Sono indecisa. Non so se sono depressa o se sono inquieta. Sono una persona che ama prendersi più spazio del dovuto, quindi inquieta, più vago, dovrebbe adattarsi meglio.
Ascolto i Megadeth, che dovrebbero essere consolatori. Lo sono, di solito. Sento delle tonalità antiquate che una volta non sentivo, e questo acuisce la mia inquietudine. Sensazione di precarietà. D’altro canto il sistema è labile alla base: i Megadeth sono consolatori perché comunicano una testarda precarietà. Mah.

Excuse me, the interpreter wants to speak. Uno degli articoli per l’orale di inglese. Sto studiando dei saggi in italiano per lo stesso. A parte che impiccherei la titolare del corso per aver scelto dei saggi in italiano per un esame da dare in inglese (e il primo saggio è una lista di termini tedeschi; sto impazzendo), e a parte che per ora la specifica raccolta di saggi potrebbe avere come sottotitolo “Noi, mediatori riuniti, scriviamo per salvare posti lavoro per questa non ben definita professione”, mi piace. La vaghezza della figura del mediatore lascia libertà ai saggisti di divagare in mille direzioni diverse, con mille tesi diverse, shakerando interpretariato con semiotica con ardenti ideali umanitari con psicologia (la nostra beneamata psicologia positiva, che Maletta chiamò psicologia dell’assertivismo, e che mi fa vedere gli scaffali di saggi come scaffali di pillole di oppio per i popoli – che imparino a gioire senza pretendere più di un metro quadro di spazio vitale e intellettuale e culturale).
Buona la base, tutto dipende dal risultato.
Sono abituata a mescolare tutto con tutto e a lavorare con precisione su una base del tutto imprecisa – liceo artistico così insegnò – non mi spiace ritrovarmi in acque del genere. Psicologia positiva imperante a parte.
Vorrei ricordarmi dove ho messo il libro sulla PNL, perché so che questa raccolta di saggi la citerà, e se non la cita la porterò all’esame.
“La PNL analizza le sfere visiva, auditiva e cinestesica. È una metodologia da prendere con le pinze, perché – ad esempio – adesso la postura del suo corpo mi starebbe dicendo che lei è sessualmente attratta da me.” (La titolare del corso è una gran figa, sì.)

Sono depressa o forse inquieta perché non ho soldi, dovrei cominciare a lavorare, ho a malapena la voglia di studiare.
Sono inquieta perché l’accidia si fa allettante. Perché è da qualche mese che ogni tentativo di figurarmi in un prossimo futuro si dispiega in panneggi e panneggi grigio-cavo. Lavorativamente, socialmente, emotivamente. Umanamente. È uno stato più che accettabile, finché non bisogna muoversi. Non sono una buona figlia dell’assertivismo, sono l’opposto del buon soldatino-civile che si muove seguendo le procedure senza sapere perché deve farlo, mi serve una spiegazione logica anche per respirare, e quindi i panni grigio-cavo demotivano un po’ tutto. Anche il muovere un piede. Mi rendo conto di aggrapparmi di volta in volta a piccole cazzate – progetti minuscoli, a breve termine – perché sono le uniche certezze che ho. E la voglia passa man mano anche per quelli. A volte un grumo di senso del dovere viene a galla e mi muovo – poi, dopo essermi mossa, mi trovo in luoghi e ore che sono punti fermi in quel camminare e mi domando perché sono lì. Perché ci sono arrivata. Cosa dovevo fare. Perché. No, non sono domande esistenziali, ma pratiche: mi capita davvero di essere a Milano in un punto casuale della metro, pronta a cambiare linea, e aver dimenticato perché la mattina ho preso il treno. Insomma, il senso del dovere fa muovere il culo ma spegne il cervello. Ho un cervello e un’emotività anti-tiranniche, che fanno resistenza attiva quando ricevono ordini. Anche se me li do io. Ci si sente ridicoli, sapete?
A volte vorrei solo trovare il mio angolo di mondo. Il posto a cui sai appartenere. Poco importa dove e come sia. Sarebbe molto consolatorio anche sapere di appartenere a un angolo di strada freddo, se si avesse la certezza che quello è esattamente il tuo angolo. Il massimo e il minimo a cui puoi aspirare. Nessuna soluzione, nessuna alternativa. Fine dei giochi.

