Stasi e portando avanti.

L’ultimo ricordo, prima di svegliarmi, vede me schierata su un palco teatrale con dei colleghi. Sì, tutti in giacca e cravatta, nero e bianco. Sì, molto men in black. C’era anche John Travolta. Siamo tutti in riga perché il Gran Capo ci vuole fare fuori. Il Gran Capo è quello lì, quello più vecchio, basette grigie, vedete? Quello con l’automatica in mano, e i baffetti sagaci, la faccia da roditore.
Però l’automatica ce l’ho anche io, dietro la schiena. La sento con il pollice e l’indice. Impara a muovere le dita senza tendere i tendini del braccio. Una possibilità ce l’hai. Roulette russa.


A parte i miei deliri notturni, sono in stasi da tre giorni.
Fottuta malattia…
Ieri sei ore di lavoro in uno stato per cui mi vergognavo. Insomma, non si può servire un cliente con la faccia di uno straccio usato e scaraventato in un angolo, e i capelli da lavare raccolti alla bell’è meglio, con effetto finale zitella-con-forcine (senza forcine, però). Sembravo un manichino di fine stagione di un negozio di abbigliamento undeground, quelli su cui sono messi tutti gli scarti della collezione, a caso. Scarpe da skater con stringhe viola-ti-acceco sotto jeans con borchiette e stronzate varie dal metallo al ramato sulle tasche; jeans a sigaretta, che con le scarpe da skater fanno molto nerd. Maglia a collo alto (male golaaaaaaaaaa) color prugna con sopra la maglietta a mezze maniche della divisa.
Mi mancava il muro di una metropolitana dietro, il trucco viola colato sotto agli occhi (sopra alle occhiaie), e la scritta in formato tag di una sottomarca per adolescenti rivoltosi.
Il lato simpatico della faccenda era che la new entry del negozio, una ragazza di nome Marta prototipo bionda-occhi-azzurri che ride sempre in modo assolutamente angosciante e assolutamente ritemprante, ha riso a tutti i miei toni e a tutte le mie battute ciniche.
Poi c’è stato uno della security che mi ha placcato mentre andavo a prendermi da mangiare, per cominciare uno scambio di alto livello culturale:
“Tu lavori con una che si chiama Serena?” (Espressione di chi la sa lunga e c’ha il segreto.)
“Sono io.”
“Ahhh… Allora sei tu, Serena.”
“Sì.”
“La famosa Serena…”
“… Ok, parla.”
“No, è che c’è un ragazzo al Bennet che mi ha detto di Serena…”
“E…?”
“Hai uno spasimante.”
“Ah. Chi è?”
“Ehhh, non si può dire.”
“Ah. Beh, grazie. Ciao, vado a mangiare.”
La gente è strana.
(Loro, non io – ovviamente.)
Poi c’è l’altro ragazzo della security, quello meridionale-ha-fatto-la-fortuna-qui-ma-si-sa-la-mafia-è-ovunque, che mi guarda le cicatrici sul braccio e mi dice in confidenza di quella volta in cui si spense la sigaretta sul braccio per non prendere a schiaffi la tipa.
“Mi aveva dato uno schiaffo e mi aveva fatto incazzare non sai quanto.”
“Eh…”
“E allora sai che ho fatto? Avevo la sigaretta in mano e così, davanti a lei, me la sono spenta addosso.”
“Meglio fare del male a te che a lei, no?”
“E si è messa a piangere!”
“Certo, logico. Tu ti fai male e lei piange.”
E tante piccole cose.
Per la seconda volta lo dico: mi mancherà quel posto di lavoro. Anche se – mi rendo conto – riesco a sfuggirne esattamente adesso che cominciavo a farne parte, e quindi a essere parte dei pettegolezzi.
(Il signor Biffi, vecchietto laido che passa le giornate girando senza scopo per il centro commerciale, rivela alle folle che io disegno donne nude. Ohhh. Chi gliel’ha detto? Ma soprattutto, la notizia risale ai tempi del liceo… Ma soprattutto, che se ne fa di questa notizia?)
Odio i pettegolezzi, sapete?
Intendo: quelli che non sono diffusi da me, e sono veri.
Una collega ha riassunto la sottoscritta alla new entry dicendo che sono quella che ogni tanto si perde nel suo mondo; è un po’ filosofa, ecco. Credevo di essermi lasciata alle spalle certe abitudini, e invece sono ancora qui. Meglio perdersi nel proprio mondo per qualche istante anziché avere crisi epilettiche, no? Guardiamo i lati positivi…

