Post Berlin.

A Berlino i fiocchi di neve sono a forma di fiocco di neve.

Te ne rendi conto fuori dallo Jüdisches Museum. Congeli, fila di persone davanti a te e una sigaretta appena finita; emulando per inerzia la berlinese tendenza a fissare un punto nel nulla e null’altro, l’occhio cade su un fiocco di neve caduto sul cappotto di Caine.
Cazzo, ti dici, questo fiocco di neve è a forma di fiocco di neve.
Lo dici all’Essere di fianco a te esaltata come una bambina, già sapendo che la tua esaltazione cadrà su di lui come un fiocco di neve sulla sua giacca: sciogliendosi. Ti dici che sai apprezzare il momento ed entusiasmarti per queste piccole stronzate, e ti piace riscoprirlo.
Due notti prima, ad esempio, dopo aver rincorso un autoctono in metro per farti dare il numero di telefono (non eri ubriaca), hai passato quaranta minuti a ripetere all’Essere, sospirando e volgendo gli occhi al cielo (vedasi: soffitto dell’U-Bahn), che Er ist so schön e so cute little twink e altre cose nello pseudo-esperanto germanico-latino. Eri felice, perché eri esaltata da un tizio sconosciuto con la faccia da angioletto germanico. Eri esaltata e basta. (L’Essere te l’ha fatta pagare non dandotelo quella notte; non per gelosia o simili ovvietà, ma semplicemente perché dinnanzi al suo cinismo interiorizzato troppa esaltazione infastidisce; io, impietosa, quando mi ha pregato di smettere, ho continuato a volgere gli occhi al cielo declamando il putto germanico con le più soavi parole).

Il pubblico pagante (…) richiederebbe un sunto con morale; spiacente, non ho né sunto né morale.
Ogni giorno è stato diverso ma collegato agli altri da un senso difficile da descrivere (più o meno come il perenne odore di carne abbrustolita).
So che ho la tag DDR che si è infilata come una spina nella mia carne; più tento di estrarla per osservarla, più a fondo si conficca.
Ho un’inquietudine che mi è stata data dalla desolazione del viaggio sul Ring che chiude ad anello Berlino, e che a Berlino Est mi ha dato, veramente, per la prima volta nella mia vita, senza ombra di dubbio, incontestabile, la sensazione di essere su un treno diretto verso il nulla; di essere un non-morto tra non-morti, che non stanno né da una parte né dall’altra. (E ho avuto l’idea per un romanzo; e mi sono esaltata di nuovo come un pietista in trip d’Illuminazione Divina).
So che al terzo giorno Berlino mi sembrava mia quanto delle persone che incrociavo – e che non incrociavano, no, il mio sguardo. Mi ha spiazzato, questa berlinese pacatezza; mi ha spiazzato più di quanto pensassi; più di quanto pensassi mi è entrata dentro e oggi, in Centrale a Milano, ero unheimlich: un’inquietudine dovuta al fatto di non avere attorno a me un Heim, un guscio-casa protettivo e protettore, ma di essere invece in balia degli urlanti, scimmieschi, folli, infastiditi e fastidiosi milanesi.
Ho ripudiato i miei connazionali, oggi, desiderando senza aspettarmi di poterlo fare quella sensazione di protezione e sicurezza che la capitale tedesca mi ha messo addosso. Assieme alla pacatezza, e ai paesaggi rarefatti. A quel trovarsi nel vuoto, nulla all’orizzonte, subito dopo aver svoltato un palazzo; quel trovarsi nel polmone rovente della città dopo averne svoltato un altro – e palazzi che ti incombono addosso, e un senso gotico che ti blocca i piedi a terra mentre ti fa spuntare le ali.

L’unica cosa certa che so dire è che è stato provante.
E che serviva.
Anche se adesso so ancor meno cosa pensare, e ancor meno ho un quadro d’insieme.

