You say you want a revolution…

Di solito, per farmi il mal di testa, ho due soluzioni: bere caffè e cantare.

Mi ha contattato un amico di Richard – Richard, mezzo italiano e mezzo francese cresciuto in Bolivia.
L’amico di Richard, Antonio, scrive:

I might just quit my job and go to Italy 4 one year to study a master.

Poi scrive:

Take care.. we`re just about to have a civil war tomorrow or during the weekend… because of that we got evacuated from the office and will not be coming back till monday… that means spendind the day at the swimming pool instead of working 🙂 sometimes I get to like this crap politicians 🙂

Allora io cerco info online sull’attuale condizione in Bolivia e scopro:

The main city La Paz has seen violent clashes between security forces and protesters calling for economic reform and more rights for indigenous people.

Quel che so della Bolivia oggi si limita a ciò che Richard me ne raccontò – netta divisione tra ricchi e poveri, praticamente coincidente con quella bianchi-autoctoni.
Leggo il poco radical-chic commento di Antonio, e penso: come si fa a dire che una qualsiasi cosa su un qualsiasi quadrato di terra su questo mondo non ci riguarda, se con un aereo e il giusto passaporto si può arrivare dove si vuole, e fuggire da dove si vuole?
Antonio mi chiede:

Is Leco a good place lo live???

Beh… Non ci sono guerre civili né disordini sociali. I padri non mandano i figli di sette anni a fare arti marziali perché possano poi difendersi (vedi Richard), ma la domanda è aperta a diverse risposte. Io Lecco la brucerei, ma forse proprio perché non ha guerre civili e se ne sbatte di quelle altrui vivendo in pace. Tutto è molto soggettivo.

Scendo in strada per portare fuori il cane, svolto l’angolo e saluto la proprietaria cinese del cinese negozio. Entro al bar a comprare le sigarette e ci sono quattro clienti: quattro nazionalità e culture diverse. Torno a casa, e salendo le scale saluto il condomino al primo piano, senegalese (un gran bel pezzo di senegalese, tra l’altro, vorrei incontrarlo più spesso).
Entro in casa, chiudo la porta, e penso che tengo a questo quartiere fatto di sei palazzi, con il lago davanti, la montagna dietro, che fa territorio a sé. Lecco è una città piccola, borghesia ricca, la gente si chiude sempre più in casa e nei locali costosi per evitare di incontrare non-italiani. (Si sa, lo straniero porta Il Male.) Il quartiere in cui vivo è un’eccezione: ci abita di tutto, dalla vecchietta che parla solo dialetto locale all’aitante condomino di cui sopra, ed essendo piccolo alla fine la gente socializza e ci si conosce tutti.
La maggior parte delle persone che conosco credo pensi che i cinesi siano un popolo addetto alla vendita, che si riproducono tramite spore e che non esistono al di fuori del rapporto venditore-cliente. Mi ricordo il commento di mia sorella, milanese, per cui i cinesi ai suoi occhi erano asessuati. Immagino adesso sarebbero asessuati e cattivi, perché fanno Il Male al Tibet e invadono il mercato. Diverse persone mi dicono: “I cinesi non socializzano.” Io amo essere l’eccezione vivente, si sa, e sono l’unica a cui al ristorante cinese d’asporto un camerieri chiede cosa stia leggendo, tanto per chiacchierare. (Gli esempi con i senegalesi non valgono: è appurato che se c’è un senegalese nel raggio di cinquecento metri si metterà a chiacchierare con me.)
Sono una ragazza nata nel 1985, cresciuta a TV e Internet come tutti. Siamo abituati ad avere il mondo in mano, sia un telecomando o un mouse, a conoscere tutto virtualmente. È la storia di Siddharta: quando vedi che oltre le porte non c’è un mondo, ma migliaia e migliaia di universi, come puoi segregarti di tua volontà? Per me una serata è degna di essere ricordata se vi ho incontrato culture e mentalità diverse, qualcuno che mi abbia raccontato il mondo da un diverso punto di vista – altrimenti, è la morte.
Ieri sera, andando in cucina per il mio ennesimo caffè, ho sentito alla TV una frase che parlava dei “cittadini padani”. Non avrei nulla contro i “cittadini padani”, se questo concetto non fosse più o meno intrinsecamente collegato con la volontà di sbattere fuori chi non è considerabile “cittadino padano”. Nulla contro i “cittadini padani”, se un nostro politico non si facesse registrare mentre dice che i “padani” sono pronti a scendere con i fucili. (Il nazionalismo micro-dotato della Padania.) Me ne sono sempre sbattuta della politica italiana, e continuo a sbattermene meravigliosamente, ma l’idea che qualcuno possa cominciare a rompere i coglioni al mio microscopico quartiere multietnico mi fa incazzare. L’idea che qualcuno, per realizzare i propri sogni, possa sostituirmi il quartiere con una fauna tutta di “cittadini padani” o soli italiani mi fa venire voglia di confermare la mia “cittadinanza padana” acquistando un fucile. E poi, diciamocelo, il “cittadino padano” medio è basso, brutto, dal fisico molle, peloso ma stempiato. La versione al femminile è meno pelosa perché si depila quotidianamente guardando male il mondo che la costringe a fare ciò, ed è sovente diventata frigida come controindicazione dell’anoressia o della bulimia.
La coesistenza con il “diverso” ha una splendida qualità: impedisce di dare giudizi saldi (idealmente – in realtà tende a far dare saldamente giudizi) e costringe a una certa umiltà e a porre domande.
Siamo tutti esseri umani, quindi facciamo tutti potenzialmente schifo, ma costringerci a conoscere ciò che è diverso dai cinque metri in cui viviamo può distrarci dal quanto schifo possiamo fare.

