L’opera al nero

“L’uomo è un’istituzione che ha contro di sé il tempo, la necessità, la fortuna e l’imbecille e sempre crescente supremazia del numero,” disse più pacatamente il filosofo. “Gli uomini uccideranno l’uomo.”


Da L’opera al nero, di Marguerite Yourcenar, che finalmente ho terminato. Se dovessi dire come ciò ha influito sul mio umore, dovrei dirmi depressa; ma non lo so, perché non ha influito; non ha aggiunto nozioni, ne ha confermate; ciò lo rende pericoloso.


La pedofilia, l’omosessualità, la violenza e la confusione.

Girano su YouTube video di Maschio 100%, associazione culturale e movimento politico, che parlano di come il problema della pedofilia sia intrinsecamente collegato all’omosessualità, in quanto sia questa la perversione e causa scatenante della prima.

Girano in questi giorni su blog, individuali e non legati a movimenti politici né a particolari credo, foto di bambini recanti contusioni e ferite, bambini vittime di violenze fisiche, correlate dall’indignazione che la notizia del Boy Love Day – soprannominata “giornata dell’orgoglio pedofilo” – ha causato.
È partita una reazione a catena contro questa giornata, con la richiesta che venisse soppressa. Il fenomeno si è propagato soprattutto tramite internet, luogo in cui la comunicazione, come si sa, e la trasmissione di informazioni sono più facili all’attuazione. Sempre grazie a Internet si era diffuso in Italia (sottotitolato), prima che sui giornali e in TV, il documentario Sex crimes and the Vatican, per l’appunto sugli abusi su minori commessi da parte del clero: preti che con il ricatto (violenza) costringevano bambini (pedofilia) maschi (omosessualità) a concedersi sessualmente.
Ma le tre parole non sono sinonimi, benché oramai la parola “pedofilia” contenga di default le altre due.

Pedo(fanciullo)filia(affetto/amore).
La parola è costruita similmente a molte altre proprie del nostro linguaggio comune, quali filantropia (“amore per gli esseri umani”) o filosofia (“amore per il sapere”), e non contiene in sé un’azione, ma un’inclinazione.
Così come “filantropo” non è sinonimo di “violento erotomane”, “pedofilo” non è sinonimo di “stupratore”.
La parola più corretta sarebbe “pederastia”, in cui all’etereo sentimento d’amore si assomma un genere di rapporto molto più simile a quello che oggi definiremmo “rapporto di coppia”: che includa, cioè, la sessualità – che non è l’abuso, come suggeriscono alcuni leitmotiv: “lo stupro non è sesso, è violenza”.
Ma a tutt’oggi il termine “pederasta” implica l’omosessualità, sempre a causa di quel processo di sintesi attuato dall’umana mente, fondamentalmente dannoso per l’essere umano perché ne rivela la poca elasticità, che accosta e fonde concetti che in dati periodi storici vanno a braccetto creando situazioni pericolose per la società – o che si voglia siano tali.

Parliamo di parole antiche, la cui culla fu quella Grecia in cui pedofilia e pederastia non erano tabù ma componenti della vita quotidiana, per ciò componenti dell’allora società e per ciò regolamentati come si regolamenta ogni comportamento di uso comune affinché non divenga – nei suoi estremi – dannoso per la società stessa.
È ovviamente impossibile sovrapporre la nostra e la loro società, perché c’è differenza su troppi punti, tra cui il fatto che a tutt’oggi un rapporto tra persone che non siano parenti viene ritenuto giusto se c’è eguaglianza. La moglie deve avere pari opportunità rispetto al marito, ad esempio; ad esempio, in ambito lavorativo la maggiore anzianità anagrafica (e non lavorativa) non deve avere ripercussioni nei ruoli affidati.
In quest’ottica, un rapporto tra una persona di quarant’anni e una di dodici è improponibile, a meno che questi non siano padre e figlio; ci sentiamo naturalmente predisposti a ricercare in un amante caratteristiche che ci avvicinino a lui, e ci è quindi poco concepibile l’apprezzare una persona proprio per la distanza di esperienza che ci separa da questa.
Questo non giustifica però il sovraccaricare la parola “pedofilia” di significati che non le appartengono; demonizzandola le si nega la possibilità, in futuro, di poter esistere nei suoi significati più positivi per la crescita personale delle persone e produttivi per la società che li accoglie – condizione oggi impossibile, in quanto per cultura qualsiasi bambino cresce percependo la pedofilia come cancro, ed è quindi naturalmente condannato a vivere ogni approccio a questa come una violenza – ed è qui, nella violenza, che emerge il danno.

