A.D.1629

Parigi, 1629

«Il fatto, amici miei, è che Calvino ha vinto. In un pugno di anni e con un pugno di uomini ha dimostrato che chi lavora e produce può strappare la gonnella non solo a Roma, ma anche a Parigi.»
Zacharie tiene il bicchiere con indice e pollice, facendolo oscillare come una campana. Il vino rosso rischia a ogni giro di trasbordare colando sulla tovaglia intonsa, e ciò gli vale l’attenzione della platea – seduta, a tavola, in attesa della cioccolata di fine pasto.
«Il Cardinale ha la gonnella ma non è ottuso quanto i giuristi sul soglio pontificio. La Francia non può sopravvivere al continente in guerra se deve mantenere i propri nobili.»
«Se è vedere nobili che zappano, quello che vuole…»
«Oh no, no, questo mai.» Il bicchiere viene portato alle labbra, un colpo di polso lo svuota tra le labbra secche. Qualche goccia sul mento, ma la tovaglia rimane intonsa. La tensione nella sala si allenta. «Ma i nobili inglesi sarebbero preferibili a Richelieu.»
«Ma sono inglesi…» commenta una donna con una smorfia, scrollandosi briciole di pane dalla manica.
«… E quindi abbastanza sgradevoli, concordo.» Gli occhi di Zacharie cadono sul bicchiere vuoto della commensale, con disappunto. Un gesto, e altro vino viene versato da un servo. Gli occhi del portoghese seguono lo zampillo vermiglio con voluttà, mentre la cioccolata viene servita. «Ma grazie a loro fra qualche anno la Corona si troverà in mano un impero di terre oltreoceano già costruito e amministrato.»
«Terre di selvaggi amministrati da barbari, volete dire.» ribatte la donna – ragazza, forse, sotto il belletto e oltre i vestiti che le danno la postura solenne di una Minerva. Svuota il proprio bicchiere con nonchalance, senza staccare gli occhi dalle pupille nere di Zacharie, che non riesce a trattenere ulteriore voluttà mentre il vino rende umidi gli occhi di lei. «Richelieu ci vuole schiavi e barbari?»
«Forse…» vagheggia il portoghese, arcuando le sopracciglia e scuotendo la testa. «O forse vuole abbastanza oro da rendere i barbari suoi schiavi.»
Qualcuno si schiarisce la voce, sonoramente. Risolini divertiti guardano Zacharie cessare di riversare il proprio spudorato interesse nel modo in cui il succo d’uva sta tingendo le gote della ragazza – donna, forse, dal modo con cui non si scompone.
«Ma non è forse vero…» comincia la voce, dopo essersi schiarita – voce di Monsieur Blériot, finanziere per il Re. «… Che i portoghesi sanno meglio di chiunque altro come piantar seme oltremare?»
«Se vi riferite a promiscui atti tra loro e gli indigeni, ne ho sentito dire.»
«Siete o non siete portoghese?»
«Faccenda spinosa, come forse devo aver già detto in questa o qualche altra sala…» Zacharie mescola il cioccolato fuso con il cucchiaio della minestra, girandolo sul proprio asse. Tipico dei nobili, trattare il cibo come se fosse un diversivo contro la noia. Anche in questo finge bene. «Prima che un francese decidesse che ero suo figlio, dovevo essere portoghese. Ma qualcuno bisbiglia ch’io sia spagnolo…» L’accenno zittisce una parte della tavolata, ma la provocazione non ha seguito. «Perché non indigeno?» La ragazza-donna ride a voce troppo alta. «E d’altro canto, se fossi per metà francese e per metà indigeno, come qualcuno potrebbe dire, la faccenda si farebbe ancor più spinosa. Darebbe agli indigeni una nobiltà per nascita.»
La tavolata si frammenta, tra risate e silenzi indignati.
Zacharie non è per metà indigeno – né per metà francese, in realtà. La pelle dorata, le sopracciglia folte e arcuate, gli occhi neri e le labbra colorite gli hanno fatto dare in fretta un’origine: “il Giovane Portoghese”. La pelle è però troppo abbronzata, quasi bruciata dal sole, come quella di un marinaio; il sopracciglio destro s’interrompe, la cicatrice che l’ha spezzato ormai scomparsa; gli occhi neri sono penetranti come quelli di un capitano iberico o di un mozzo curioso. Le labbra scure, infine, sono secche come se il sole avesse tratto loro ogni traccia di giovinezza ben prima che Zacharie de Noger raggiungesse gli attuali cinque lustri. O sei. I documenti dicono sei, lui non nega i cinque che gli vengono riconosciuti. Per alcuni ne ha trecentotrenta. Zacharie non nega nulla che possa aumentare l’alone di mistero che lo circonda.
Sarebbe un suicidio per i miei conti, Jules. Anzi, ogni volta che puoi, conferma e nega ogni cosa.
«Jules pare non convinto – è vero o no, Jules, che hai sempre una tua idea su tutto?»
Zacharie cede parola quando si è in alto mare. È questo ciò per cui gli servo: dare fondatezza dove non ha basi per parlare, fare da fondale quando rischia di toccare il fondo. E una serie di altre cose.
«Credo che si possano supporre assurdità per ore senza giungere a nulla, se si procede sulla base di assurdità.»
Zacharie annuisce, volto inclinato per tendere l’orecchio verso di me mentre ascolta. Annuisce per tutti.
«Jules è vero figlio dei filosofi francesi. Lo sei, Jules?» Gli sguardi si volgono all’unanimità nella mia direzione. Qualcuno si sente anche in dovere di rispondere, annuendo per me. «E quasi dimenticavo! Il nostro lavoro, Jules! Lo stavo dimenticando, come ho potuto…?! Non sarò indigeno, e non avrò quindi scuse… Nobiluomini, sant’uomini, nobildonne e sante donne – e anche chi tra voi alla santità sta lavorando – fatemi introdurre, vi prego…»
