Black&White&Red

Letto, caffè, sigarette e PC.
Vago mal di schiena dovuto a un revival grafico, vaga stanchezza.
Lunedì a Milano di nuovo grazie all’effetto flipper (vai nella segreteria A che ti manda alla segreteria B che ti rimanda alla segreteria A). Non solo non ho voglia di uscire di casa (la mia mancanza di voglia di solito inizia e finisce con quello; poi, una volta fuori, si va in automatico), ma non ho proprio voglia del treno e della città. La mia misantropia si stabilizza con una spossatezza svogliata – mancanza di curiosità quando cammino per strada, non guardarsi attorno, non interfacciarsi.
Sono stata felice, l’anno scorso, di frequentare.
Quest’anno sono felice di non poterlo fare per il primo semestre.
(Potrei; frequentando pochi corsi e senza avere certezza che siano quelli giusti – tutto viene rimandato al verdetto della commissione per la convalida esami.)
L’anno scorso – prima di Maletta – avevo una fiducia nell’umanità persa in qualche abisso (così mi si disse), ma la voglia di vivere l’università.
Maletta è rasata in chemio, l’anno scorso è stato una bella esperienza – ma mi ha chiarito le idee sull’atmosfera universitaria. Beh, a Mediazione credo le cose siano lievemente diverse. Meno studenti, indirizzo più "indirizzato". All’entrata, in bacheca, l’altro giorno era affisso un telo con scritto, in tutte le lingue lì studiate, un inno contro il razzismo. Puoi dirti: "Bei moti giovanili; chissà come saranno costoro tra dieci anni." Nel frattempo, è un buon inizio giornata.
Non avrei voglia di ri-ri-ricominciare l’approccio a un nuovo ambiente. Conoscere, farsi conoscere. Inquadrare, farsi inquadrare. Lasciare che le cose scorranno. Potrebbe esserci una seconda Maletta, ma al momento mi basta il tumore della prima.
Mi spiace, ecco, di non frequentare perché così mi perdo i docenti. Nei docenti si riassume il mio interesse per l’università: sono la cosa più preziosa che la Statale mi ha offerto. Ho rotto le palle a ognuno di loro, di modo che avessi un aneddoto con cui ricordarli.

A tal proposito, se lunedì non mi rispediscono per l’ennesima volta in un’ennesima segreteria, attenderò il pomeriggio per il ricevimento di Kokott. Ha avuto cura di ricordarmi le ultime tre volte che ci siamo visti che ha il ricevimento al lunedì, di andare a trovarlo se voglio. (Anche Di Venosa, tenera donna; ero in giro con kijomi quando c’era il suo ricevimento, l’ho portata a germanistica, ma non mi sembrava il caso di tediarla facendola assistere a dialoghi su "Wyrd" e "Heim".) L’ho incontrato in settimana, l’ho chiamato, si è voltato e fermato nell’esatto centro del camminamento e non si è più spostato di lì. Amo questo suo essere candidamente refrattario a ciò che lo circonda – eccettuando gli sguardi fatti per elargire battute. Ci è rimasto per i venti minuti di chiacchierata, che si sono conclusi su un discorso che andrebbe fatto sulle foreste germaniche, il gotico e il romanticismo. Ci avevo pensato dopo essere incappata in questa e questa immagine della Foresta Nera. Stavo chattando con norasblack, e sono rimasta a contemplare le foto. Non perché siano belle, o ritraggano qualcosa di bello. "Bello" è termine sminuente quando si parla di paesaggi, nonché inappropriato: un paesaggio comunica se stesso, ciò basta e avanza – basta e avanza a me, persona che stupisce sbarrando gli occhi se la si mette in una stanza nuova a dieci metri di distanza. Vaga sensibilità all’ambiente. Odore, colore, temperatura, umidità… Quelle foto mi hanno causato un flashback, che devo ancora riconoscere in tutte le sue sfaccettature. Vi rientrano Cappuccetto Rosso e la Guerra dei Trent’Anni, vi rientrano passaggi di letteratura tedesca letti, Genie goethiani e la parola Volk. Vi rientra un bel po’ di roba, insomma, tra cui molta che ancora non ha forma verbale.