Domani è pubblica la graduatoria del test; è pubblico se sono dentro o no.
Intanto, Donato Torchia manda placido una cortigiana di fiducia e un mancato castrato a prendere un affascinante uomo proveniente da Aleppo, con cui intende intessere un’amicizia di mutuo soccorso. (No, laidi maialini, non in quel senso.)



«Ah! E tu questo come lo sai? Ha quindi usato gli stessi argomenti con te? Ma intendo, esattamente gli stessi eguali argomenti? D’altro canto…» pare supporre Nicola, chiudendole la giaccia sui seni. «Ci sarebbe da chiedersi in che vesti ti ha desiderato come conversatrice. O conversatore. Perché, mia cara Zefirina, è tale la padronanza che l’uomo di Aleppo ha nei riguardi di certe virili dissertazioni che-»
«Che ci si domanderebbe per quali generi di discorsi si renda famosa Venezia.»
È di Donato, l’intromissione – garbata, cortese, placida. Insinuante quanto può esserlo una piuma, ma ciò nonostante tutt’altro che lieve. È in piedi sulla porta, fa ora il passo per entrare, e di tutta la frenesia che l’attendeva non sembra serbare traccia.


Intanto, un ambasciatore in era napoleonica di nome Milton porta avanti le sue danze tra creoli e ufficiali.


«Un aspetto algido attrae l’occhio, si sa, e se egli me lo permetterà scambierò con lui alcuni di quegli utili consigli, vestiti da piacevoli e forse poco convenienti discussioni, sul come trattare una donna… Se mi permettete…» Milton fece un passo, cercando nello sguardo dell’ufficiale il benestare. Il passo lo fece in direzione di Miss Barbara, e al primo seguì un secondo, al secondo il braccio alzato per reggere quello di lei. «Potrei mostrargli da subito com’è obbligo di ogni gentiluomo afferrare l’occasione non appena questa si presenta. Un ballo, Miss?»


Moebius Sedlacek è negli anni del collegio, con le sue törlessiane trame.


«Mi chiedo cosa ci sia nella tua testa…» comincia a dire Moebius, meditabondo. Una sigaretta è comparsa anche tra le sue labbra, ma su di lui è parte integrante della figura d’insieme. (E il suo fiato sa di tabacco bruciato. Sempre.) «Studentello riservato che sta sulle proprie scopre il pompino per bocca di un ragazzo drogato. Come ti senti? Non ci sono passato… Quanto devi essermi stato grato, in quel momento.»


Anni dopo è avvocato, e le trame sono più intricate e vanno sul personale.


«Più grandi…» ripete Moebius, continuando ad annuire. Prende la sigaretta e l’accendisigari. «Sì, certe passioni nascono in collegio. Le coetanee sono troppo stupide, e vogliono troppo senza saperselo prendere. Una donna matura è sicura di sé, e sa prendersi quello che vuole. Giusto…?» Ammicca, quel sorriso a metà che Miahi gli ha già visto: le labbra sollevate solo da un lato, come se l’altro tacesse per censura.


Proseguo quel racconto breve che riguarda me, Hyoga, Horton e Kendall.
Hyoga è in vacanza, e intanto scrivo una frase ogni tanto.
Tipo:



New York è magica perché è del colore su cui sintonizzi il canale. Sulla Corvette a cambio manuale di Horton persiste l’effetto neve, e il brusio di sottofondo rade a zero ogni disturbo.
Il motore delle altre auto, può essere un disturbo.
La musica che fuoriesce da un locale, può esserlo.
Gli sporadici schiamazzi notturni, anche.
Qualsiasi cosa che non sia il silenzio che precede il gran boato è di disturbo.


Infine, ci diamo da fare per trovare uno stile a quella “cosa” sci-fi da farsi con roninreloaded .