Mi congedo con un cenno del capo, ricambiato distrattamente da chi mi siede a fianco: il finanziere, la piccola e tonda moglie dalle gote rosee e tonde come i seni; un uomo dal volto allungato, vesti laiche, qual era il nome? Si accompagna a un uomo che porta il nome di una famiglia di banchieri fin troppo famosa per dimenticarla, non per confonderla con altre; di fianco a lui, un vescovo italiano, il cui nome fa rima con Piccolomini tanto quanto con “suini”, nella sua lingua – volti in processione, confusamente accomunati da gote rosse da vino di Madeira e cioccolato bollente. Ognuno di loro ha un ritratto appeso a un muro, da qualche parte.
«… Poiché voi sapete del nostro comune interesse per quell’uomo – che forse uomo non è più – che da qualche anno si sa girare per la Francia e non solo…»
Mi chiudo alle spalle la voce di Zacharie, spingendo la porta con malagrazia. Con grazia, viene fermata.
«Monsieur…»
Una donna – il cui nome ricordo per certo, benché al momento non riesca a formarsi per intero sulle mie labbra – scusa la propria inattesa presenza, scivolando in fretta oltre lo stretto spiraglio e zittendo l’eco della sala.
«Monsieur, vi spiacerebbe se v’accompagnassi per un tratto?»
Ha polsi sottili come germogli, il bacino stretto di un ragazzino. Le labbra sono così sottili, e chiare, da far dubitare siano mai sbocciate su quel volto affilato.
«Mi è stato detto, per certo, che voi avreste potuto ascoltarmi.»
«Se così è stato detto, sarà verità.»
Le indico il corridoio, che mi preceda.
«So che voi e monsieur de Noger non avete segreti, e parlare all’uno è come confidare un segreto all’altro.»
«Anche questo vi è stato detto?»
«Che…? Oh, sì, certo, come altro potrei esserne a conoscenza…?»
Monsieur de Noger è un mosaico di voci incrociate. Mano a mano che il disegno ha preso forma, i tasselli hanno cominciato a lanciarsi di propria volontà, dando vita a particolari, ricavando paesaggi da quelle che erano macchie di colore vuote per metà, scene epiche attorno a insulsi vuoti.
Se l’uomo non fosse in grado di affidarsi in ciò che egli stesso ha inventato, monsieur de Noger non sarebbe che una parete vuota.
«… So che è uomo di buone qualità, che all’occorrenza sa essere prodigo di consigli. Ed è proprio di un consiglio che necessiterei…»
«Consigli e gesti, madame. Quel che può servire, nei limiti del possibile.»
«Non sentitevi in dovere di sminuire…» sprona lei, quasi imbarazzata. Si ferma perché la guardi, mentre scuote la testa per tranquillizzarmi. «Monsieur de Noger sa fare cose che a malapena si potrebbe pensare di poter anche solo desiderare – e invece, il mio desiderio è così piccolo, così piccolo che dovrebbe essere dato a ogni donna…» Fatica a concludere. Gli occhi spenti non potrebbero essere più nudi, mentre li rivolge a me. Quale sia il suo desiderio, questa donna necessita prima di tutto di poterlo esprimere.
Non è merito della malizia se nel mio volto compare compassione. Né merito dell’arte dell’attore – che Zacharie cerca di estrarre da me come se la maschera fosse il vero dell’animo umano, l’unico vero degno di essere mostrato – se sospiro accondiscendente.
La colpa, se colpa è – e lo è, perché sarebbe meno crudele rivolgerle indifferenza – è della mia incapacità di vedere in questa donna una miserabile senza speranze. Miserabile lo è, o non rincorrerebbe le promesse vagheggiate che circondano monsieur de Noger. Riguardo alle sue speranze, adesso le deposita in me senza riserve.
«I miei figli se li prende il demonio.» dice, e le pozze grigie con cui mi fissa si fanno trasparenti come un lago. Acquose, come un lago. Cominciano a riversarsi sulle guance. «E si dica che monsieur è un demonio – se egli sa ridarmi i miei figli, per me sarà-»
«Vi prego.»
Non ho abbandonato Dio a sufficienza per sentire tali eresie.
«Vi prego di non continuare qui questo discorso, né altrove. Non scomodiamo il Demonio senza sapere di chi è colpa. Avete pazienza?»
«Ne ho avuta per quattro bambini, monsieur.»
«E fiducia?»
«Lo spero, monsieur.»
«Lasciatemi prendere quel che devo, e tornate in sala. Parlerò lui di voi questa notte, e domani recategli un invito. Non preoccupatevi di poterlo onorare, perché egli risponderà dicendosi impossibilitato, e v’inviterà a sua volta, sì che possiate spiegare lui quel che a me avete accennato.»
«Sì, monsieur. Ma come posso ringraziarvi?»
Oro. Ben accetti possedimenti e altri beni. Monsieur ha una lunga lista di modi con cui essere ringraziato.
«Ne parlerete con lui, sempre che egli possa aiutarvi.»
«Voi sapete già che può.»
«Alcuni segreti sono solo suoi.»
«Monsieur…»
«A me non dovete nulla. Vi prego di fare come ho detto.»
Il collo lungo si piega fino a che il viso non viene oscurato. Si congeda così, in silenzio, tornando in fretta alla sala. Il brusio scivola nel corridoio quando apre e chiude la porta, disfacendosi prima di arrivare a me.

