Autunno.

Ciao, Autunno.

Questa mattina l’aria era fredda sulle gambe. Non me l’aspettavo, e dalla sorpresa non sono riuscita ad avere freddo; l’ho solo sentito.
Non ho voglia di fronteggiare questo compagno di passeggiate fatto di vento, pioggia sottile e umidità in agguato. Non amo questa stagione perché è fatale e inarrestabile: lentamente tutto muore, e si può solo aspettare. Ci si può solo coprire, solo attenuare. Il mondo perde d’attrattiva, e per trovarvene devo applicare immagini aggiunte – i miei desideri e le mie aspettative si sviluppano in volute barocche.
L’autunno è la stagione del the caldo e dei vecchi edifici da visitare, che consolino un po’ lo sguardo. È la stagione del pianificare perché c’è poco, oltre la finestra, che abbia ancora di che vivere. Stagione speculativa, in cui ogni passeggiata sa di ultima passeggiata prima del grande freddo.
Non amo coprirmi. La scimmia che sono ama stare quanto più nuda possibile, sì che la pelle respiri. Ama stare nell’acqua e poi sotto il sole cocente, in rapida alternanza.
L’attrattività dell’autunno è fatta di coperte aggiunte per non avere freddo. In ciò, L’Acero Rosso mi sembra un inizio adatto. Le sue radici sono abbastanza corrotte perché l’opera ultima sia attraente – fascino del barocco, le cui vittime sono le vittime dell’horror vacuidatemi qualsiasi cosa possa riempire il vuoto.
Il mio carattere, in autunno, vira all’introversione, mentre si ricama la facciata. Stagione paracula, l’autunno, in cui si possono coprire le proprie nudità. (Odio coprire le mie nudità, soprattutto perché poi ci prendo gusto.)

Ho buttato giù una piccola intro sia per Moebius che per tale Calista Vidal – sottotitolo: ho trovato un volto per il personaggio femminile – nota a margine: l’ho trovato ed è passato sotto photoshop.
Avevo indetto un democratico sondaggio (giusto per fingere di essere democratica) per scegliere in quale tempo verbale impostare la scrittura, se al presente o al passato; ha vinto il passato, complicandomi immensamente le cose. Dovrò nuovamente imparare a gestire tutti i tempi al passato. In teoria il remoto offre grande fatalità&dinamicità: devo solo re-imparare a mettere in pratica.


Il mondo di Calista divenne quello che è oggi quando – un giorno come questo – un’auto la lasciò davanti al cancello della scuola, sola.
Allora, a differenza di di quest’oggi, le cose nella sua testa erano troppo confuse, eppur nette nei loro incontrollabili estremi, per poter essere comprese.
Un bambino è troppo ingenuo per comprendere l’atrocità della fanciullezza.
Quel giorno Calista cercò di dimenticare di essere ciò che era. Si disse – mentre metteva i piedi uno davanti all’altro sperando che il sentiero le si disegnasse davanti – che se fosse stata una maestra non ci sarebbe stato niente di strano nell’essere lì da sola. Anzi, sarebbe stato normale – e all’improvviso i maestri le apparirono insopportabilmente soli.
Quest’oggi, dopo essere scesa dall’auto, Calista si chiuse la portiera dietro salutando il taxista. Si voltò, e seguì il sentiero ormai da tempo chiaramente disegnato davanti a lei, dirigendosi verso la scalinata in marmo che risaliva lungo la collina.
Aveva imparato, con il tempo, ad apprezzare il silenzio con cui una semplice sequenza di scalini sa essere accogliente. Le perfette proporzioni dell’architettura del collegio le garantivano un’armonia interiore, inscalfibile come il marmo può essere.
Osservò i tetti dei dormitori spuntare di passo in passo mentre saliva, simmetrici nel cielo; assottigliò gli occhi cercando di intravedere i dettagli delle finestre, gli stucchi su ogni piano, poi il riflesso delle vetrate dell’edificio del Consiglio studentesco la accecò per un istante; non rallentò mentre la vista si riabituava man mano, rubando i contorni del vecchio refettorio, il cui tetto faceva intravedere appena la cupola dell’osservatorio, là, sulla punta della collina, prima del mare.
A fine scalinata, prima di poter riconoscere un qualsiasi volto noto, lasciò che lo sguardo vagasse per la perfetta pianta del St. Ahorn, ora ricolma di sagome umane in movimento, scandite dalle aiuole e dalle entrate, affacciate sui balconi appena sporgenti, radunate lì, e lì e lì – negli esatti punti dettati dall’architettura, senza disarmonia.


