La fedina penale del fanciullo del Pascoli.

Prendo una tazza, il caffè solubile, lo zucchero, faccio per collegare il bollitore alla presa e – dall’angolo – una sagoma piccola e non identificata mi caccia un brivido di allerta lungo i tendini della mano.
Allerta e repulsione, piccola cosa dalla forma non elegante.
Una farfalla.


Messer Sedlacek, avvocato, nacque quando Cauchemar insistette per scrivere con me al punto che pensai: "Diamole quel che vuole."
Le mie resistenze allo scrivere a quattro mani erano dovute a una supposta mancanza di punti in comune: Cauchemar così lirica, così poetica, così fiabesca…
Pensai, dunque, quel "Diamole quel che vuole." e improvvisai un incipit:

“Sai di cos’è fatto il pigmento delle farfalle? Quello che le ha rese il simbolo della leggiadra bellezza?”
Moebius avvicina la goccia di vetro in cui la farfalla è cristallizzata. Verde-azzurro, le ali sfumano in nero. È una macchia di cielo che sbuca dalla notte, vivida da morta come da viva.
Moebius, vivo, e dio sa per quanto ancora – lui stesso non scommetterebbe date troppo in là nel tempo, odia perdere – è tutt’altro che cristallizzato. Tratti sottili, ma precisi, e precisa l’articolata mimica che rende il suo espressivo volto impossibile da non guardare, almeno con la coda dell’occhio.
Posa la bara di vetro per voyeur sul tavolo, tra i bossoli vuoti e lo zippo.
Feci. Sono le loro feci. Romantico, no?”

Potrei addirittura supporre che sia colpa delle farfalle se Sedlacek è quello che è.
Me lo immagino, bambino vivace che gioca con insetti staccando loro pezzi, fare la conoscenza ravvicinata di una farfalla, e rendersi quindi conto che – da vicino – quegli animaletti sono abbastanza repellenti. Niente di poetico, niente di etereo. Lo immagino rimanerci male e – da bambino vivace – rimanerci male facendo a pezzi la farfalla mentre la deride per essere così brutta. Una lezione di vita, eh?

Quando ero piccola ero contorta.
Non che io mi esimessi dal fare a pezzi animaletti di varia natura, ma lo facevo con freddo e rigoroso spirito osservatore. Non assumevo quell’ebete espressione concentrata che i bambini assumono quando disfano qualcosa di vivo, anzi: aborrivo quell’inconsapevole espressione, trovandola animalesca – e quel suo essere animalesca mi angosciava. E mi repelleva il modo in cui i miei coetanei non si rendessero conto di indossarla. Ero una di quelle bambine che, riassumendo, odiano i bambini e si vergognano anche un po’ dei compagni di classe.
Ricordo però, un giorno, quando una compagna mi trascinò nel classico gioco: "Facciamo che noi siamo le mamme e le bambole sono i nostri figli." Di bambola però ce n’era una. Non ricordo bene come si risolse la cosa (se qualcuno adottò il ruolo del padre, se per licenza poetica quella bambola aveva due madri, se una era la zia…), ricordo che la bambola faceva qualcosa di sbagliato&cattivo, e quindi andava punita. Lo sottolineai, ricordo. Insistetti, anzi, con esponenziale ardore, fino a che la colpa della bambola non acquistò il ruolo che può avere in un porno: mera scusa.
Ai tempi non potevo fare questo parallelo, ma sentii una disarmonia. Sentii che stavo scavalcando me stessa, o una cosa del genere, e lo compresi anche guardando la mia compagna di giochi, che nulla aveva addosso dell’ardore che stava animando me.
La cosa che mi fece andare in crisi è che non sapevo dove collocare quell’ardore. Era qualcosa di simile a quello che provavano i miei coetanei spezzettando insetti, ma io non stavo spezzettando un insetto. Cosa stavo facendo? Non stavo spezzettando una bambola, no. Non esattamente.

I bambini sono cattivi. Tutti. Lo sono come è cattivo l’incipit di Rosso Malpelo.

Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo.

È uno dei miei racconti preferiti, e non potrebbe esserlo se non fosse scritto adottando il punto di vista collettivo. Voce corale. Che impone il proprio punto di vista con una logica tautologica. Come fanno i bambini che imitano gli adulti, imitandone il dover spiegare i motivi di un’azione.