Studiare variopinti saggi che girano attorno alla mediazione mi dovrebbe fare bene, dato che la mia esponenzialmente più frequente reazione dinnanzi all'”Altro-da-me” vira verso il pensiero “brucia pure” e verso la risposta politicamente corretta “ognuno a suo modo”. Ho acquisito una tolleranza nei confronti dell'”Altro-da-me” pressoché assoluta, in quanto la voglia di scendere da me e dibattere stando nel mezzo è intensa quanto la fiamma di un cerino umido. È imbarazzante. È imbarazzante perché a volte mi trovo davanti a un momento di silenzio mentre sono con una persona, mi guardo attorno e mi rendo conto che al posto di quel momento di silenzio avrebbe dovuto esserci una mia affermazione o domanda, perché l’altra persona ha detto qualcosa di importante su di sé. La forma supposed to appare sempre più di frequente nella mia testa senza che io riesca a tradurla se non letteralmente o quasi: sarei supposta fare, adesso…
Mi sono domandata più di una volta, nelle ultime settimane, se dire “Scusa, non è colpa tua, ma dovrebbe sbattermene di quello che stai dicendo? In caso di risposta positiva, ci provo.” fosse accettabile o se corrispondesse a una chiusura delle trasmissioni definitiva. I climax avvengono quando conosco nuove persone, e si instaura il tipico dialogo da conoscenza appena sbocciata, che si esplicita con domande sugli altrui gusti e predisposizioni, e io penso: “Che perdita di tempo.” È terribile, non trovate? Voglio dire, sono un essere umano, sono naturalmente predisposta al far passare ogni mio interesse dall’essere umano – se l’essere umano smette di interessarmi, come faccio?
Continuo a ripetermi:
“Fai come se dovessi esercitarti a conquistare qualcuno. Come se fosse un esercizio di abilità.”
Magari recitare la dinamica me la farà comprendere di nuovo. È vagamente ridicolo, ma le cure per le debilitazioni hanno sempre un che di ridicolo, no?
Perché c’è un che di paradossale nel sentirsi a-normali per mancanza di interesse. La fiction e la saggistica in voga mostrano casi umani sofferenti perché si percepiscono a-normali e ciò ostacola l’interesse che hanno per i loro simili, non il fottuto viceversa.
Ma non è colpa degli esseri umani restanti (restanti rispetto a me). Le file di libri in camera mia hanno subito un eguale destino: guardarli mi accende meno rispetto a prima, osservarne le copertine mi fa immaginare con meno intensità gli infiniti collegamenti pronti a essere scoperti, i dettagli lì nascosti che potrebbero gettare nuova luce sull’insieme.
Il cibo, birra a parte, segue lo stesso destino. Sulla birra c’è una strana parentesi a parte: ho spesso voglia di birra. Buona. L’ultimo viaggio nelle germaniche terre deve aver educato il mio gusto, con la spiacevole conseguenza che l’ultima lattina e l’ultima bottiglia aperte in Italia sono state scaricate nel lavandino con una smorfia disgustata, quasi indignata. Non posso vivere senza poter bere birra perché mi fa schifo, giusto? Anzi, adesso apro un’altra lattina e ci riprovo. Anche se ha un retrogusto che – pensa la mia testa – una birra non dovrebbe avere.
Odio la psicologia positiva, ma ho voglia di benessere. Horton pulsa forte in me, e mi indica birra, divano e sesso. Poi una scimmia affamata. Poi dice: “Somma. Non è poi così male la somma.” Dissento. A volte mi guardo dall’esterno, in tutto il mio disinteresse generalizzato, nel poco interesse che rimane per le cause primarie di benessere, e vedo un essere gretto con adunche manine con radar incorporato che stringono solo quel che interessa loro, sbattendo giù dal tavolo tutto il resto. Sento rumore di vetro e metallo che cadono, acqua che scivola e gocce sul pavimento. Sento il silenzio che accompagna l’ottusa e fredda razzia raziocinante. Il silenzio del gesto privo di spirito creativo, il silenzio di una fabbrica – cadenzato dal ritmo delle procedure che si susseguono senza ascoltarsi.