(Per chi nell’Acero giocasse: questa è roba non ufficiale, che potrebbe essere cambiata totalmente come cestinata.)
(Sono fottutamente seriosa al passato, eh?)
La frase in grassetto non è in grassetto perché sia bella, ma perché riassume un pensiero che mi gira per la testa da qualche tempo. Non ricordo quale opera di fiction fu responsabile del farmi pensare:
“Non posso invecchiare i personaggi mano a mano che invecchio io: devo trovare un’età che sia microcosmo della vita intera.”
Non ho trovato un’età sola, ma un indice di corrispondenza direttamente proporzionale a mano a mano che si arriva al giorno di nascita.
La fiction ha in sé uno strano meccanismo, che ancora non so dire (ho ventritré anni, e la mia sola vita) quanto sia verosimile: da una certa età in poi i personaggi non sono più modellabili. Modellarli equivale o allo shockarli o al rivelare che la loro vera indole era tutt’altra rispetto a quella mostrata fino a quel punto. Cosa scomoda. Si finisce col concludere che un personaggio può mutare, nella maturità, solo rispetto al proprio passato – siamo tutti stupendamente unici, no?
A livello personale ciò mi angoscia (odio l’impotenza, e il pensare che in me ci sono cose fondamentali che – se cambiassero – mi renderebbero non-più-me come persona che così si percepisce), a livello di fiction mi porta sempre più a scrivere una doppia storia dei personaggi (o tripla): quella del loro presente e quella della loro formazione, del come il mondo li abbia resi ciò che sono.
Oggi, chattando con Phiria, e parlando della trilogia di cui fa parte il film linkato nel precedente post, mi ha detto che questa è triste perché non ci sono cattivi. Come nella realtà, le ho detto – non c’è umana mente che io non cerchi di capire e ridurre ai minimi termini, per poi capire cosa l’abbia resa ciò che è.
Con l’Acero dovrò scrivere di ragazzini. Un essere umano dai 15 ai 19 anni per me è un ragazzino, ossia un mondo a parte chiuso alle spalle. Ho difficoltà ad avere a che fare con persone molto più piccole di me – e i bambini ne sono esempio massimo – perché: sono stupidi, non capiscono, non hanno coscienza di sé. Mi toccherà capirli di nuovo, perché mi sono convinta che un’adolescenza possa essere un’area abbastanza indefinita da essere abbastanza ampia da rappresentare un mondo intero. Se così non fosse, non avrei scelto uno snob collegio del cazzo da tipica tradizione estetizzante. Voglio indagare come la differenza tra due ragazzini di stesso ceto e cultura possa essere, per loro, profonda e insondabile quanto la differenza tra un cinese maschio adulto e un texano maschio adulto che non sono mai usciti dal paesino in cui vivono.
Ho ricordi confusi della mia adolescenza, e non perché siano passati decenni, ma perché sono una mente invasata tendenzialmente fanatica che gioca con i pezzi che la compongono, censurandone alcuni senza rendermene conto. Nella mia adolescenza la mappa mentale del mondo, visto da me, è stata sconfinata (tanta fantasia e immedesimazione) – se così non fosse, non avrei la fame di cose e il terrore della reiterazione nella quotidianità che ho.
Ogni volta che, oggi, qualcosa di nuovo si mostra e si ficca senza preavviso nella mia mappa mentale sono felice. Mi sento viva, perché ignorante. Il mondo si apre di nuovo. Morirò quando saprò tutto o quando crederò di sapere tutto quel che serve. Questo gioco di ruolo dovrebbe darmi qualche input, a proposito – se non lo facesse, starei perdendo tempo, e non è cosa che mi piaccia fare.

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