Mater dice che quando ero una marmocchia ero la marmocchia che difendeva i propri compagni deboli. Io ho rimosso questa sfaccettatura della mia infanzia. Mi ricordo osservare i miei compagni angariati, quelli su cui la voce corale aveva decretato un giudizio negativo e che quindi erano destinati a stare in un angolo con un velo di derisione addosso, e chiedermi come fosse accaduto. Perché accadeva a quel bambino e a quell’altro no. Me lo chiedevo di rado, perché per una contorta dinamica il bambino angariato si trasformava in ciò con cui veniva deriso – come se diventasse più fedele al giudizio corale che a se stesso – ma c’è un se stessi a cui essere fedeli, quando si è bambini?
“Perché tutti ridono di Tizio?”
“Perché è ridicolo.”
La risposta bastava alla marmocchia che ero nella maggior parte dei casi, immagino, ma non sempre.
Accadeva, talvolta, che andassi a giocare a casa di compagni e compagne, e vedessi lati di loro insospettati. Vedessi, ad esempio, il dispotismo che un angariato usava sulla madre. O la sottomissione che l’eroe della classe doveva mostrare dinnanzi ai genitori. Mi indignava, questa incoerenza. Avrei voluto dire al primo che non aveva diritto di piagnucolare con la madre, perché a scuola non aveva nessun diritto simile; e al secondo di far valere la fama che a scuola gli dava tale privilegiata posizione. Altrimenti non vale.
Ricordo la sindrome di Stoccolma di alcuni angariati, e quanto il vedere in loro la volontà di rimanere ciò che erano mi facesse montare dentro una rabbia viva indirizzata al ribadire la posizione a cui erano tanto attaccati. Ok, in questo non ho smesso. Il pensiero “ci sono persone che vogliono subire” è una tentazione viva in un angolo del cervello (o forse dell’intestino), per quante razionalizzazioni cerchi di applicarle.
Ricordo il mio primo trauma gender. Si stava giocando in cortile a un gioco che probabilmente ha un nome ma non lo ricordo, in cui alcuni bambini fanno i prigionieri e gli altri fanno i rapitori/liberatori nei confronti dei prigionieri della squadra avversaria. In ventitré anni di vita non ho ancora compreso che divertimento possa esserci nello stare fermi in attesa che qualcuno ti liberi, e di fatto facevo la rapitrice/liberatrice.
Ricordo di aver toccato una delle nostre prigioniere, e la ricordo – quella gran troia – rimanere ferma e non considerarsi liberata perché io non ero un maschio. Me l’ero legata al dito. Ci avevo fatto amicizia secondo i suoi canoni. Ero riuscita a farmi invitare a casa sua a giocare, convincendola a giocare il famoso “Facciamo che io sono…” – “Facciamo che io sono uno scienziato pazzo che ti rapisce.”
La mia mente, qualche anno dopo, ossia quando deve aver realizzato, deve aver deletato i dettagli di quel pomeriggio, perché non li ricordo. Ricordo il mio pensare che dovevo mantenere la situazione entro certi limiti, di modo che quella situazione non fosse narrabile a terzi ma fosse invece un pesante e vincolante segreto. E come narrare, poi? Neanche io avrei saputo trovare una definizione, una descrizione o un parallelo. C’era solo il cosiddetto senso del peccato.
Ricordo che dopo quell’incontro tutto il male che avevo voluto a quella bambina era scomparso, sostituito da un dispotico affetto. Dico “dispotico” perché quel segreto la rendeva debitrice nei miei confronti, ma non c’era più acredine. C’era semmai la voglia di ripetere l’esperienza trascinandola via dai giochi, in un angolo, diritto che prima non avevo. “Poco, poi torni a giocare.”, “Ancora poco, poi torni a giocare.”
… Che gran figlia di troia, ero. Con un occhio vigile diretto alle maestre – che non si rendessero conto. Di cosa? Io non ero in grado di definire quel cosa, ma probabilmente un adulto sì, probabilmente nel mondo degli adulti esisteva una chiara descrizione per quel cosa – quale che fosse, era una cosa da non fare. Perché non ci si poteva appartare, ma non si sapeva il perché. Perché quando ci si appartava arrivava una maestra e con tono atono, di chi sbriga il proprio dovere con noia, diceva: “Uscite!”
La bambina – Chiara, si chiamava, e non ricordo il cognome – sapeva come me quel che non andava fatto, ma con me lo faceva – ciò le impediva, per contorta e sempre valida dinamica, di “denunciare” le mie richieste. Spirale discendente, di volta in volta appartarsi la rendeva sempre più mia complice – anche se, di fatto, la volontà era la mia, lei avrebbe preferito giocare.

Bambini cattivi e contorti esseri umani.

2 comments

  1. [Si stava giocando in cortile a un gioco che probabilmente ha un nome ma non lo ricordo, in cui alcuni bambini fanno i prigionieri e gli altri fanno i rapitori/liberatori nei confronti dei prigionieri della squadra avversaria.]

    Guardie e ladri…?

    La tua infanzia mi atterrisce… O_o

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