Come da previsioni dopo quattro giorni ho picchiato l’Essere, perché l’Essere ha deciso dopo quattro giorni di fare uno dei suoi machiavellici giochetti. La conseguenza indiretta è stata passare un Capodanno straziante; l’ennesima collettiva festività in cui mi trovo faccia a faccia con la consapevolezza di essere poco prona a trascinarmi nell’esaltazione generale; più esaltazione da mente alveare ho attorno, a meno che non ne sia in parte fautrice, più piombo in me e divento un’osservatrice. Degli altri, rispetto a sé; di sé, rispetto agli altri. Era da tanto tempo che non mi sentivo così ferocemente catapultata lontano dal resto dell’umanità, e mi ha inciso dentro qualcosa; il solco non era novello, ma un incidere un solco già tracciato e ripassato. Conferme che non vorresti avere. Un viale alberato e preparato a puntino a festa, infinito, un lungo serpente fatto di lampioni che sembra non avere né capo né coda e tu vi sei in mezzo. Momenti mistici, indubbiamente. Che ti fanno chiedere, nello specifico, se c’è qualcosa che devi risolvere o se altrimenti non c’è nulla di risolvibile, ma solo qualcosa da accettare.
Per questo chi mi ha spedito SMS di buoni auguri e via discorrendo dovrà scusarmi; ad alcuni avrei risposto, benché quest’anno abbia deciso di snobbare bellamente a costo di essere sfacciata e maleducata festività che non condivido, ma non rispondere sarebbe stato meno maleducato che rispondere.
… In ogni caso, da previsioni ho picchiato l’Essere, da previsioni mi sono fatta male sulle sue ossa, da previsioni intanto ridevamo. E io pensavo, mentre prendevo la mira per evitare di scheggiarmi le nocche su una sua sporgenza ossea (inutilmente, dato che è un’escrescenza ossea), o di colpirgli il naso mentre gli davo una testata, che quando ti senti dentro un peso troppo grosso non… non ti viene di avere acredine nei confronti degli altri esseri umani; né eccessivo trasporto, forse, altra faccia della medaglia; arrivi fino a un certo punto e poi… puf!… ti smonti, per tornare a un sopportabile livello di coesistenza con te stessa.
C’è però, ricordiamolo, un lato positivo in tutto.
Nello specifico, il lato positivo di quella nottata si chiama anal glide, marca beate uhse, acquistato nello shop del museo del sesso di Zoolischer Garten (amo quella zona, tra l’altro), e un countdown che segna:
Entro ventotto giorni, come l’Essere ha promesso, ti deve il culo.
(Il fatto che abbia finalmente allentato la cinghia nell’unico momento in cui non stavi cercando di fargliela allentare sottosta alla legge di Murphy, che tutti tragicamente e con immensa frustrazione conosciamo.)

Un appunto fondamentale da segnare è la sensazione, mai provata prima, di non sentirsi stranieri. Non troppo, insomma. In Italia sono troppo alta, troppo nordica, troppo… Beh, un insieme di troppo.
A Berlino, invece, venivo semmai scambiata per inglese. E, no, non è stato bello.
Mettetevi nei panni di una primadonna viziata da occhiate costanti dall’adolescenza a oggi, negative o positive che fossero, e mettetela in un luogo in cui potrebbe verosimilmente essere autoctona e per di più la gente di norma non ti fissa. Neanche per un secondo. Neanche per sbaglio. I primi giorni è stato drammatico, capitemi.
(E com’è stata drammatica la metro di Milano, invece.)

Annoveriamo poi il padrone pakistano di un negozio nel Bahnof di Friedrichstrasse che mi ha offerto un caffè.
I due tizi di Donau che mi hanno adottato come guida per venti minuti.
Il Kaffee. Dio, il Kaffee. E si fotta l’espresso, si fotta, e datemi il mio Kaffee con panna e zucchero, e quello alla cannella e il Dunkaccino Dunkin’ Donuts da reggere tra le mani tra una Strasse e l’altra. Le mie Bratwürste e il curry. Ho mangiato come una vacca all’ingrasso, alla nausea, per inerzia. Mi sto godendo ora la gioia di uno stomaco non saturo.

