Démos&Deĩmos.

Oggi ho avuto una strana esperienza, di quelle che fanno riflettere.
Non ero – e non sono – sicura di volerne scrivere, perché quando non sono certa di aver inquadrato una situazione e questa è ancora aperta è come se avessi timore di rilasciare “falsa testimonianza”, o “annacquare le prove”, o cose così.

L’esperienza è stata un diverbio, abbastanza acceso ma non troppo, su una parte dell’organizzazione del sistema di gioco dell’Acero. Ogni volta che esce un diverbio, ossia ogni volta che una mia scelta viene avversata e devo difenderla, la mia mente va alla ricerca dei motivi che mi hanno portato ad avere quella scelta. Perché, in realtà, nella maggior parte dei casi le mie scelte sono istintuali – e solo dopo prendono una forma logica. Il fatto che istinto e logica si compenetrino bene mi fa pensare di essere una persona istintivamente logica – o un’aspirante demagoga.
Quello che mi fa riflettere non è il diverbio in sé (diverbio composto da posizioni diverse per punti di vista e preferenze diverse, stop), ma la mia reazione quando – dopo serrata discussione – la controparte ha risolto chiudendo il dialogo e indicando il “democratico sondaggio” come soluzione.
Negli ultimi tempi ho analizzato a fondo la democrazia, imparando passo passo a non amarla più di tanto. Anzi, ad avversarla. Quando ho visto che, al posto del dialogo, veniva posta una scelta sulla maggioranza, è come se mi fossi trovata davanti a uno dei miei mostri. Ho avvertito in me indignazione, rabbia, anche un po’ paura.
La fine del dialogo era stata posta con un “Fate vobis”. Ho scritto:
Prima che io cerchi un pulpito da cui esporre una tesi per cui la democrazia nasca da un humus fatto di domande senza risposta e benedetto da un “Fate vobis”…
Frase molto da palco, ma oltre alla forma era anche il sunto del mio pensiero del momento. Devo avere seri problemi con la democrazia, molto seri. Tendo ad avere un approccio “guerrigliero” alle questioni che reputo importanti, facendo non poco da avvocato del diavolo, seguendo la concezione per cui un’idea è veramente valida solo se regge tutti gli attacchi che potrebbero essere portati. Ok, ottica da paranoica. Il problema prende forma se, dopo un po’ che si difende il diavolo, ci si dimentica quali erano i suoi lati negativi – e quali quelli positivi della controparte.

Successivamente, ho discusso con alcune delle parti del gran casino successo, e mi è stato fatto notare che il diverbio si è protratto troppo a lungo perché ce ne si potesse cavare qualcosa a mente non lucida. Mente non lucida?
Mentre il diverbio proseguiva, ho pensato che la controparte si stava stressando, e io no. Conosco la controparte e conosco me; conosco soprattutto me. Prima che uno scambio portato avanti per logiche, confutazioni, proposte e avvocati del diavolo, mi stufi, devono passare giorni. Non mi stressa il dialogo serrato e aggressivo.
Mi è tornato in mente mio padre, quel folle che quando io avevo 7 anni discuteva con me come se ne avessi 17. Ricordo discussioni lunghe ore su questioni come “Se un albero cade ma nessuno lo vede/sente cadere, l’albero è caduto?”, ricordo discussioni terminate con una Me che con le mani nei capelli urlava “Non è vero!” perché non era in grado di ribattere con retorica le paterne affermazioni. Il padre di anni ne aveva qualche manciata in più, più un liceo classico alle spalle, ma per Me a 7 anni questo non giustificava un mio fallimento.
Devo molto, a mio padre, per ciò che concerne logica e retorica. Un uomo incapace di condurre un discorso che non sia saldamente retto da ragioni razionali. Ho avuto anche una madre, per fortuna, che è l’esatto opposto – ho imparato a comprendere i discorsi irrazionali, ma mai a dare loro legittimità nelle questioni importanti.
Durante il diverbio con la controparte, ho pensato: non è equo. Non era equo perché per me discutere come se ci si stesse per scannare non è stressante, e perché lo stress destabilizza.
Quando la votazione è stata aperta a mo’ di sondaggio, ho notato piccole cose. Le noto meglio adesso. Ho notato quei piccoli dettagli non curati che una persona si lascia sfuggire quando non calcola freddamente. Imprecisioni da stress. Tutto-maiuscolo da esasperazione. A volte una scelta di termini può darti la vittoria – il mondo è vanitas, sì. Ma neanche io, a quel punto, ero a mente lucida (il mostro del sondaggio democratico mi aveva appena fatto “buh!”), non abbastanza da rendermi conto che la mancanza di dettagli e precisione era tale da far malintendere il sondaggio stesso del tutto. Le persone hanno votato tra tre scelte pensando che le tre scelte fossero altre tre cose. Io ho letto le parole di quel sondaggio sapendo qual era il fulcro centrale, e lo sapevo esclusivamente grazie al diverbio serrato con la controparte. Il diverbio ha richiesto la totale attenzione di me e della controparte, non giustamente di chi leggeva e basta. Così serrato, pare, che nessuno ci ha capito una sega. Viene da chiedersi, a questo punto: non è che non ci ho capito una sega neanche io? (Sarebbe una bella barzelletta per chiudere il tutto.)