Gli occhi si aprono sulla cabina vuota.
«Bentornato, coscritto Kevorkian.»
Quasi vuota.
«Presente, coscritta Liqin.»
La voce non riemerge subito. Il corpo dorme, quando la mente si connette al chip; il corpo non subisce più gli stimoli esterni, ma galleggia in quelli interni.
Kevorkian ha freddo del freddo del magazzino di fasci di cavi e travi di metallo ossidato, e del sudore gelato che gli incolla la maglia alla schiena. La maglia è reale, spazio-tempo settato su qui e ora. Il magazzino non era meno reale, fino a tre secondi fa.
Ligin è reale, le cosce che si stringono sui suoi fianchi. Profuma, dolce e densa.
(Il magazzino era arido, e l’odore secco di Steinn; polvere di metallo tra i capelli, esalazioni che si sfilacciano nella memoria.)
Ligin è il buon risveglio, fronte contro fronte, ciglia contro ciglia.
«Da quanto aspetti?»
«Avrei potuto fare da sola, se è questo che intendi.»
«Una lamentela?»
«Mera constatazione.»
Ligin è carne calda e soda e viva contro l’addome. Un nuovo, bagnato sogno, in cui sprofondare.
A occhi aperti.


(Cauche, siamo a un totale di 173 pagine.)

20 comments

  1. [Sembravo un manichino di fine stagione di un negozio di abbigliamento undeground]
    allora sfiguravi al confronto dei vostri manichini strafighi con occhiali da sole anche di notte per coprire lo sguardo da pesce lesso.

    [Domani è pubblica la graduatoria del test; è pubblico se sono dentro o no.]
    mi sembra stupido farti l’imbocca al lupo visto che la cosa è già detta e fatta ma mi sembra invece di cattivo gusto e portasfiga dirti dai che sei passata di sicura visto lo sbattimento.
    Quindi che dire? Si vedrà domani. Se passerai x l’occasione ti cucirò una divisa da studentessa hentai solo x te.

    La prima volta che sono giunta a te in quel delle Meridiane(giunta a te camminando sulle acque vestita solo di stracci con lo sguardo perso nel vuoto… ok, la smetto). Ad ogni modo la prima volta ho passeggiato modalità spia davanti al negozio sbirciando per vedere se ti adocchiavo e/o riconoscevo. Non sapevo se entrare e chiedere di te o entrare e comprare giusto per investigare.
    Ti ho visto da fuori.
    La seconda volta non ti ho nemmeno riconosciuta ed è stata mia cugina a dire che eri te=_=.
    La tua identità è una delle cose più effimere esistenti al mondo.

    1. [allora sfiguravi al confronto dei vostri manichini strafighi con occhiali da sole anche di notte per coprire lo sguardo da pesce lesso.]
      Non è l’acutezza che viene richiesta loro. 😛

      [Quindi che dire? Si vedrà domani. Se passerai x l’occasione ti cucirò una divisa da studentessa hentai solo x te.]
      Ah-a, per me.
      E per la tua gioia. 😛
      Poi mi scarrozzi per fiere tenendomi al guinzaglio e mostrandomi come tua somma creazione. 😀

      [La tua identità è una delle cose più effimere esistenti al mondo.]
      Bisognerebbe capire se è bene o male.
      Se decido di fare la spia da grande (…) sarà bene, suppongo.

      1. [Poi mi scarrozzi per fiere tenendomi al guinzaglio e mostrandomi come tua somma creazione. :D]
        io volevo scorrazzarti in giro più che per fiere. E’ più divertente vedere le facce della gente

  2. [“Tu lavori con una che si chiama Serena?” (Espressione di chi la sa lunga e c’ha il segreto.)
    “Sono io.”
    “Ahhh… Allora sei tu, Serena.”
    “Sì.”
    “La famosa Serena…”
    “… Ok, parla.”
    “No, è che c’è un ragazzo al Bennet che mi ha detto di Serena…”
    “E…?”
    “Hai uno spasimante.”
    “Ah. Chi è?”
    “Ehhh, non si può dire.”
    “Ah. Beh, grazie. Ciao, vado a mangiare.”