Non so cosa penso di Berlino.
So che questo posto è piccolo.
Compresso.
Che l’orizzonte non si staglia davanti a me ogni cinque minuti senza preavviso.
Che i palazzi sono morti.
Che Milano muore ogni notte, mentre Berlino pompa gente in continuazione.
Non so cosa significhi questo, se sia bene o male, utile o dannoso. Ho pensato che i berlinesi sono quindicenni impacciati vogliosi di limiti imposti. Che i norditaliani sono mocciosi incapaci di controllarsi. Che se dovessi avere una crisi esistenziale a Berlino affonderei nel nulla, e il nulla che mi circonda mi direbbe: “In effetti hai ragione.” Che qui posso condire crisi esistenziali e farne graziosi suppellettili da palco.
Non so.
Ma ci voleva.

(E non dimentichiamoci di ringraziare Nora per l’ospitalità e per il passaggio all’andata, improvvisando con il navigatore; per aver condiviso e per – mi suggeriscono – parti delle parti di sé che le ripeto dovrebbe apprezzare perché c’è gente, qui, che ha apprezzato.)

16 comments

    1. [Hai un modo di raccontare ogni cosa che mi incanta. Se scrivessi per ore, per ore starei a leggere.]
      Di persona parlo altrettanto ma + velocemente 😛 Testeremo davanti a una birra.

      [PS: Poi, perchè 28? °_°]
      Un mese.
      E sono passati due giorni.
      *accarezza lubrificante*

  1. uaaaa bentornata. Perchè quando io parto torno circa come son partita senza nessun particolare,e ccitante bagaglio di esperienze in più? Im iei viaggi sono monotoni.
    Foto?

      1. era una cosa troppo da turista U_U. ufufuf allora quando un giorno mi ripresenterò alla porta di casa tua dovrai raccontarmi nei minimi particolari tutto quello che hai visto x immaginare. Adoro le città straniere.

        1. [era una cosa troppo da turista U_U.]

          Tutto dipende dal tipo di fotografia che si ha voglia di fare, o come si ha intenzione di realizzare lo scatto. Amo fotografare, soprattutto monumenti, ma non per questo mi reputo il turista con la canottiera in Cattedrale. ^*^

          Mi associo al voler sentire la narrazione delle giornate memorabili; con tanto di imitazione per le più pregnanti, in particolar modo quella di una certa corsa notturna. ^*^

        2. [tanto registra la macchina fotografica.]

          Io fotografo cose che mi “attraggono”, per poterle conservare o rivedere successivamente, o condividere nel caso con altre persone. Della fotografia “Toh, quello laggiù è il Big Ben” non mi interesso. Piuttosto, preferisco luci particolari, effetti o atmosfere insoliti, che rischierei di dimenticare e non poter spiegare nel caso volessi. Una cosa del genere.

  2. Ma si sentiva l’atmosfera natalizia? Non puoi esserci andata per la prima volta in questo periodo senza aver notato anche questo, e in un post “post viaggio” (post post XD) ci si aspetta di leggere se si notano differenze con l’Italia anche riguardo ai culti. Luci, addobbi, decorazioni, ecc. Si respira una sola cultura o ci sono molte contaminazioni culturali? Se penso a quanto vorrei andare in Germania da anni preferibilmente nel periodo natalizio per respirare “anche” quel tipo di atmosfera tedesca da Presepe… invece dal tuo racconto sembravano giorni come altri, nulla che tu non potessi vivere in una gita qualunque, in un periodo del tutto insignificante (privo di significati particolari come il periodo natalizio): i berlinesi avranno lo stesso sguardo anche nelle altre stagioni, e il cibo tipico è “tipico” perciò resta quello, e ogni cosa che hai descritto la troverai in qualunque momento dell’anno (tranne per i fiocchi di neve a forma di fiocchi di neve). Insomma il pane a chi non ha i denti, le fortune a chi non sa di averle, le cose migliori a chi non le merita. Hai scritto un post di frivolezze e vizi da consumare con spirito americano di sfruttamento usa e getta. Insomma, più del lubrificante che accarezzi in maniera feticista per ricordare i bei tempi di Berlino, vogliamo i dettagli su Berlino! E sul museo! Per esempio: che c’era da vedere? Oppure era troppa fila e ci hai rinunciato? Sei stata anche allo Schwules Museum? ^o^

    So di essere io quella legata al Natale e so che ad ognuno interessano cose diverse, al posto tuo l’ultima cosa su cui mi sarei concentrata sono i berlinesi, avrei preferito badare ai monumenti, alla presenza di verde pubblico, agli oggetti caratteristici. Ogni anno monto una piramide natalizia, un oggetto caratteristico tedesco. Di sicuro ne avrai viste in giro. Qui ne mostrano una alta 11 metri, la mia è alta 44 cm e poi ne avrei una di una decina di cm, ma l’ho un po’ bruciata.

