Aus.

X mi chiama perché il suo ragazzo – Z, anche mio amico – ha dormito qui avvisandola solo dopo di ciò.
X mi dice che non tengo a lei. X mi dice che non tengo a lei perché non faccio differenze – se i ruoli fossero invertiti, e fosse stata lei ad agire come ha agito il suo ragazzo, io mi sarei comportata allo stesso modo.
Ma io e X ci conosciamo da cinque anni, dice X. Se tenessi a lei, qualcosa in me sarebbe sorto e avrebbe messo da parte il mio amore per la coerenza e l’equità, qualcosa che mi avrebbe portato a pendere dalla sua parte.
X credeva avessi almeno preteso che Z le parlasse prima del fatto che veniva qui. Ho mai preteso, le ho domandato, che lei smettesse di vietare a Z di dormire dove cazzo pare lui? Posso solo dire la mia, e dal mio punto di vista quella sorta di gelosia e decidere di dire una cosa dopo due giorni ben sapendo che la si sta nascondendo sono entrambe, per usare un eufemismo, cose non agognabili. Spie accese a indicare qualcosa che non va. Brutture per cui mi spiaccio.
… Ma è solo il mio punto di vista. Se voglio applicarlo, lo applico su di me – e abbiamo una sottoscritta per cui ognuno può dormire dove cazzo gli pare, una sottoscritta che non mente né procrastina verità. (Ho ricordato a Z, quando mi ha detto che sarebbe passato qui, che non avrei fatto né l’una né l’altra cosa. In realtà non ho ben capito perché abbia deciso di agire così; forse voleva solo far girare i coglioni a X; forse era un gesto di rivendicazione di libertà; chi lo sa.)
Ho tenuto a far sapere a X che non penso di aver fatto il giusto, ma solo il mio giusto; per questo, non me ne esco con cose come “non puoi incazzarti con me, io ho agito nel giusto”. Siamo su posizioni troppo opposte per parlare di giustizia. Considero la monogamia un peccato morale, non ci sono basi per fare confronti. Che giudichi se il mio agire le vada bene o meno, come tutti quotidianamente fanno mentre bollano come “sbagliato” ciò che non si adatta loro e “giusto” ciò che ben si adatta, e decida che farsene del rapporto con me.
Mi ha ripetuto più volte, spiaciuta, che non tengo a lei quanto credeva. Mi viene in mente lo scacchiere europeo tante volte studiato, e patti di non aggressività, patti di aggressione e trattati da stipulare per tutelarsi in previsione di un attacco, compiuto o ricevuto. X ha ricevuto un’offensiva dal suo ragazzo, e scopre che io ero al corrente dei piani di preparazione. Purtroppo nella mia testa quest’offensiva non è che una bruttura secondaria di una guerra più grande che chiamo “peccato morale”, una guerra che non mi riguarda – penso di aver detto “non mi riguarda” qualche centinaio di volte nei riguardi del loro rapporto, da che è iniziato alla telefonata di oggi. Persisto nel considerarli due singoli, a trattare con loro singolarmente, a non considerare il loro rapporto motivo o scusa di nessuna azione singolarmente compiuta.
Però, ho detto a X, avrei potuto immischiarmi. Sarebbe stata una scelta come un’altra. Per come sono fatta, però, non l’avrei semplicemente chiamata: avrei chiamato a rapporto entrambi alla mia presenza, cazziandoli perché mi mettevano in mezzo al loro rapporto, e cercando di essere utile facendo da mediatrice fin dove potevo. Avrei potuto, non l’ho fatto. Ci sono diversi motivi. Uno dei primi è l’onnipresente: non mi riguarda (sottotitolo: “Già mi sta sui coglioni la monogamia, non fate subire a me la vostra.”). Poi c’è qualcosa che ha a che fare con la mia stanchezza morale. La mia nulla voglia di avere a che fare con il consorzio umano. Ho i principi, ma non le persone con cui applicarli perché le rifuggo.
