Continua. A. Suonare.

4.33 del mattino.
I mozziconi contenuti nel posacenere stanno discutendo se il numero sia sufficiente a creare una comunità, per poi prendere vita e ammazzarmi direttamente anziché a piccole dosi.
La Mater dorme in camera.
Dopo avermi telefonato chiedendomi pro-forma se era un problema il fatto che due DJ giapponesi che parlano giapponese e due parole di inglese dormissero da noi – in camera mia, perché è pulita, a differenza della casa.
(E ti viene da dire: “Edward Macard… Lecca, principiante.”)
(E ti viene anche da dire: “Abbiamo bisogno di maggiore spazio vitale.”)

Appro di mangiarane, sullo Screw c’è un franscese. Il franscese mi è simile per molti lati, peccato che sia Wicca, e che i Wicca risveglino il Frollo che è in me – peccato che sugli storpi io la pensi alla spartana.

E penso che non so abbastanza.
Penso alla chattata con la Strega (il franscese) in cui mi avrebbe dato una buona idea fornendomi la metafora che vuole me che distribuisco biglietti sola-andata per il Terzo Mondo (luogo casuale, più simbolico che geografico, suppongo) alla comunità.
Peccato ci avessi già pensato con Donato Torchia.
Posso tollerare tutta la mia ignoranza?
Posso tollerare tutta la mia inconsapevolezza?
Horton, sul divano, mi direbbe che devo scopare – se non fosse troppo occupato a giocare a poker con il sergente istruttore che è in me.
Il sergente istruttore qualche tempo fa ha detto:
“RECLUTA! NON SEI CHE UNA MERDA! E LE MERDE SAI COSA FANNO?! VIVONO DA MERDE, FOTTUTO GIORNO DOPO FOTTUTO GIORNO!”
Poi è andato sul divano con Horton e mi ha fatto intendere che vivere da merda significava non avere il suo incessante urlare nelle orecchie.
Adesso passa le nottate a sparare stronzate con Horton e – quando vado a dormire – conta fino a quaranta minuti per poi venire a farmi scherzetti, come camminare piano piano fino al mio guanciale e poi urlarmi nelle orecchie.
Al che, sveglia e all’erta, gli chiedo:
“Cazzo c’è?!”
E lui mi guarda, con un sorriso derisorio e compassionevole, e torna a giocare con Horton.

In questo allegro spirito, tra una birra passata a Horton e il mondo che inesorabilmente decade e progredisce alle mie spalle, ho ripreso in mano la tavoletta grafica. Da bravo essere inutile coltivo i miei inutili passatempi attendendo l’esito del test. Il prodotto – uno dei prodotti – della nottata è così rilevante che non l’ho neanche uppato per linkarlo qui e lì. Lo trovate qui. L’artista è scassacazzo e non solo fa cose inutili, ma vuole pure diffonderle.
Fottuti artistoidi.
Horton ripete “artistoide” e fa spallucce.
I due, ogni tanto, si fermano dal giocare e si voltano verso di me. Essendo al PC do loro le spalle, ma vedo il loro sguardo. È lo sguardo che rivolgi a un piccolo timido e mortificabile singolo quando tu sei in nutrita compagnia e capacissimo di non soffrire delle conseguenze delle tue azioni. È lo sguardo dei tanti sull’uno. È una delle poche cose che mi terrorizzano. Assieme alle grosse gabbie per uccelli senza ali e fatti di carne, sangue, fango e uno sputo di Dio.

Ho un umore così piatto che potrei dormire restando sveglia.
Ma, dopotutto, di là c’è una camera pulita con due letti liberi, perché i giapponesi hanno trovato altra sistemazione.
Le lenzuola profumano. Fresche lenzuola. E pavimento libero. Vestiti negli armadi. Ragno di fianco al letto spodestato. (No, non ho mangiato neanche questo.) E ho bisognobisognobisogno di un bar anonimo ma familiare e un “lascia la bottiglia”, di Jack Daniel’s, grazie, il solito, siamo qui per collassare, sì, e tu continua a suonare quello splendido pezzo blues, o era jazz? O rock, forse country, ma no, non importa… Continua a suonare, va bene così.

12 comments

  1. >>Adesso passa le nottate a sparare stronzate con Horton e – quando vado a dormire – conta fino a quaranta minuti per poi venire a farmi scherzetti, come camminare piano piano fino al mio guanciale e poi urlarmi nelle orecchie.

    1. Devo uscire, I know.
      Ma devo uscire con la testa, non con le gambe. Con le gambe esco tutti i giorni. Tutti giorni ho a che fare con altri esseri umani, ma non basta.
      Boh.
      Ti sento solo quando sei tra gli altri, non quando non c’è nessuno.

        1. La solitudine la sento quando sto in mezzo alle persone, molto più che quando sono ad esempio a casa mia e sono effettivamente sola.

          Dovrei uscire.
          Farmi un giro.
          Vedere gente…
          Per “tirarmi fuori”.
          Il punto è che esco, vedo gente, ma mi sento comunque come se fossi sempre in giro da sola.

        2. Credo sia una questione di percezione.
          A volte non conta tanto la vicinanza fisica quanto la risonanza emotiva.
          Se non si raggiunge un grado di iterazione abbastanza profondo i rapporti e le conversazioni si mantentengono su una base superficiale.
          (immagino che oltre quella soglia stiano sentimenti come amicizia, affetto, calore umano, gentilezze gratuite che gratificano, suppongo.)

    1. [Dio se ho bisogno di un posto così anche io.]
      Vuoi venire a fare le pulizie?
      (Insomma, vuoi venire a scopare?)
      (Insomma, vuoi venire?)
      (Ok, la smetto.)

      [Se vuoi posso suonare qualcosa per te^^ ti piace il flauto traverso?]
      Mi piace (quasi) qualsiasi strumento suonato dal vivo, sai?

      1. (Insomma, vuoi venire a scopare?)
        (Insomma, vuoi venire?)
        (Ok, la smetto.)

        Ti ringrazio.
        XD potrei prenderti in parola be careful.(anzi, be carrefour)

        Mi piace (quasi) qualsiasi strumento suonato dal vivo, sai?

        Fantastico, ho un motivo in più per applicarmi! e_e

        1. [Ti ringrazio.
          XD potrei prenderti in parola be careful.(anzi, be carrefour)]
          Rimaniamo al giapponese, che è più perverso. *nods*

          [Fantastico, ho un motivo in più per applicarmi! e_e]
          E porta il flauto.
          (Perversissimo!)

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