Jan van Leiden

La sala del banchetto odora di vetro infranto – sono scorie, percepite solo dall’olfatto, che minacciano di essere taglienti quanto la materia da cui provengono.
Vetro, che era sabbia.
Il lento disgregarsi degli elementi costituiti.
Un bicchiere, una volta costruito, non può che sopravvivere o rompersi.
E quel che Jan di Leida sa, a fronte della sua lunga e breve vita, è che la cosa migliore è berne. Birra, quando c’è. Vino, sarebbe ancora meglio. E se non c’è altro che sia l’acqua a bagnare la gola – siamo figli di vittime, se non sapessimo vivere male non saremmo sopravvissuti.
Bravo con le parole, Jan, anche se il suo vocabolario è più ampio di quanto la sua capacità di declinare gli permetterebbe.
C’era un tempo – secoli fa, ed era un infante – in cui il Verbo era sacro. Latino. Melliflua lingua che ha il suono di un liquido versato, Fede in forma di ambrosia che scivola per la gola. Cristo ha parlato in latino per anni all’infante Jan, e l’infante Jan lo ha seguito docilmente rivisitando con la memoria passi di quella Bibbia che sapeva da cima a fondo, ma teneva per sé. Era un dialogo interiore, l’unico a cui partecipava, fino a che non imparò a dialogare con con il volgare, con il volgo, con il vino, con la carne – e il latino si accartocciò in lui come un ragno morto. In letargo. Custodito come una lingua madre, impossibile da dimenticare – madre di tutte le lingue, Unica Vera Lingua dell’Unica Vera Fede.
Poi venne Matthys, il profeta. Un uomo la cui fede è bastata a nutrire quel branco di disperati fino alle porte di Münster.
Matthys. Le porte di Münster.
… I suoi testicoli sono ancora appesi lì?