X mi ha detto che non si può gestire un rapporto secondo gli assoluti principi. Sono assoluti, non reali. La mia coerenza, la mia voglia di essere equa, la mia logica (che la gente che mi conosce tanto odia, povera logica), non possono risolvere un rapporto umano. Insomma, ha detto X, anche lei è una persona razionale, ma ci sono momenti in cui… Cose che… Insomma…
… Sì, capisco che intende. La logica non copre l’intera massa occupata dalla nostra esistenza. Ci sono buchi da cui sgorga istinto a fiotti – ma quei buchi, per me, non sono nell’ambito dei rapporti umani. Mi esalto e commuovo, insomma perdo il senno, per altre cose – ideali, credo si possa dire usando un termine generico e comodo. Nei rapporti umani sono così logica da essere tacciata di menefreghismo – e forse chi così mi taccia ha ragione, mi sono detta un giorno. Ho detto a X, placida, di giudicare e decidere come agire nei miei riguardi. Più che tristezza in me c’era amarezza. Basta, l’amarezza, a depennarmi dalla lista dei menefreghisti?
Z potrebbe venire da me e dirsi dispiaciuto per avermi tirato in mezzo. Gli direi che è un coglione perché non ha saputo valutare, mentre io ho valutato da che mi ha chiesto di fermarsi qui e sapendo quale casino ne sarebbe seguito (un casino grosso 10 o 100, non potevo saperlo, non so una sega del loro rapporto, ma non di certo 0) ho agito. Coerente ai miei principi, incline ai compromessi con le specificità umane quanto un regime centralizzato. Menefreghismo o stanchezza? Sono molto confusa. Prima di X, ho avuto una Flo al telefono che si diceva spiaciuta del poco peso che le davo – e in ambo i casi il mio genuino pensiero è: “Che cazzo dici? Guarda che tu sei una persona importante.” Qualcuno potrebbe domandarsi come sia io allora con quelle non importanti, dato che con quelle importanti sono calda quanto la lattina di birra che ho in frigo.
Non perdono debolezze, ecco il punto.
Ho considerato la gelosia di X una debolezza. Poi ho considerato il procrastinare di Z una debolezza. Per me sono sullo stesso piano, un piano da cui mi tengo con stizza ben lontana.
Cerco di mettermi nei panni di X, ma arrivo fino a un certo punto. Al telefono mi ha detto che pensava di conoscermi, invece non si sarebbe mai aspettata questo da me. Telefono sull’orecchio, pensando a che risponderle di utile, ho fatto spallucce. Che dirle? Ha detto che sì, lui l’ha offesa, mentendole, ma io… Insomma, ci conosciamo da cinque anni… Lei credeva…
… Non sono dalla parte di nessuno. Tutti gli inferociti discorsi che ho fatto contro la monogamia sono discorsi contro l’atteggiamento che elige una persona sulle altre solo perché le vogliamo più bene, ci troviamo più in sintonia, fa più cose per noi. Tra l’istinto di sopravvivenza individuale e quello della specie si pone questo istinto di sopravvivenza del branco, che la mia mente non riconosce né valuta. Favorire un branco allarga la distanza che lo separa dagli altri branchi, no? Quanto mi spiaccio che l’Odinismo sia una religione lagata a Wiccan e White Power, e che sia privo di una chiesa che dà un ruolo sociale ai suoi officianti: un ruolo nel clero, a contatto con tutti e nessuno, mi starebbe comodo addosso. Quale anima si sente in diritto di lamentarsi se un prete non fa differenze tra un’anima e l’altra? Siamo tutte anime, Dio solo giudica, anzi, le Norne.
(In Svezia ci sono pastori donna, ma sono protestanti, e non mi piace il Protestantesimo post-Anabattisti >_> )

Ho esposto a Hyoga, compartecipante del mio domandarmi “Ma non è che sei una stronza menefreghista e basta?”, la mia attuale (di questi giorni, non di oggi) condizione morale. Dopo essersi pseudo-eletto a mio personale pastore d’anime (novella contemporanea: il mio pastore è un supposto militare gay; protestante nell’animo perché filo-prussiano; mon dieu), ha indagato. Hyo è comodo perché dotato di memoria di ferro, e quindi ricorda meglio di me le cose che riguardano me (ricorda il nome dei due orsacchiotti più importanti della mia vita, mentre io li confondo; geniale), e quindi, ricordandomi il mio periodo nero, mi ha domandato di che colore sia questo.
Grigio.
Mi ha domandato se sia peggio quello nero o quello grigio.
Bella domanda, già…
L’impressione è che quello grigio contenga cose più atroci di quello che fu nero, ma – essendo grigio – le si tollerano meglio. Nel mio periodo nero non avrei retto l’attuale peso interiore per due giorni, mentre oggi procedo placida, con un fatalismo pacificatore di ogni panico.