    1. Non ho dato granché peso, nel post, all’atmosfera natalizia perché di mio non ne do in generale. Considero il Natale una festa pagana che distoglie gli animi dal vero significato di una festività.

      Posso parlarti dei marcatini di Natale disseminati in ogni dove, con sbuffi caldi e quell’odore di carne cotta ovunque – e dolci, e le solite stronzatine che trovi in fogge diverse ma sempre inutili in qualsiasi mercatino da festività. Posso parlarti, a proposito del freddo del Natale, di un copricapo da turisti che ammicca al bolscevico ingenuamente, comprato perché kitsch e caratteristico e perché tiene caldo.

      Sembrava, per darti un’idea, di essere in una di quelle cartoline di Natale fatte a pastelli, in cui tutto è tondo e caldo.
      Molto Bürger – un’atmosfera che mi piace se incontrata di rado e in piccolo, altrimenti mi fa sentire oppressa – che è poi il contro di quel sentirsi protetti di cui ho parlato.

      [E sul museo!]
      Quale dei musei?
      Potrei elencare quelli visitati – e avrei potuto parlare di cosa abbia provato, all’Historisches, nel trovarmi davanti una stampa che ritraeva Jan di Leida. Il busto di Schiller e quello di Goethe, e di Herder. Il DDR Museum, ne avrei potuto parlare come ne parla un catalogo, ma il meglio che il DDR Museum mi ha dato è ben rappresentato da ciò che mi ha dato passare per Berlino Est di notte, e quella desolazione e quel vuoto, quell’inquietudine.
      L’altare di Pergamo è visitabile da chiunque, e no, non credo si possa descrivere, come è difficile descrivere gran parte delle cose in mostra. Una parola c’è per descriverlo, e viene dal Romanticismo Tedesco: sublime. Andando a Berlino ho capito il sublime, sì. L’Italia è troppo compressa e affollata per poterlo contenere, se non in rari paesaggi.
      Ti parlo dello Judisches? In una città mondialmente ancora colpevole per aver attuato un quasi-sterminio? Ma visitalo, visitalo dimenticando cosa sia un ebreo, e godi delle astuzie che l’architetto ha attuato per far comprendere alcune condizioni umane, siano ebree o di qualsiasi etnia.
      Cammina per il parco a Nord, che parte dal Brandeburger Tor: troverai il vuoto e un’infinita distesa davanti a te. Infinita davvero, di notte quando i lampioni sembrano un serpente Uroboro che non cesserà mai, né dietro né davanti a te.
      La stazione di Friedrichstrasse, che ho a nausea perché ci passi sempre in qualche modo per spostarti; i Ring che girano attorno alla città, di notte, e le facce che vedi; Zoolischer, zona che amo, e ricordare quel “Noi i ragazzi dello Zoo di Berlino” letto tanto da piccola; la zona universitaria vicino a Friedrichstrasse, con tanti caldi e bui e fumosi locali; etc etc…

      [Oppure era troppa fila e ci hai rinunciato?]
      Per la fila ho rinunciato al Reichstag, ammetto. 😛

      [Sei stata anche allo Schwules Museum? ^o^]
      Nein, ma allo Schwuz, locale allo stesso numero, sì. 😛

