Raccogliere un fiore dalla propria tomba.

Uno dei pezzi di First decade in the machines.
Atmosfere rarefatte tipiche degli Ulver, un pezzo con due voci che parlano in tedesco.
Mai trovato, il testo.
Ogni tanto riascolto il pezzo, e capisco qualcosa in più.

… dreizehn… sechsundzwanzig… arbeit… nicht es arbeit… mich… niemand… komme und gehe…

Insomma, ci sarebbe da chiedersi cosa accadrà quando lo capirò senza problema alcuno.
(Nulla. Non accadrà nulla. Cosa dovrebbe accadere…?)

Ieri notte, dopo un blue hawaian colada e tre mojito fidel, l’espressione del mio più sincero desiderio in webcam con Caine è stata:

“Fammi vedere tatuaggio.”
“E uff… Fa freddo…”
“Vedi a che servono gli amici? Bla bla bla…
Bla bla bla…

Parlare un po’, dopo averlo fatto tra un mojito fidel e l’altro (uno dei due era per g_pz, ma non arrivava… Eh…), ambient ben scelta di sottofondo nel locale aperitivi must di Lecco, del come io stia riflettendo sui compromessi. Quelli a cui non sono mai scesa. Quella capacità di scendere nella melma fino al collo ed uscirne con i pori della pelle liberi. O questa è l’impressione. La differenza tra l’interagire con il mondo esterno e l’agirvi rimanendo nel proprio, sputando fuori esche o creando filiali di sé in prossimità di sé, in cui all’occorrenza invitare altre persone. Quell’inesorabile rimanere attaccati a sé, anche nel più delirante e promiscuo momento. Quel rimanere aggrappati a un’idea di purezza, fosse anche usando ganci da macellaio. Sono le tue mani a screpolarsi, non tu. Sei un fanciulletto del Pascoli che saltella soave da un cinismo a un’atrocità.
E intanto, leitmovit…

Non ti è dato completare l’opera, ma non puoi sottrartene.

Sì tradotto con:

Non ti è imposto di completare l’opera, ma non puoi sottrartene.

Due modi di tradurre una frase, due modi di vivere quella che chiameremo “Vita”.
Fonte: Rabbi Tarfòn.
Ho detto a Joglar che deve venire a una lezione di Maletta.
L’ho detto a Caine, citandogli quella frase.
Lo dirò a norasblack, e a chiunque altro abbia possibilità di farlo.
L’ho detto a Joglar perché ho passato anni a dirle che tutta la sua intelligenza non avrebbe avuto profondità se non avesse succhiato un po’ di misticismo.
Caine è stato chiamato alle armi perché se Maletta non riesce a essere triturata dal mio sarcasmo probabilmente non potrà essere dissolta neanche dal suo cinismo.
Con Nora insisteremo con l’invito, nel caso non voglia onorarlo da subito, perché, tra le altre cose, ieri sera parlavamo di fiducia nell’umanità. La mia, zoppicante. E Nora ha detto di come credeva fosse ormai negli abissi. Ho fatto: “Oh!”, ma non con lieto stupore – piuttosto sentitamente chiedendole di dirmi sempre quel che percepisce da me, perché mai avrei immaginato che… Insomma, i grigi abissi delle credenze umane. E il raccogliere un fiore dalla propria tomba.
Maletta mi dà quest’impressione.
Il mio non-rispetto esige animi ancor più potenzialmente irrispettosi per tramutarsi in rispetto, e Maletta intervalla battute di un cinismo spietato a sorrisi calorosi e speranzosi. Ti dici: come fa? Ti dici: non ho toccato il fondo, il suo fondo è più in fondo, e sorride. Non tentare di ri-trovare un senso all’Uno-Tutto delle cose esistenti e conosciute sarebbe come ammettere la propria facile arrendevolezza. Ti sei già arresa…? Amo chi ammiro, ammiro chi rispetto, rispetto chi potrebbe conficcare la lama con ancor più precisione e non ha alcun motivo di farlo. Il problema è – nel frattempo – seguire anche quel rispetto per la creaturalità in sé di cui parla. Quel credere in ogni singolo essere umano in quanto essere umano con tutti i difetti che l’essere umano ha. La difficoltà sta nel non ri-cadere in un elitarismo.
Quando parli con qualcuno, e questo qualcuno dice:
“… La differenza tra un tuo pari e una cavia…”
O:
“… La differenza tra un tuo pari e…”
La risposta, in automatico, è:
“Siamo tutti uguali. In fondo.”
Lacerante colpo di glottide tra la prima e la seconda frase. Ingoi le corde vocali, perché è la ratio a farti rispondere con tale velocità, prima che l’istinto possa farti dire, pacatamente:
“Già.”
La differenza tra ciò che vuoi arrivare a pensare e ciò che senti nonostante. Nessun essere umano dotato di un minimo di intelligenza vorrebbe arrivare a pensare che la maggior parte dei suoi simili non gli siano simili, perché significa vivere, intimamente, in solitudine. Auto-relegazione. Non basta amare sterilmente l’esistenza del prossimo. Parlo ogni giorno con un numero di persone che varia, da 3 a 8 a più, e sono interscambiabili. Percepisco la loro unicità abbastanza da non distinguerle. Arrivi a domandarti: ma ne vale la pena…?
Deve valerne la pena, se non sai cosa significhi fare cose per dovere o automatismi.
Per questo, forse, m’incazzo quando vedo qualcuno rinunciare a un po’ di individualità o appellarsi a un genere pre-esistente per definirsi. Cazzo, distinguetevi! Facilitate il lavoro alle altre persone.

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