sempre che Cauchemar possa odiare qualcuno eccettuando i miei personaggi.)
Mi capita nelle orecchie Belle (Notre-Dame de Paris), e mi viene in mente un viaggio in macchina con l’intera raccolta di pezzi cantati da due persona, una con gli occhi sui testi mal illuminati perché mai letti in francese, figurarsi cantati. Splendido viaggio. Al ritorno, recitare un pezzo teatrale a due parti.
Come essere umano post-Illuminismo, quindi come essere umano articolante fonemi sotto l’egida della propria razionalità e dovendo resoconti mensili alla propria morale e visione del mondo, non so cosa sia l’amicizia. Ci sono parole da cui tendo a tenermi ben lontana, perché vogliono trasformare chi le pronuncia in un illuminato essere capace di fare profezie. Ci sono parole che, dette, vincolano chi le pronuncia a conformarsi al corrente uso delle stesse. "Amicizia" è tra queste.
Come essere umano più vicino ai primati che a correnti culturali, non trovo miglior modo di esemplificare l’amicizia puntando il dito a quella sera. La condivisione creativa di una passione, in cui "dare" e "avere" si annullano l’uno con l’altro.
Non parlerei di "amicizia" parlando con Cauchemar, perché così facendo permetterei al suo concetto di "amicizia" di inglobare me e lei e creare aspettative in lei. I sentimenti sempre in voga tendono a essere squisitamente personali. Per questo, forse, non credo negli accordi fatti sulla base di un sentimento.

A tal proposito…
È da qualche settimana che continua a tornarmi alla mente Willem Dafoe. Ho rivisto, per placare il pensiero ossessivo, Animal Factory (che avendo Dafoe, Furlong, un carcere e Bunker come sceneggiatura, ha tutto ciò che serve per essere un film che devo aver visto), inciampando in un dialogo che ai tempi mi commosse.
Dinnanzi a un Furlong che teme per il proprio troppo-da-Dafoe-protetto culo ed espone tale timore, Dafoe risponde che non l’avrebbe aiutato se non avesse avuto il viso che ha, ma che questo è esclusivamente un suo (di Dafoe) problema.
Perché mi commuove tanto?
Difficile da spiegare, in primis a me stessa.
Quando vidi quella scena andai in giro a diffonderla citandola, anziché esponendo il concetto – perché il concetto non riuscivo a rintracciarlo. Non razionalmente.
Potrei, adesso, dire che quella scena mi commuove come mi disgustano scene in cui, in nome di un sentimento provato, viene imposto un legame sovra-sentimentale vendendolo come onore e fortuna.
Non so spiegare, come non so spiegare perché Dafoe mi piaccia. E ci sto riflettendo seriamente, eh. Voglio dire, quell’uomo ha un volto assurdo. Se probabilmente ha qualcosa di bello, sta nel fatto che è un volto adatto a estremizzare teatralmente qualsiasi espressione – per l’ossatura così evidente, la muscolatura così reattiva, la pelle così sottile. Stessa cosa vale per il corpo.
Mi viene in mente una foto scattata da Schick.
Avevo conosciuto Schick qualche anno fa, prendendo l’abitudine per qualche settimana di andare a trovarlo nel suo grazioso appartamento da single – ricavato da un magazzino, probabilmente – vicino a Centrale, per bere un the e discutere di Catari e stringhe (non quelle delle scarpe, ma quelle della teoria (meta)fisica che non mi chiederete di spiegarvi). Una persona un po’ più che interessante. Trovo ora il suo blog.

“Welcome to Gaza” c’e`scritto su un cartellone bucato dai proiettili, dopo 100 metri di terra di nessuno che separano l’Israele dal territorio palestinese, il primo mondo dall’ultimo. Alle mie spalle lascio una moderna stazione di confine con l’aria condizionata, dove, prima di poter proseguire, ho dovuto firmare una liberatoria che toglie allo Stato d’Israele ogni responsabilita` “in caso di morte, ferimento e/o danni alla proprieta` risultanti dall’attivita` militare”.

Che posso fare se non sorridere compiaciuta?
Quando l’ho conosciuto si stava dando alla fotografia per mostre (voleva fare una personale), dopo un periodo come fotografo di moda, dopo un periodo come fotoreporter.
La porta per entrare in casa sua, da magazzino, era un buco aperto in un cortile da cui lui sbucava dopo essersi chinato. Un metro e novanta d’uomo dall’impercettibile residuo d’accento tedesco, serafico e placido come un santone.
L’avevo conosciuto perché necessitava di modelle per la mostra, e io di foto. Ci eravamo adorati come si adorano due persone che scoprono dopo venti minuti di avere in comune una passione rara e astrusa.

Dovrei trascrivere e finire il racconto con Sedlacek trentenne. Sto collezionando i “Tienimi aggiornato.” di De Marino sulla mia attività di scrittrice. Prima o poi si romperà il cazzo di dirmelo, suppongo.

2 comments

  1. Per quel che conta io e te (per me) siamo amiche. Al di là della distanza e della frequenza con cui ci sentiamo in un dato periodo di tempo. Questa amicizia non pretende assolutamente nulla da te o da me, perchè si è formata sui nostri caratteri, e non mi aspetto cose particolari da te, non mi aspetto niente che non sia semplicemente tu. Hoo voglia di vederti, anche semplicemente di parlarti: questo per me vuol dire amicizia, poi magari scazzo… (oltre al fatto che tu sei imprevedibile e quindi è inutile prevedere alcunchè :P)

    1. Scherzando su Facebook, alla tua scherzosa domanda sul mio amore per te, ti ho risposto che dopo tutto questo tempo di attesa non potevi dubitare del tuo amore.
      Il fatto è che il tempo passa, molti rapporti svaniscono, altri rimangono, dio sa perché. La mancanza di motivi razionali suggerisce un’affinità elettiva e, soprattutto, funge da prova del nove di un rapporto, non preocostruita, squisitamente spontanea. 🙂

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