      1. [So di essere io quella legata al Natale e so che ad ognuno interessano cose diverse, al posto tuo l’ultima cosa su cui mi sarei concentrata sono i berlinesi, avrei preferito badare ai monumenti, alla presenza di verde pubblico, agli oggetti caratteristici.]
        A me invece interessava, e l’ho scoperto lì, Berlino oggi.
        Ho pensato che sarei divenuta una di quelle persone, non tedesche, che di Berlino amano il passato.
        Invece, di Berlino amo l’oggi, perché è ciò che c’è. Perché se studio – e lo faccio spesso – il passato, è pur sempre per capire il presente. I monumenti sono lì, rimarranno in parte e in parte no. Ho goduto di loro come del verde e dell’acciaio pubblici, e delle luci che – come Caine mi ha fatto notare – manderebbero in paranoia una persona sotto LSD, ma ne ho goduto come mezzo per capire: tutto ciò come agisce su una persona? Quali inconsci messaggi manda?
        Ho girato tanto, intervallando tappe da guida culturale – le puoi trovare in ordine su qualsiasi guida, non c’è bisogno che te le elenchi – a centri nevralgici di vita attuale. Ho letto su targhette da museo che durante il Nazionalsocialismo è stata nuovamente portata in superficie un’idea di Patria incentrata sul termine Volk, cosa che già sapevo; l’ho letto nella docilità con cui gruppi di persone eseguivano senza lamentele le indicazioni della polizia a Capodanno.
        La parte più culturale e morta e accademica che avrei voluto avere non stava in un museo; l’Historisches, come altri, mi ha dato informazioni che già avevo, corredandole però di reperti. Le informazioni che voglio non le avrò andando da turista in un museo, ma il piacere di girare per sale addobbate apposta per intrattenermi me lo sono preso.

        [Hai scritto un post di frivolezze e vizi da consumare con spirito americano di sfruttamento usa e getta.]
        Ho scritto a Maletta accennandole in minima parte tutta la parte di spirito tutt’altro che usa-e-getta che ho vissuto in quella città. Accennato a lei, come l’ho accennato in questo post.
        A Berlino ho toccato picchi – sublime – in alcuni momenti intollerabili perché difficili da contenere. La sua stessa architettura che atterrisce, e il modo in cui, ancora, “italiano” equivale a “qualità” artisticamente o culinariamente parlando, così commoventi e ingenui, e tante altre cose…
        Ma sono stati tutti picchi interiori, non controllati. Il proposito era di approcciare la città, conoscerla e non con l’ottica di una turista, né di una studiosa – viverla con l’ottica di viverla e null’altro.

        [Insomma, più del lubrificante che accarezzi in maniera feticista per ricordare i bei tempi di Berlino, vogliamo i dettagli su Berlino!]
        Non l’ho ancora usato 😛

        Non posso darti i dettagli di Berlino. Sarebbe uno stupido tentativo, inutile. Quel che posso dare, e che una guida non può dare, è come io l’ho vissuta. Cosa vi ho cercato e cosa mi ha trovato. Ma non ho un sunto, Girasole, come ho detto nel post. Non ho “tirato le somme”, anzi: quella città mi ha confuso ancora di più, perché mi ha dato un’altra faccia della medaglia, cosa di cui sono grata, ma che non mi dà risposte. Figurarsi se posso darne ad altri… 😛

      2. So che non apprezzi il Natale, però è pur sempre un periodo particolare, è adesso più che in altri periodi che si nota quanto siano presenti o convinvano insieme religioni e culture. In una città grande come Berlino ci saranno molti stranieri, o in proporzione ce ne sono molti meno che da noi? Il Natale offre un modo per notare alcune cose che in altri momenti sarebbero comprensibili solo vivendoci appieno.
        Hai fatto bene comunque ad andarci alla prima occasione, per migliorare ulteriormente il tuo tedesco. ^^

        ***[E sul museo!]
        Quale dei musei?***
        Naturalmente l’unico che hai nominato (ad inizio post), lo Jüdisches Museum. ^^

        Chiedevo in generale appunto per sapere quel qualcosa che le guide turistiche e i siti non possono rendere, informazioni sui musei se ne trovano molte su internet, ma non è come chiedere a qualcuno che è appena tornato da un viaggio cosa ne pensa.