    “Mi aveva dato uno schiaffo e mi aveva fatto incazzare non sai quanto.”
    “Eh…”
    “E allora sai che ho fatto? Avevo la sigaretta in mano e così, davanti a lei, me la sono spenta addosso.”
    “Meglio fare del male a te che a lei, no?”
    “E si è messa a piangere!”
    “Certo, logico. Tu ti fai male e lei piange.”]
    XDDDDDDDDDDDDDDDDDDDDDDD
    ti amo, dio, ti adoro!
    ti sbaciucchierei tutta *.*

    [rivela alle folle che io disegno donne nude.]
    è che si vede, amu.
    e comunque hai sempre la scusa del liceo artistico, dove le donne nude girano con vestaglie aperte per i corridoi.
    imprinting originario.
    e comunque, ti amo.
    *smack*

      1. WAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAH!
        … Io avrei in giro una ricetta per cinghiale al miele di fattura vichinga. Che ne dici? Io ammazzo il cinghiale, se vuoi – o perlomeno ci provo.
        Cmq, considerami tua cavia!

        1. non mi azzarderei a iniziare la mia sperimentazione con una ricetta vichinga, andrei su cose più soft.
          una cosa, avvisami prima perchè lo devo marinare per 12 ore prima di cucinarlo.
          *smack*

        2. sì, nel senso che devo preparare la marinata e mettercelo dentro, lasciandocelo per 12 ore…ok che sono masochista ma non starei mai 12 ore ai fornelli aggratis 😛
          facciamo per settimana prossima che in questi gg sono impegnatissimissima?

  3. [Il signor Biffi, vecchietto laido che passa le giornate girando senza scopo per il centro commerciale, rivela alle folle che io disegno donne nude. Ohhh. Chi gliel’ha detto?]

    Beh, questa però è inquietante. O_o

    1. bah…

      Lettura interessante anche perchè ho capito alcune cose importanti:
      a) lavori come commessa in un manicomio.
      b) la nuova è senz’altro un bel pezzo.
      c) mi sa che somigli a qualcuno.
      d) il signor Biffi, che campa a ffà?
      e) varie ed eventuali.

      Saludos pappice.splinder.com

      1. Re: bah…

        [a) lavori come commessa in un manicomio.]
        Non proprio. Qui.

        [b) la nuova è senz’altro un bel pezzo.]
        Innegabile.

        [c) mi sa che somigli a qualcuno.]
        Sì, a una famosa cantante senegalese. Per questo attiro un puttanaio di senegalesi.

        [d) il signor Biffi, che campa a ffà?]
        È in pensione e approfitta del fatto che giovani commesse in tiro non possono mandarlo a fare in culo. Dici che basta?

        [e) varie ed eventuali.]
        Semper et comunque.
        (Amen.)

    2. Forse un senso c’è. Non che sia difficile. Basta dire come mi chiamo, come sono, e venire a sapere che facevo un liceo artistico – quel posto in cui si disegnano donnine nude.
      Ma no, non è difficile trovare un senso. Magari il signor Biffi ha parlato col mio spasimante al Bennet, chiunque questi sia, sa il mio nome. Insomma…
      … Lecco è una città piccola, sono io che fingo di non farne parte. >_>

  4. –(Cauche, siamo a un totale di 173 pagine.)–

    E che è, colpa mia?…:P

    E’sempre costruttivo leggere le cronache semiserie (spero) della tua vita reale. Continuo a pensare che tu sia una fanciullina molto, molto coraggiosa.
    E in effetti ci vuole più coraggio ad andare a lavorare in un centro commerciale (o in uno studio grafico…) tutti i giorni che non ad affrontare la soldataglia Mangiarane tra il fang di un fottutto campo in quella fottutissima Polonia! (grazie Lindemann…)

    adoro i nostri ragazzi!!!

    1. [E che è, colpa mia?…:P]
      Ovvio.
      È sempre bello maltrattarti.

      [E’sempre costruttivo leggere le cronache semiserie (spero) della tua vita reale. Continuo a pensare che tu sia una fanciullina molto, molto coraggiosa.
      E in effetti ci vuole più coraggio ad andare a lavorare in un centro commerciale (o in uno studio grafico…) tutti i giorni che non ad affrontare la soldataglia Mangiarane tra il fang di un fottutto campo in quella fottutissima Polonia! (grazie Lindemann…)]
      Ma infatti è tutta preparazione per la Legione Straniera, che credevi? 😛

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