Tutto comincia con un gigante che sembra essere risalito in Terra direttamente dall’Inferno per portare testamento.
Per essere corretti, tutto inizia nel 1518, quando un agostiniano affigge alle porte della chiesa di Wittenberg il proprio pensiero articolato in novantacinque tesi. Il suo nome è Lutero.
Ma in questa storia Lutero non ha altro merito che quello di essersi rivelato non meno ipocrita delle porpore cardinalizie che combatteva. Lutero è un uomo, solo un uomo che ha portato avanti la causa di molti – anche Jan, alla fine, è un uomo, solo un uomo seduto in una sala deserta che non ricorda dove abbia posato i testicoli di Jan Matthys dopo averli strappati alle porte di Münster.
Era lui, Matthys, il gigante profeta.
Una voce che sembrava sempre amplificata dall’acustica di una chiesa. Il torace di una montagna, la bocca una fornace, il cuore una reliquia davanti a cui commuoversi.
Jan di Leida ha tentato di fare lo stesso dello scroto, alzandolo davanti alla folla e dicendo che era segno che il Profeta aveva lasciato a lui, Jan Beukelszoon, il germe della fede anabattista.
Ma questo non fa di Beukelszoon il Profeta.
Ne fa un Profeta in una città accerchiata da un esercito.
Pessima, pessima situazione.
Matthys avrebbe saputo cosa fare?
Matthys è uscito dalle porte della città andando incontro ai Lanzichenecchi. Questo ha fatto. E Beukelszoon, un profeta, si è autoproclamato nuova guida di quel branco di disperati. Avessero visto, Rothmann o Knipperdolling, in che modo gli uomini e le donne hanno guardato Jan mentre stringeva in una mano quella sconcia reliquia. Con quale cieca fiducia gli hanno chiesto speranza…!
Non poteva fare altrimenti.
Vocazione. Dio ti pone davanti a una scelta avendo già scelto per te, e ciò ti rende un eletto. O un dannato. O un eletto facile alla bestemmia.
La stessa vocazione l’ha colto davanti a Matthys. Il gigante profeta era la Voce, tromba divina capace di spandersi ovunque e richiamare a sé i 144.000 eletti della Nuova Gerusalemme.
Ma Jan, allora, l’ha sentita solo su di sé.
Quella predica in piazza, simile a molte altre – e le tesi che Lutero affisse non erano altrettanto simili a molte altre? Non è Jan simile a molti altri? – lo aveva investito senza possibilità di replica.
Ma Jan di Leida non sa tacere; da che ha imparato quanto piacevole sia il suono della propria straziante voce – non piena e rimbombante come quella di Matthys, come un rimprovero tenuto da Dio, ma acuta e rauca, come un rimprovero suggerito dal Diavolo – Jan di Leida ha compreso di non potersi esimere dal rispondere più di quanto possa esimersi dal vivere. Ha tentato, il mal francese, di fare di lui una delle sue vittime, ma quando Dio decide il destino di un uomo neanche la peggior malattia contratta col peggior peccato carnale può nulla.
La domanda, ora, è: Dio, per quando hai deciso la mia morte?
La sala del banchetto è vuota da settimane; l’ultimo pasto che vi si è consumato è precedente al momento in cui Matthys ha detto che non esistono i pasti dei reggenti e i pasti del popolo, e che ogni banchetto è aperto a chiunque, o banchetto non sarà.
I vetri rotti erano pezzi di cristalleria svezzati a vino francese e labbra di dama. Sono stati lanciati contro le pareti, ma solo dopo aver strappato e bruciato gli arazzi, ma questo solo dopo avervi urinato sopra.
Il vetro rotto, la sabbia, testimonia.
Alcuni frammenti più tenaci e ostili alla dissoluzione si sono incastonati come preziosi tra la stoffa dei calzari che Jan indossa e la sua carne. Non è il dolore a inquietarlo – il dolore è un sottofondo troppo necessario per poter essere scacciato – è piuttosto l’intrusione. Nella perfetta solitudine che ha richiesto al popolo di Münster – che il Profeta sia lasciato solo per essere consigliato da Dio – non vuole l’ombra di un intruso. Potesse, scanserebbe anche se stesso per poter rimanere in una stanza totalmente vuota.
Vi è entrato con il fiato corto, e la frenesia nel respiro che sempre precede una visione.
Si è chiuso la porta alle spalle e ha arrancato fino al posto d’onore per potersi accasciare nelle proprie convulsioni, frementi.
Si è seduto, e Dio ha taciuto.
Il cuore ha rallentato i battiti, la visione ha perso contorni e forse anche il senso stesso di averne una. Che altro c’è da dire? Dopo aver danzato inneggiando alla nuova Münster, al sacrificio del Profeta Matthys come segno favorevole alla Nuova Gerusalemme – dopo aver creduto che tutto fosse finito, compresa la sua vita, per mano degli stessi münsteriti o forse dei lanzichenecchi, e dopo aver visto quel popolo divenire il suo popolo, affidandosi a lui, follemente – Jan ha tolto ogni investitura alla parola.
Che altro c’è da dire…?
Volevano un miracolo. Il cielo aprirsi e benedirli.
Voleva un miracolo. L’ha avuto. Non ne vuole altri.


Lo continuerò…?
Ci tengo.
Botta di creatività.
Mentre quell’infame di Donato Torchia mi si nega.


Per la cronaca… Volete farvi passare la fame? Documentatevi mezzo immagini sul mal francese, sì detto sifilide (mementomorimementomorimementomori) e sulla gotta.


E visto che ci siamo…

Adoro la canzone.
Anche l’immagine.
Il concept, dai.
Che faccia fluttuare poteri superiori meno.

6 comments

        1. Re: Ma quanto sei indigesta…

          Dimentichi la mia bisessualità, Weiro.
          Siamo abituati a non avere oggetti contundenti di carne.
          (E cmq, sorpresina: non tutti i castrati erano disfunzionanti. 😉 )

        2. Re: Ma quanto sei indigesta…

          Non ho parlato di castrati, ma di checche sopraniste… E, funzionanti o meno, vista la mascolinità di due di loro, dubito forrrtemente che siano disposti a concupirti, anche se mai-dire-mai vista la tua vocazione 😀 .

        3. Re: Ma quanto sei indigesta…

          [Non ho parlato di castrati, ma di checche sopraniste… E, funzionanti o meno, vista la mascolinità di due di loro, dubito forrrtemente che siano disposti a concupirti, anche se mai-dire-mai vista la tua vocazione 😀 .]
          Di solito sono i non-omosessuali a generalizzare additando come omosessuali gli effeminati.

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