Studiare allevia tutto questo per un vecchio motivo culturale: la cultura nobilita. L’idea dello studioso chino sui libri dà un colpo di gomma alla diapositiva della scimmia. È una cazzata, e lo sappiamo, ma ci caschiamo.
Un’amica di Ashu, con geniale intuito, senza conoscermi mi ha definito una “porca sofista”. Ho detto ad Ashu di ficcarle la lingua in bocca da parte mia come complimento. Riesco a essere ciò che una “porca” è supposta essere anche se il mio interesse sessuale è spento. È un atteggiamento verso l’esterno. Deve essere una filosofia di vita, la filosofia di vita della parte più abietta del mio inconscio. Una mancanza di raffinatezza e delicatezza assoluta, che dà a tutto una forma nuda – mentre un’altra parte dell’inconscio riempie l’appena creato horror vacui con sofismi. Sono intellettualmente pornografica anziché erotica, con di sottofondo un complesso componimento barocco. Bleah. Datemi il mio pulpito-trogolo.

2 comments

  1. Tu ascolti i Megadeth, io mi sono votata a Schubert e ai suoi quartetti. Prova il numero 14, “Death and the maiden” – bellissimo *-*
    A me fa bene ascoltare musica complessa e suonata da un’intera orchestra – mi da` un’idea di ordine e armonia, che mi aiuta a tenere sotto controllo lo stress spesso eccessivo.

    Riguardo l’accidia – combattila.
    Però mi trovo d’accordo sull’angolo di mondo, sentito come necessità o forte desiderio. Anche a me piacerebbe trovare un posto mio, o sapere dove andare. Nel frattempo, faccio del mio meglio per mantenere tutte le porte aperte – e trovare le migliori opportunità per continuare a fare ciò che amo. Ho realizzato che studiare mi piace – molto. Anche più che insegnare, il che mi giunge nuovo.

    [Studiare allevia tutto questo per un vecchio motivo culturale: la cultura nobilita. L’idea dello studioso chino sui libri dà un colpo di gomma alla diapositiva della scimmia. È una cazzata, e lo sappiamo, ma ci caschiamo.]

    He he. Non va d’accordo con l’idea del pulpito-trogolo però.

    1. *ascolta Death and the Maiden*

      [A me fa bene ascoltare musica complessa e suonata da un’intera orchestra – mi da` un’idea di ordine e armonia, che mi aiuta a tenere sotto controllo lo stress spesso eccessivo.]
      A me di caos folle in cui nessuno vuole stare zitto, ma in qualche modo le urla stanno bene una di fianco all’altra.
      La classica è crudele.
      E mi piace.

      [Anche a me piacerebbe trovare un posto mio, o sapere dove andare.]
      Io parto dal presupposto che quel luogo non ci sia, perché nella mia testa non è (al momento concepito).
      Tu ce l’hai molto bene in testa, e da tempo, il problema ora è riconoscerlo al di fuori.

      [He he. Non va d’accordo con l’idea del pulpito-trogolo però.]
      Jan di Leida insegna che si può recitare la Bibbia da un pulpito alto abbastanza per farsi sentire da un’intera città, ed essere sarti e magnaccia senza cultura al contempo.
      Io lo amo.
      Ma per semplice simpatia, non per ammirazione.

Rispondi a alia_mimi Cancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...