Sabbia.

Maletta dice:
“Le persone con talento ed energia non vanno sprecate.”
Vado controcorrente, obiettando più sulla seconda che sul primo. Solita modestia.

In verità la modestia c’è, ed è assicurata da Tanz.
Ho aperto il raccoglitore con gli appunti di Storia Contemporanea, e Tanz/Peiper, in prima pagina, mi ha guardato. È lì in formato foglio A4 con info annesse, foglio pronto a essere messo in mano a Soresina o chi per lui.
L’appartamento che doveva essere confermato oggi è andato in fumo, il che significa: altro tempo si necessita quando ce n’è sempre meno. Il che significa: boh in aggiunta a 10 giorni da una presunta partenza. Tutto ok, i tempi li ho deciso io; anche le ristrettezza degli stessi. Tirare i fili ai bordi del viso e sorridere per sbrigare faccende che richiedono interazione con altri esseri umani. Tirarli sì che detti esseri umani agiscano correttamente e senza complicazioni, in poco tempo e senza causarmi altro stress.
Leggerezza esteriore, leggerezza interiore.
Poi apri il raccoglitore e Peiper ti guarda. Le foto sono due: in una sorride in modo agghiacciante. Un membro delle SS che sorride in modo agghiacciante non sorride nel modo in cui state pensando, no: sorride d’un sorriso pieno, colmo, speranzoso, realizzato. Di fianco lo stesso Peiper nel ’46, segnaletica.
Ma è la prima foto a darmi uno schiaffo, perché ha un sorriso più raro di una posa da segnaletica. E poi, in fondo è Tanz. Tanz prende la mia amareggiata leggerezza e la bastona, chiedendomi cosa mi dia il diritto d’essere tanto calma e placida.

Sento Maletta, come da accordi. Si preoccupa del mio inconveniente all’ultimo, mi dice:
“Le passerò il contatto di Daniela. Ora è a Londra.”
Chi stracazzo è Daniela?
“Ha fatto la triennale. Un’altra che deve sempre viaggiare.”
Bello il sottinteso: un’altra. Avessi mosso il mio culo da che l’ho staccato dal seggiolone.
“Finita la triennale è andata a Sarajevo. Adesso è a Londra.”

Daniela, link rintracciato avendo la sua mail (gentilmente offerta da Maletta).
Signori, Maletta raduna questo genere di persone.
Signori, io mi sento una merda. Che si abbatte per un appartamento svanito. Per un esame che non sa se riuscirà a dare. I momenti di abbattimento oscurano tutto, si sa – e considerando che Londra è più un dovere morale che motivo d’entusiasmo puro di cuore, assesto tutto in piattezza.
“Magari Daniela può aiutarla a Londra, no?”
Magari dovrei saper aiutare me stessa.

“Le persone con talento ed energia non vanno sprecate.”
L’etichetta il.punto, citata qualche post fa, ha in sé, in uno dei primi post:
Sul mio eremo, libri e carta bianca e il pathos di un nerd sperimentalista.
… Ma odio gli sprechi.

Ma sono stanca.
No, non ne ho reale motivo.
Ho sotto il culo un letto morbido quanto il vostro. Lenzuola colorate quanto le vostre. In frigorifero ho dolce frutta. Sigarette, caffè. Paesaggi limpidi da conflitti fuori dalla finestra. Sono quella “Senti, ma tu che sai…”. Sono quella che porca troia riesce ad attraccare ai porti delle persone che stima. Che ha buone risposte. Sono quella che ha in contact list un egocentrico esaltato di bell’aspetto e carisma che lamenta quanto insulso è il mondo, soprattutto l’universo femminile perché a lui – fottuto romantico pure eterosessuale – quello interessa, egocentrico esaltato di bell’aspetto che domanda:
“Vieni a vedere i Radiohead?”
“No, ho un esame.”
Volti gradevoli con carisma annesso a disposizione, uno ogni tanto giusto per ricordarsi quali sono le accessibilità.
Non ho reale fottuto motivo di essere stanca.
Per questo Tanz mi sta massacrando. Quello che voglio è alla mia portata quanto il sorriso di Peiper sul mio viso, e questo per niuno contingente apocalittico fatto. Solo una sorta di inettitudine che non riesco, cazzo, a visualizzare. Qualcosa che mi distrae, che mi indebolisce, che mi fa sprecare tempo ed energie.
E mi rende stanca.
Meritevole di uno spazio vitale e morale più stretto di quello che ricopre la mia massa fisica. Dovrei tagliarmi arti, per rientrare nello spazio che mi merito. Esemplificazione di come un essere umano possa vanificare se stesso – e stare su, senza gambe, perché i feedback continuano a dire: “Grande!”.
Dovrei disegnare; dovrei scrivere; dovrei darmi alla letteratura inglese; alla filologia tedesca; quel che potrei a detta altrui.
E gioco allo studio della Storia Contemporanea, cercando sensi e nessi. Ritaglio post-it con sopra i nomi delle nazioni e li sposto su mappe inesistenti ricostruendo spostamenti. Gioco ad andare oltre a ciò che mi è richiesto – ma è una briciola rispetto a ciò che mi richiedo. La briciola basta a stupire e accumulare congratulazioni, e io rifiuto gentilmente dicendo:
“Ma non è questa la strada.”
La strada è: una bomba.
Non per motivi o meriti, ma per farla breve – ma con la coscienza a posto.
Tanz ci crede – Valhalla, Tanz? Nel Valhalla ci vai per coraggio. Lanciarsi contro una bomba se non si ha niente da perdere non è coraggio, è gioco facile. Facile alzare il viso con placido sorriso se quel che si ha da perdere equivale a meno dello spazio che si ricopre stando in piedi. Il coraggio del trenino a vapore.
Accumulare congratulazioni da parte di un sistema, e dei suoi figli, che disprezzo, è accumulare sabbia. Ciò nonostante, probabilmente non saprei neanche meritarmelo realmente. Mi rigiro la sabbia tra le mani – morbida, calda, leggera, citata da Qoelet nel suo delirio sullo spreco.
Questo sistema, con il mio attuale e testardo punto di vista, non ha una scala che io ritenga valida. Mi pare di giocare a monopoli. Mi si dice: “Brava.” Penso: “No, sei tu una merda.” Mi si dice: “Riuscirai.” Penso: “No, sei tu che dovresti essere già morto.”
Per questo Tanz mi massacra: perché non ne esco punto e basta. Perché non mi metto alla ricerca di chi possa giudicarmi, di un giudizio in cui credere. Galleggio qui, nella sabbia, e mi faccio sconfortare – di nuovo, reiterazione del demone – se sorgono complicazioni. Tanz dice:
“Le chiami a gran voce, le complicazioni.”
Ho paura di ciò che voglio.
È normale?
(Forse, trattandosi di qualcosa che suona come una bomba esplosa, sì.)

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