        Come non hai usato il lubrificante? Ecco perché ne hai parlato! Troppa voglia! 😛 Curiosità, vendevano i Billy Boy? XD

        1. [In una città grande come Berlino ci saranno molti stranieri, o in proporzione ce ne sono molti meno che da noi?]
          La maggiore cultura immigrata è quella turca – e ho appena studiato, in linguistica, il “tarzanese”, che è la tipologia “semplificata” di tedesco parlata dai turchi a Berlino. 😛

          [Il Natale offre un modo per notare alcune cose che in altri momenti sarebbero comprensibili solo vivendoci appieno. ]
          Il Natale che trovi a Berlino, perlomeno in strada, è la versione ancor più patinata di quella che trovi qui. Ancor più “alla Dickens”, con tutto il calore che una città fredda non ha.

          [Hai fatto bene comunque ad andarci alla prima occasione, per migliorare ulteriormente il tuo tedesco. ^^]
          Che capivo in TV e non da parte degli autoctoni >_>

          [Chiedevo in generale appunto per sapere quel qualcosa che le guide turistiche e i siti non possono rendere, informazioni sui musei se ne trovano molte su internet, ma non è come chiedere a qualcuno che è appena tornato da un viaggio cosa ne pensa.]
          Credo dipenda dal’ottica in cui ci vai.
          Ciò che ho trovato di peculiare in Berlino, e per ciò ne ho parlato nel post, è la sensazione di cui ho parlato. Che è duplice, perché positiva o negativa a seconda di come la vivi; ha la parvenza di un dato oggettivo, perché ha entrambe le facce della medaglia. Tutto sta a come il singolo carattere percepisce.

          Sono andata a Berlino per amore di una cultura passata che sto studiando.
          Per toccare con mano il luogo in cui si è svolto quel gran casino, non ancora superato, chiamato Seconda Guerra Mondiale.
          Per il tedesco, ovvio, che amo.
          Per avere una città che fosse diversa da qui.

  3. Grazie per aver condiviso con noi – ancora una volta – le disordinate, catalizzanti, stranianti e multicolori sensazini che Berlino ha saputo regalarti.

    Hai davvero il dono di creare gusto, odore, consistenza – magia – con le parole.

    Aspettavo questo “diario di viaggio” da quando ho saputo che partivi, e ti dirò, non mi stancherei di sentirti parlare a ruota libera del tuo trip (mai parola fu più etimologicamente e “figurativamente” azzeccata, if you know what I mean:P) per i prossimi 20 o 30 post… ^_-

    Bentornata.

    1. Riesco a farmi trips (dubiti che possa intendere? 😛 Ma sull’etimologia credo tu possa acculturarmi) pur non muovendo un piede da casa – figurarsi cambiando nazione.
      Non poteva colpirmi meno, Berlino – partendo dal presupposto che rimango affascinata già solo se mi si sposta di un chilometro, o nella stanza affianco, purché abbia un odore o luci diverse.
      (Siamo lievemente ricettivi e sensibili.)

      Ma sono una sporca opportunista profittatrice, e Berlin (arrotare la r, grazie) non riempirà i miei prossimo 30 post. Neanche 20. Ma è andata a fondo e riapparirà qua e là negli anni – e quella cazzo di Ring che ha preso il mio intestino e l’ha srotolato per tutta la sua lunghezza.

      Una chicca per la Ragazza delle Orchidee, su Ring e come unire tutto a tutto.
      Jörmungandr, figlio di Loki, che buttato in mare dagli Dei, perché sapevano che avrebbe portato al Ragnarok, divora tutti i mostri nelle acque e s’ingigantisce, fino a essere così immenso da circondare Midgard (il nostro umano mondo) e cingerlo. Uroboro norreno.
      Dentro Midgard è il Creato Intelligibile, quindi ciò che è nel Tempo e nello Spazio – al di fuori, è ciò che è antecedente a Tempo e Spazio, Bene e Male.
      Jörmungandr è il confine, la Soglia.
      E io, sulla Ring, mi sentivo lì.

      Piuttosto, immonda bestiaccia che si lamenta che non mi faccio sentire, attendo che a una chiamata tu possa rispondermi. Una bella chiacchieratina manca, mh?

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