Mi terrorizzano i discorsi che vengono chiusi. Mi terrorizza la chiusura del dialogo, per quanto snervante e convoluto e feroce possa essere.
Mi spaventa l’ipotesi che vede la controparte collegarsi, andare al sondaggio, leggere i commenti, e rendersi conto di essere stata travisata. Questo causerà altro stress. Lo stress porta al rifiuto dell’oggetto che crea stress, il rifiuto porta a chiusura. E a me la chiusura non piace. A volte, quando qualcuno si “chiude” adducendo come spiegazione un motivo irrazionale, sento qualcosa dentro di me dire: “Non vale.” E pensare ciò è irrazionale, perché tutti abbiamo motivazioni irrazionali, quindi convivo con un paradosso.

Il mio deviato intelletto mi ripete che dovrò tacciare di pavida democrazia la controparte per avermi voluto liquidare con un sondaggio dopo aver chiuso la discussione. Chiamo “deviato” il mio intelletto perché non avrei voglia di fare ciò, perché odio creare tensioni reali, o assecondarle, ma un’altra parte del mio deviato intelletto (deve essere Tanz; anche lui odia la democrazia) mi dice che non sarebbe bene far credere a qualcuno di poter liquidare la sottoscritta mozzando un discorso, e appellarsi alla “brava democrazia” come soluzione per una “brava giustizia”.

Vedere il mostro democratico mi ha stressato. Lo stress mi ha causato nausea. La nausea mi ha fatto dire: “Guarda altrove.” Mi è stato fatto notare che vedo le cose in bianco e nero: o “sì” o “no”. Mi è stato sovente fatto notare che non so accettare compromessi. Due giorni fa Fra mi ha detto che non potrebbe mai portarmi a casa sua, dove c’è sua madre, perché non ho filtro.
Sarei stupida, più che ipocrita, nel dire che non è vero che non amo i compromessi. Mi pesa meno levarmi da un forum per cui ho speso due settimane di lavoro intenso piuttosto che starvi accettando un compromesso per una questione per me importante e accettando per inerzia che sia “valido” chiudere un discorso e dare la scelta in pasto al voto anonimo. Sono due questioni scisse, e lavoro per mantenerle tali.
Quando ho pensato “mi tolgo politically correct” ho sentito una specie di sospiro di sollievo in me. In parte era la mia coscienza, che mi diceva: “Avrai tempo per studiare.” In parte era la mia incapacità di scendere a compromessi, che fa sì che per me il compromesso mal digerito sia una specie di immane peso sulla nuca. Mi ha però stupito, e fatto riflettere, il contemporaneo dispiacere. Vero dispiacere. Non dispiacere per cinque minuti fino al prossimo stimolo. Mi ha stupito perché non mi accadeva da tanto – è stato come se… Come se mi bruciasse l’abbandonare un mio progetto, e l’aver fallito, e il privarmi di una fonte di divertimento. Al dispiacermi per aver fallito ci arrivo, so cosa significa – le altre due mi mancavano. Ho provato la sensazione che si prova quando si vuole andare al ballo e non si può.
Il mio deviato intelletto, in cui Tanz ancora risiede in parte, mi ha fatto reagire nel seguente modo: ho aperto il libro di Diritto Internazionale e ho lasciato che nozioni varie mi colmassero placidamente la mente. Sanno farlo così bene, sapete… Il segreto del misantropo è la simpatia che ha per cose che non siano viventi. Si diventa un po’ più indipendenti dal consorzio umano perché si hanno commerci con un altro genere di cose.
Osservo a posteriori il gran putiferio, e il mio deviato ma placido intelletto mi fa sorridere. I diverbi, visti da fuori, hanno sempre un che di interessante quanto ridicolo. Sono felice di riuscire a ridere di me senza affossarmi, una volta non ne sarei stata capace. Ma forse “felice” non è il termine esatto… “Rincuorata”, forse? È confortante. È come se avessi sempre qualcuno a casa ad aspettarmi: Me. Il contro è che quel ruolo è già occupato, e quindi non posso godere di altre persone in quel posto – e in effetti questo è un compromesso, tra me e me. Ce ne sono altri, di compromessi, tra me e il mondo – il mondo inteso come globalità indifferenziata, che prescinde dal singolo individuo. Qualcosa che mi rende così continuativamente occupata a gestire i miei diritti e doveri nei confronti de “il mondo”, che non c’è spazio per diritti e doveri assoluti nei confronti del singolo. Potrei dire: erga omnes che non concede spazio a contratti bilaterali – questo è il libro di Diritto Internazionale. Leggo quel saggio, e altri saggi che di massimi sistemi trattano, come altre persone leggono trattati di psicologia fai-da-te. Mi immedesimo in tutto, l’ho mai detto? Carta delle Nazioni Unite compresa.