“È normale.”, ha detto lui.
“Ah sì?” ho domandato io. “Non è che lo spieghi anche a me?”
Siamo finiti sugli shock post-bellici e sull’auto-anestesia. (Se mai finirò in un conflitto come volontaria, e un giornalista mi domanderà perché io sia lì, dirò: “Per avere un conflitto cui imputare il mio shock post-bellico.”)
Non va bene, ha detto lui, bisogna capire come farmi stare meglio. Ma cosa voglio, io?
Un caffè.
Beh, ha detto, anche lui vuole un caffè, ma non solo quello. Il caffè è il primo livello, poi ce ne sono altri. Vuole un caffè, ma poi anche andare in vacanza con il suo ragazzo, etc etc…
Beh, gli ho detto, sono regredita a livello animale. Mangiare-e-dormire. E nel tempo libero, in attesa di crepare, stordirmi la mente studiando. Horton docet.
Horton non studia, ma ha una collezione di DVD peculiare. Tra i suoi DVD troverete documentari sulla caccia col falcone, sulla riproduzione delle formiche; corsi fai-da-te su come montare armi, acquari, giardini zen; film in b/n di sottocorrenti dai nomi sconosciuti, pellicole sperimentali incomprensibili e impegnatissime; snuff fregati alle perquisizioni; i DVD che regalano in omaggio con le riviste. Una collezione accomunata da una cosa: sono prodotti per appassionati desiderosi di perdersi nei dettagli della loro passione. Occupano la RAM, riempiono il cervello.
Musil, ne L’uomo senza qualità, zooma sulla tendenza industriale alla catena di montaggio: suddividere il mondo in scompartimenti con etichetta per poter andare sempre più nel dettaglio. Migliorare la definizione e perdere la visione globale. Il luddismo ne sa qualcosa, il luddismo sa: è alienante.
Io mi alieno facendo esattamente il contrario. Sono feticista della visione d’insieme.
Credo sia colpa della presenza di un computer in casa mia da che ero una marmocchia. Alcuni genitori al figlio sfornato accompagnano l’acquisto di un cane, altri di un computer. A quattro anni mi svuotavo la mente con i gestionali e gli strategici Atari. (Oggi ci siamo rincoglioniti e lo strategico-tipo è The Sims, in cui mal che vada devi gestire una famiglia.)
… Ma comunque.
Ho riportato a Hyo un significativo dialogo avuto con Ula, che fu più o meno così:
“Perché vuoi passare da Lingue a Mediazione?”
“Beh, sono simili di base, ma in attesa di crepare trovo che Mediazione sia un modo più consono a me per occupare il tempo.”
Hyo mi ha fatto notare che potrebbe passare molto tempo, prima ch’io crepi. Che dire, se non che ha fottutamente ragione? Ma, gli ho detto, sono una debole che non prende scelte. Non è che io voglia crepare, ma non ho neanche un lungo elenco di motivi per rimanere in vita – caffè a parte. Lo so, gli ho detto, che la mia attuale condizione è come un ammasso organico, che muove e si trasforma, non rimarrà inerte e immutata, si ingrosserà fino a pararmisi davanti formando un bivio – e allora, lo so, io farò qualcosa. Questo qualcosa potrà essere una risoluzione o una grandissima cazzata, ma sarà qualcosa. Dato che non so quale delle due cose sarà – e non lo so in quanto non lo progetto, non lo progetto in quanto me ne sbatto – è inutile farsi troppe domande. Le cose accadono, è vita. Si può reggere tutto. Al massimo si crepa – e nella mia visione delle cose non è la cosa peggiore che possa accadere a un essere umano, anche perché capita a tutti.
Hyo ha infine ripescato un commento rivelante ma che non sentivo da tanto tempo: ci sono persone che hanno troppa fame. Questa fame la metto a tacere. Non so se sia una forma di pavidità o se di ozio, o forse sono la stessa cosa. So solo che sono stanca, e non ho trovato altro da dirgli che andasse oltre a questo. Stanca. Non una stanchezza che porta a lamentarsi perché mal vissuta, più una stanchezza placida che non ci vieta di fare piccole cose, ondeggiando per cullarsi e conciliare il sonno.

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