Germanismi.

Ok, la valigia dovrebbe essere sui quindici chili.
(Per un massimo di venticinque… Hyoga ha detto che per otto giorni cinque chili bastano e avanzano. Ah-a. L’età mi ha reso meno spartana.)
La valigia rossa e grassa mi guarda e mi dice:
“Peserò.”
La valigia mi sottovaluta.

Parliamo del fatto che andrò in un posto in cui i madrelingua sono tedeschi.
Già chattare con Joel, a cui ho detto di ricorrere al tedesco là dove non sapesse esprimere in inglese, è stata una boccata d’aria (gelida, dato il periodo).
Ci ho messo all’incirca dieci minuti per cominciare a pensare in un ibrido tra inglese e tedesco, e per quanto ridicolo fosse ciò, e non particolarmente lodevole, mi fa pensare che a Berlino non ci metterò troppo per relegare l’italiano nei recessi del mio inconscio. (Sparando a vista a tutti gli italiani, quindi.)

So che cercherò di infilare la testa di Caine nel cesso dopo tre giorni.
Perché devo farlo (gesto cameratesco si necessita, e non ho ancora adempito), perché lui sarà senza espresso e io sarò frenetica, perché dormirò condividendo un letto e perché… Beh, è un pensiero carino, no?
Le ultime due volte in cui l’ho sognato aveva il modo di fare di un putto antecedente a bene e male; una specie di Caine privo di costruzioni, un Caine che s’intravede di tanto in tanto.
Già, ciò mi ricorda che devo ancora farlo ubriacare.

Lista di monumenti, musei, locali e quant’altro sul Moleskine, pronti all’uso all’ultimo minuto, quando so che quel che voglio da un luogo – quale esso sia – è l’aria che vi si respira, la trama dell’atmosfera, il brusio di sottofondo, e cosa è proiettato sul cielo.
Quella tensione – avete presente? – che ti porta ad allungare le mani sott’acqua cercando di afferrare qualcosa. Cosa, di preciso, non lo saprai finché non vi stringerai le dita attorno.
Ho tanto l’impressione che questo viaggio sia il sondare il terreno di due persone che hanno esigenza di trovare un luogo più consono alla loro persona. Da parte di Caine questo intento è palese e già palesato; da parte mia ho una lingua tedesca che mi accarezza orecchie e gola e l’esigenza di un contesto in cui tutto non sembri già scritto e fossilizzato.
Berlin seems to be a place in which there are germs but nothing defined.
L’ho detto a Joel.
It’s not nice to say, but… The Second War gave you spaces to build.
Studia architettura. Quello che non gli ho detto:
Whoever can goes to Berlin and builds. You haven’t rights anymore. You’ve demanded too many rights. Could you reject invaders?
Maletta dice che, oggi, Berlino di tedesco ha veramente ben poco. Ho taciuto, quando me l’ha detto, e ho pensato che, oggi, la cultura non è geografica. Fortunatamente. E sarebbe assurdo lo fosse, in piena globalizzazione.
Ciò rende Berlino, in quanto città devastata meno di un secolo fa, una carta bianca che ha però dalla sua un territorio già pronto all’uso. Strutture già sperimentate. Ciò rende Berlino all’incirca qualsiasi cosa, dipende da cosa ci finisce. Andiamo a dare un’occhiata.
Non riesco a non pensare al fatto che in quella città la madrelingua contiene perle. Sì, sto odiando l’inglese per colpa del tedesco. Prenderei la nostra madrelingua canadese e le sbatterei ripetutamente la testa contro lo spigolo della cattedra ogni volta che dice di usare un presente spoglio perché è più facilmente comprensibile, anche se l’informazione che sta venendo data non è una certezza ma una possibilità. Opinabile. Sto odiando l’inglese perché il salto che distanzia i due gradini – tempi verbali for dummies in cui farsi capire in ogni buco di cesso del globo e, dall’altra parte, modulare questa lingua per farle seguire le sfumature di un pensiero – è molto più ampio del gradino necessario ad approcciare la lingua. Sto prendendo a picconate la mia struttura mentale per, con i frammenti, ricostruire il mio pensiero – e imparare a sfumare una frase pur lasciandola for dummies. È una questione di principio, comprendetemi: semplificare non deve significare essere dogmatici. È una cosa che ho già affrontato con l’italiano (Sna che prima ha imparato a esprimersi come un libro scritto, e poi colloquialmente; ho dato sangue), la affrontiamo con l’inglese al contrario.
E il tedesco, lì, suadente, mi attira; il tedesco molto più amabile, ma assolutamente, da ricordarsi, secondario nell’ottica di chi vuole comunicare in un mondo globalizzato.
(Il problema a Berlino non si porrà, dato che per me l’inglese sarà – rispetto al tedesco – lingua conosciutissima e con cui so parlare. Eh, tutto è relativo…)

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