Il mio problema con la democrazia è il seguente: non tollero in modo idiosincrasico che qualcuno avanzi un modus operandi democratico nei miei confronti dicendosi di diritto nel giusto, ma chiunque sia questo qualcuno sarà per legge nel giusto nella maggior parte del mondo occidentale.
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
Non è un problema da poco.

8 comments

  1. Il problema con la democrazia è semplicemente che questa non è un sistema giusto.
    Il problema con le altre forme di governo è che neanche queste possone essere definite tali.
    Tutto sta, oggi, nel cercare la forma che meno disturba/distrugge la maggioranza.
    Lo so, parlare della maggioranza è come parlare di niente, semplicemente perché nella maggior parte dei casi si sente di avere palesemente ragione e si è pronti a discuterne. Argomentazione su argomentazione. Punto su punto.
    Socrate è stato un buon maestro e i sofisti hanno dato la dimostrazione finale di come si potesse sostenere in tutto e per tutto le proprie ragioni, siano esse anche irrazionali, con la scelta accurata delle parole.
    Il fatto è che l’uomo, per sua natura, è un animale sociale e siamo costretti a vivere in gruppo per la nostra sopravvivenza. E, a meno di una monarchia illuminata (e io non auspicherei mai il governo univoco di qualcuno che non sia io stesso), dobbiamo accontentarci della democrazia.
    Un saluto.
    Uff_San

    1. [Il problema con la democrazia è semplicemente che questa non è un sistema giusto.]
      Un sistema non è giusto o sbagliato finché non lo applichi.
      In astratto sono tutti sistemi.
      Platone ha scritto una cosa chiamata “Repubblica”. Io vivo in una “Repubblica”. Quella di Platone mi ispira tantissimo, questa… Beh…

      La democrazia accontenta la maggioranza numerica della popolazione, non la maggior parte dell’animo dell’uomo. Dà alla maggioranza diritto politico, ma non include in questo diritto (sistematicamente) una più ampia libertà (abbiamo più diritti di quanti se ne avessero 400 anni fa, ma anche più doveri; non è una singola persona a giudicarci, ma un sistema strutturato).
      Puoi fare felice anche la collettività, non solo la maggioranza, se li droghi tutti: questa si chiama “soluzione”? Eppure adempirebbe allo scopo. E quel che accade non è per molti versi diverso: non puoi pretendere che tutti la pensino allo stesso modo, quindi devi incanalare il pensiero in certi standard. No, non è una visione cospirazionista. Quattrocento anni fa una mente umana veniva formata dall’incosciente piccolo gruppo culturale di cui faceva parte: ora la comunicazione del messaggio è una scienza (attuata coscientemente), in mano a qualcuno. No, non in gruppo a un fantomatico e massonico gruppo elitario, ma semplicemente: in mano non alla maggioranza ma solo ad alcuni membri della maggioranza. Governo del popolo? Prima il popolo dovrebbe saper governare la propria mente.
      Però, con la nostra democrazia attuale, tutti possiamo dire:
      “Ma io ho diritto di voto. Ho diritti pari ai diritti di chiunque altro. Ho diritto a.”
      Dì a qualcuno che gli levi un diritto formale tra i tanti che ha, sia pure quello di fare la coda con tutti gli altri: vedrai il suo ardente spirito democratico reclamare giustizia. Cosa fa quest’individuo per meritarsi questo diritto? Gli è stato forse richiesto di avere altruismo sociale? Di dimostrare sensibilità per i suoi simili? Di fare una delle qualsiasi cose che rendono “politica” un’azione anziché “personale&egoistica”? Gli è forse richiesto di saper spiegare cosa sia una democrazia, cosa un’oligarchia, cosa una dittatura? No, gli è concesso (virtualmente) di accedere a queste nozioni – se vuole, può andare a cercarsele come tutti gli altri. Ma costui può benissimo non sapere neanche cosa sia, la politica, e cosa la distingua dal “faccio quel cazzo che mi pare e una volta ogni tot vado in un posto e metto una croce a caso”; ciò nonostante, ha diritto di parola in politica.
      Esistono già dei sistemi per valutare almeno in minima parte se una persona abbia delle basi in ambito politico. A scuola si fa “diritto”, e ci sono delle verifiche. La società ha già deciso cosa distingua un individuo che conosce la base dal diritto da un individuo che non la conosce. Non si permette al primo coglione di fare leggi. Ciò nonostante, non è obbligatorio lo studio del diritto. Liceo artistico: non sempre diritto. Scuola professionale: non sempre diritto. E una persona può essere bocciata senza aver mai passato una verifica di diritto ma avere abbastanza anni da poter smettere di studiare.
      (Interessante questa democratica e moderna faccenda per cui la libera società obbliga allo studio a livello quantitativo di anni, ma non pretende che l’individuo abbia fruito dello studio a livello qualitativo per renderlo cittadino. Libertà? Se tutti in Italia sappiamo che la Rivoluzione Francese è nel 1789 non è perché siamo liberi, ma perché ce l’hanno ripetuto seimilacinquecento volte.)