Qualche tempo fa, Joglar mi ha chiamata. Dovevamo accordarci perché venisse qui. Doveva chiedermi una cosa per storia contemporanea. La cosa era:
"Non ho ben capito l’unificazione tedesca… Cioè, quando inizia? Quando finisce?"
"Mai e mai."
Era sulla Nonciclopedia, se non erro, che avevo trovato l’appunto per cui la Germania è uno dei pochi sfigati paesi ad avere un nome per la propria lingua (tedesco) che non c’entra nulla con il nome del Paese. Il problema è che la Germania – qualunque cosa sia – ha al suo interno la parola Deutsch (da cui "tedesco") come concetto di popolo dai tempi dei romani. E tra Imperi crollati, divisi, Riforme, Guerre dei Trent’Anni, Austria-Ungheria, Bismarck e due Guerre Mondiali, il Muro, il concetto è rimasto. (Ok, gli ebrei li hanno battuti: non avevano neanche una base geografica sommaria.)
Per una sradicata come me, che vegetando in questa zona del mondo dalla nascita continua a sentirsi stranger in a strange land questa è una bella fiaba. "Fiaba" nel senso che è difficile da concepire nella realtà. Sta nella fiction, dove la realtà si limita a quella inquadrata, e quindi una parte del mondo può essere il mondo per una trama. (Questo è il mio grande sogno erotico: svegliarmi in un’isola di 100 anime senza più memoria. Né Internet.)

Un po’ alla volta, tra l’altro, sto riprendendo i miei ritmi di studio. Il lavoro all’Acero è stato fatto, ora i ritmi sono lenti, quindi: una distrazione in meno. Ce ne sono sempre di distrazioni, devo solo ritrovare il ritmo – anche senza Tanz che urla al ritmo di un metronomo.
Il tedesco continua a sostituirsi tenacemente al lessico inglese ("I’ve got Fieber.") ma passerà (spero).
deacissy inizia un corso di tedesco, e le ho detto che sono a sua disposizione per fare conversazione. Potrebbe, in cambio, darmi le basi di francese – perché è il caso che io sappia il francese, e per un solo fottuto motivo: le ex colonie francesi. Della Francia in sé credo non potrebbe sbattermene di meno.
Ho riapprocciato il francese dopo 13 anni di vuoto quando Mr Pumpkin mi ha regalato un libro su Hauser in francese, io avevo ore di treno e nulla da leggere. Almeno so che riesco a capirlo abbastanza. Potrebbe essere sollevante studiare una lingua romanza: perlomeno non devo cambiare sistema logico. La fonetica è da suicidio, in compenso. E io penserò "mangiarane" a ogni parola (il che è scomodo: raddoppia le frasi).

A questo punto, avendo una base artistica infarcita fai-da-te di letteratura e misticismo vario che ammicca alla filosofia, sviluppata in grafica e già che c’ero HTML e CSS, proseguita sul curriculum linguistico senza alcuna base mentre già che c’ero mi appassionavo di storia e la filosofia fai-da-te finiva nel diritto – il tutto monitorato da una curiosità di base per l’antropologia che si è tramutata in sociologia della domenica, e assorbito nell’ottica di scriverne – potrei mettere come hobby l’ingegneria aerospaziale. La kabbalah no, già approcciata. Anzi, mi studierei l’ebraico. Già, perché so che dovrò studiare una lingua tra ebraico, russo, cinese e giapponese, e tutte mi ispirano e solo due hanno qualcosa in comune.
In realtà amo il tedesco per un motivo: discende dal norreno. E i norreni sono l’unico argomento che mi porto appresso da più di cinque anni, il che è un record che mi rassicura tanto. Col cazzo, che lo abbandono. Piuttosto ci collego il mondo intero. (E sto cercando di farlo.)
Ed è per colpa di quegli stronzi dei norreni che non ho smesso di aggiungere cose alla lista. Giusto per sentirmi una bugiarda quando la gente mi dice “Parlami di te.” e non c’è volta che io riesca a fare l’elenco completo. Da quando lessi che il capo clan erano quanto più tenuto in rispetto tante più disparate cose sapeva fare (dall’incidersi bassorilievi sullo scranno al saper fare imprenditoria, passando per la caccia al finnico), pensai: "Allora ha senso!".

A proposito di distrazioni e ottica multi-tag…

Due nuovi banner per l’Acero Rosso, con frase di Hesse ripresa in Utena:

Il St. Ahorn (ossia, il collegio dell’Acero Rosso):

(… L’ingegneria aerospaziale no, ma qualche base di fisica mi servirebbe. Giusto perché è la cosa per cui ero più negata – matematica e inglese a seguire.)

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