… E dopo questo altisonante discorso, col potenziale mal di testa, passiamo a quello che ha il provvisorio nome di Fabbrica di sapone, lo scritto con cauchemar_73 sopra ai totalitarismi.
Ieri, in giro con Ashu&co., siamo passate davanti a un’altra libreria con pezzi d’epoca e usati, e con una vaga preferenza per vecchie pubblicazioni su fascismo e nazismo. Ho, come mio solito, fatto la stronza curiosa, facendo notare:
“Questa libreria è vagamente di parte.”
E ascoltando:
“Ah, no! Non ci entrerò mai! Andiamo via! Che schifo! Via!”
E facendo spallucce.
In Fabbrica di sapone porto avanti il mio caro Untersturmführer Richthofen, nazionalismo tedesco dei tempi fatto carne. Le ha tutte: la fede nell’uomo nella storia, nel valore del volontario per la patria, del singolo per il popolo, il male del capitalismo intellettuale e della moneta sovrana (riconosciuta nel Giudeo), quindi nel comunismo sovietico, etc etc… Più che un uomo, è una discarica – che difatti ha avuto poco modo d’essere svelato psicologicamente, assomigliando più a un panzer addobbato di simboli per una parata. Verrà fuori, il suo cuoricino pieno di ideali e motivi.
Cauche esprime il suo pensiero a riguardo ogni tot mail, ribadendo piena di pathos che uomo di merda sia – io rido, ma un po’ di facciata, perché non lo trovo un uomo di merda. Trovo sia però perfetto per essere visto come tale. Sarà che ogni volta che scrivo parlo di esseri umani – che genere, di essere umani, siano diventa totalmente secondario, o meglio… Le caratteristiche aggiunte all’umanità, il modo in cui questa si sviluppa, diventano prove tecniche per capire il funzionamento del macchinario di base.
In questo periodo inciampo spesso nella rivisitazione di una frase in diverse chiavi. “Conoscere, ma non perdonare.” “Perdonare significa conoscere.” “Il fatto che si conosca non significa che si perdoni.” “Conoscere per perdonare.” – etc etc… E mi domando cosa stracazzo sia, il perdono. Se sia poi così influente. A che serva, soprattutto, perdonare persone morte o non perdonarle. Cosa significhi, perdonare qualcuno, che conseguenze abbia. Se perdoni qualcuno, accetterai che venga fatto ciò che ha fatto? O non lo accetterai? E se non lo accetterai, avendolo perdonato, che farai? E non perdonarlo, che significa? Che continuerai a dare colpe a chi è morto? Come puoi conoscere una cosa che non hai fatto? Come puoi decidere di non perdonarla, se non la conosci? E di perdonarla? Sei Dio? Dov’è Dio? Ah, sì, è morto ed è stato spezzettato in tutti noi, ma ognuno di noi si può comportare come se in sé fosse l’Unico e Vero Dio.
Provate a dire:
“Io vi perdono, tutti.”
È fottutamente liberamente. Arroganza politicamente corretta.
Ho mai detto di amare i Gesuiti…?
(Cristo, invece, non l’ho mai perdonato. Come se fosse l’unico a sapere che avendo Dio come padre ogni dolore è un piccolo giochetto sadomaso, non del tutto spiacevole. Non vale eliminare così la concorrenza – neanche gli ebrei, morti nel periodo dell’anno 0, perdono – no, non è per i soldi e quelle stronzate lì, ma per la colpa storica di aver fatto crocifiggere Cristo – ma lo sapevano quanto cazzo di potere gli stavano dando, che genere di assegno in bianco gli hanno messo in mano? Sanno quante ragazze non ho potuto portarmi a letto a causa della conseguente morale cattolica? È da 2008 anni che Cristo fa lo slave Angst in croce, chi sono io per avanzare diritti sugli altrui orgasmi?)

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