      1. La maggioranza è indistruttibile, perché ce n’è sempre una. Cambiano le idee, ma ci sarà sempre una maggioranza.
        Il nemico della maggioranza sta nelle minoranze: queste vengono dissolte. Ogni governo ha i suoi nemici, la democrazia ha un nemico numericamente minore: coscienza meno pesante.
        Durante il nazionalsocialismo è stata la maggioranza a permettere (non ad attuare, ma a permettere, passo egualmente indispensabile) il (tentato) genocidio di una minoranza.
        Oggi le società democratiche non infilano gruppi etnici/religiosi in fila verso il macello, ma ci sono parti del mondo che vengono riconosciute con “Terzo Mondo” che non hanno meno vittime. Sempre poche sono le persone che attuano coscientemente l’ingiustizia, ma sono le società democratiche a permettere che venga attuata. E me, te, noi.

        [Il fatto è che l’uomo, per sua natura, è un animale sociale e siamo costretti a vivere in gruppo per la nostra sopravvivenza. E, a meno di una monarchia illuminata (e io non auspicherei mai il governo univoco di qualcuno che non sia io stesso), dobbiamo accontentarci della democrazia.]
        Una volta parlavo con una tizia russa che ha detto una cosa bellissima quanto banale:
        “La Russia è una bestia troppo grossa per una democrazia. Che poi debbano essere rispettati i diritti umani è un fatto a parte che trovo fondamentale, ma che non coincide con la parola ‘democrazia’. Sono due cose diverse.”
        Perché, visione Occidente-centrica a parte, il mondo non è democratico. E non credo che il mondo sia “giusto” solo se c’è democrazia. Credo che il mondo sia giusto là dove si cerca di capire cosa sia la giustizia e come renderla in fatti.
        Facile e bello dire: “Siamo arrivati alla massima soluzione ottimale, che ovviamente come ogni cosa ha i suoi difetti. Ora possiamo poggiate il culo da qualche parte. È brutto doversi accontentare, ma così va la vita. Whatever.”

        (P.S. Chi sei? :P)

        1. (È uno di quelli che mi porto appresso quando ho voglia di sedare momentaneamente le manie di superiorità.)
          (E non risponde perché è tragicamente senza connessione, parlando da persona informata dei fatti.)

        2. Trovo nel tuo discorso svariati punti su cui mi trovo d’accordo, ma il problema, in questi casi, è sempre uno solo.
          È facile e bello, forse, dire di accontentarsi (e io non l’ho mai fatto), ma mi pare altrettanto facile e bello (ma anche sterile) attaccare senza proporre soluzioni alternative.
          Per il resto, siamo uomini.
          Forse è vero che la giustizia esiste solo là dove si cerca di capire cosa essa sia e di renderla in fatti, ma questa è un’utopia, e come tale non è né più né meno dell’utopia democratica, cioè quella di un popolo che si sappia autogovernare in maniera del tutto e completamente giusta.
          Non so che altro dire.
          La democrazia, certamente, non è giusta nel senso stretto del termine. Tu riesci a proporre qualcosa che la superi in questo campo?
          Un saluto.
          Uff_San