[…]

Parigi, 1629

«… Ed ecco che l’Ebreo Errante soggiunge: “Un Re in Francia? Voi sbagliate, monsieur, in Cina dicono che la Francia è un feudo dell’Imperatore cinese.”»
«No, Jules, questa frase non è fatta per essere detta.»
Il mio sospiro fa tremare la penna, l’inchiostro gocciola sul foglio.
La parola “feudo” diventa uno scarafaggio schiacciato.
«Fammi pensare… Se io dicessi…»
Zacharie si alza in piedi sul letto, occhi chiusi. Inspira un corposo fiotto d’aria, espira lentamente:
«“Un Re in Francia? Eppure, monsieur… Eppure…” Eppure? “… Eppure, monsieur, quando l’Imperatore di Cina me ne parlò, mi disse che era…” No. Serve una domanda.»
«Domanda?»
«Domanda.»
«“Un Re in Francia? Eppure, monsieur, in Cina dicono che la Francia è un feudo.”»
«“Un feudo, monsieur?”»
«“Della Cina, monsieur.”»
La penna scivola sulla carta in fretta.
Inchiostro cinese morbido come panna, fogli come cotone.
Un anno fa avrei dato la camicia accettando di girare in stracci lungo la Senna, per una pila di questi.
«Non ha alcuna grazia.» commento, rileggendo.
«Né tropi né l’ombra di una diafora – o di una di quelle cose che ti ringrazio di saper maneggiare bene come io maneggio denaro.»
«Continuo a temere che non verrà ascoltato.»
«Non vengo io ascoltato, Jules?»
Balza giù dal letto come se saltasse sul ponte di una nave. Stessa risolutezza, braccia allargate per mantenere l’equilibrio.
Mi strappa il foglio di mano.
«Tu, Jules, scriveresti una cosa come… “Di un Re in Francia, si è parlato? Perché se così avessi sentito, cavaliere, mi troverei a essere come l’ambasciatore a cui vengono confidati due cuori, di dama entrambi, ma l’una…” Non mi ascolti?»
«Se è me che stai fingendo di essere, la parte è stata scritta dalla persona sbagliata.»
«E sia io ringraziato, se ti permetto di non parlare come vorresti. Ma continuiamo. Il vino?»


(Scrivere cose e dimenticarsi di averle scritte…)

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