        3. [È facile e bello, forse, dire di accontentarsi (e io non l’ho mai fatto), ma mi pare altrettanto facile e bello (ma anche sterile) attaccare senza proporre soluzioni alternative.]
          Qualche giorno fa, in università, aspettando Kijomi, mi placca il classico tizio appostato nella sede centrale (ce ne sono almeno sempre due) e mi dice:
          “Tilascioquestovolantino.Èperunincontrodovesispiegailpensieromarxista.”
          (Parlano in fretta prima che la gente scappi.)
          Dato che tanto dovevo aspettare Kijomi, non sono fuggita e gli ho risposto, abbiamo parlato, la mia conclusione era:
          “Il Marxismo mi interessa. [Come molte altre cose.] E mi piacerebbe approfondire. Ma prima di agire, unendomi a un gruppo, vorrei avere le idee chiare e sapere cosa proporre in grande.”

          Non ho UN sistema da proporre, no. A volte, pensando o osservando realtà diverse, mi vengono in mente piccole soluzioni. La maggior parte delle volte però accade questo:

          “Sono stata a Ismaning e ho mangiato dei buonissimi pomodori. I pomodori non erano buonissimi perché la Germania abbia di per sé buonissimi pomodori, ma perché erano stati appena raccolti dal campo di fianco. Funziona così: tu vai nel campo incustodito, raccogli i pomodori che ti servono, lasci un quantitativo in denaro corrispondete. E hai pomodori freschi.”
          Tu sai, vero, cosa accade in Italia se si applica questa cosa…?
          Questo, IMHO, non perché l’Italia sia brutta e cattiva, ma perché ha una concezione diversa. La concezione non la cambi cambiando il sistema o calandolo dall’alto.
          IMHO, se semplicemente ogni persona, quotidianamente, sorridesse al prossimo anziché cercare di fottergli il posto in fila, tutto cambierebbe.
          Io applico quel che penso, ogni giorno e ogni secondo. Spero che il pensare e l’interrogarmi mi offra prospettive sempre più ampie, una soluzione sempre più applicabile, ma come diffondere quel che penso? Non faccio leggi. E se pur le facessi, queste non cambierebbero la concezione (non per forza, perlomeno). Studio per arrivare ai fulcri dove queste leggi vengono create e applicate, ma nel frattempo che modo ho diffondere pensiero?

        4. Pubblicità progresso: ogni giorno le multinazionali, tramite la tecnica dell’appalto, portano persone a vivere e lavorare in condizioni subumane da qualche parte nel mondo sgravandosi delle responsabilità legali.
          Ho una soluzione, che salvi l’attuale economia?
          No.
          Questo mi basta a dire “whatever” e passare le mie giornate rincoglionendomi con hobby?
          Personalmente, no.
          Non finché giovo di questo sistema. Non finché questa economia aiuta anche il mio culo a stare comodo.
          Potrei, nel frattempo, come alcuni fanno, evitare di comprare i prodotti di alcune multinazionali. Per sapere quali prodotti non comprare, devo informarmi. Per sapere che questo accade, purtroppo, qualcuno deve farmelo sapere, perché non c’è scritto sull’etichetta dei prodotti.

          In giro per strada trovi cartelloni pubblicitari, non la frase: “L’attuale sistema di leggi internazionale, quello che permette alla società occidentale un ‘noi moderno sistema civilizzato occidentale’, è stato formato con un organo con a capo gli USA, e gli USA sono già andati contro le leggi di questo organo.”

          Ho, a 23 anni, ideato un nuovo organo internazionale che prenda il posto dell’ONU? Una soluzione all’attuale politica economica mondiale? Una alla democrazia attuale?
          No.
          Se sto zitta e tutti stiamo zitti, c’è una possibilità che i lati negativi di questo vengano risolti?
          Rispondi tu.

          Nel frattempo, nel mio quotidiano, applico ciò che penso. Ci sono cose di cui non mi rendo conto, quindi probabilmente le porto avanti anche se sarebbero sbagliate dal mio punto di vista. Se lo scoprissi, per come sono fatta io, dovrei smettere di farle e trovare una soluzione nel mio piccolo, cosa che ho già fatto per tante altre.
          (N.B.: Per “soluzione nel mio piccolo” non intendo “qualcosa che mi faccia vivere meglio” ma “qualcosa che applicherei in grande perché credo che funzioni”.)
          Non è detto che chiunque ragioni come me, anzi. Il “whatever” è questo: “So ma… Tanto non ci posso fare nulla.”
          Come se le leggi, i sistemi, le politiche e le economie non fossero fatte da esseri umani.

          (Cmq… piacere. :P)

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