Esistono a tutt’oggi fior fior di stati in cui la sodomia è reato, altri in cui è l’omosessualità a esserlo; negli stessi territori italiani è stato così, e una giornata dell’orgoglio gay un centinaio di anni fa sarebbe stata censurata ancor prima di arrivare al pubblico dominio.
Oggi usiamo le petizioni, perché siamo in democrazia.
Il passo successivo alla demonizzazione di un comportamento, che include il non poterlo accettare pubblicamente e quindi l’opporsi alla sua pubblica manifestazione, è lo spiegare secondo medicina come questo non sia semplicemente un reato, ma bensì una malattia.
E oggi, difatti, accanto alle affermazioni che condannano senza dubbi la pedofilia, c’è il punto di vista per cui i pedofili siano in realtà malati mentali.

Negare a un gruppo di persone di scendere in piazza (che sia virtuale o meno non importa) e festeggiare le proprie inclinazioni non riduce l’attuazione violenta di quelle stesse inclinazioni, ma nega semmai a chi non condivide di potersi trovare faccia a faccia con il “nemico”, e discuterci.
Cercare di far cambiare idea a qualcuno discutendoci direttamente, anziché impiegare cinque minuti della propria esistenza postando sul proprio blog affinché il Boy Love Day venga censurato è indubbiamente molto più impegnativo. E darebbe anche modo di mettere in discussione i principi di quei pedofili auto-proclamati. Ovviamente bisogna ricordare che in ogni discussione ambo le parti devono essere disposte a mettersi in dubbio; Socrate, che nel Simposio si poneva a favore della pedofilia e contro la pederastia, teneva in gran considerazione il dubbio come mezzo di auto-miglioramento.
Negare a un gruppo di persone uno spazio pubblico non le muove a mutare se stesse, ma semmai a chiudersi nei ranghi e ghettizzarsi ulteriormente.

La violenza è un cancro purtroppo ben conosciuto dall’umanità: c’è sempre stato.
Quel che varia, di contesto in contesto, è quanto questa violenza venga denunciata e messa allo scoperto – cosa che, oggi, pare essere fatta veramente poco nella vita quotidiana, o non avremmo testimonianze di adulti che dopo un’infanzia di abusi ricevuti esce allo scoperto.
Negare a un evento pubblico di mostrarsi non fa che rimarcare il confine che distingue i buoni dai cattivi, e ne accentua i ruoli.
Il fatto che gran parte degli abusi sessuali su minori si svolgano all’interno del nucleo famigliare, e proseguano per anni e anni grazie alla censura che chi conosce il fatto pone per salvaguardare la situazione dallo scandalo, dovrebbe far riflettere.

L’under-the-cut è un articolo scritto oggi dicendomi che volevo comunque scrivere ciò che ho scritto, ma qui, sul LJ, e tanto valeva provare a farne un articolo.
Che non verrà pubblicato, perché pare spezzare una lancia a favore di chi abusa di pubescenti.
L’idea di un contatto sessuale, ma anche solo fisico, con un marmocchio mi ripugna; quegli esseri che puzzano di latte e dei propri umori perché privi di auto-coscienza. Bleah.
Lasciamoci la possibilità di trovare un altro giornale presso cui pubblicare, ma non è fondamentale; quella non è la mia causa.
Quel che mi deprime – ed è la mia causa – è che per pubblicare un articolo del genere si abbisogna di qualcuno che abbia voglia di rischiare. Fottuta censura. Fottuto il politically correct. Insomma, fottere.


Jog dice che non è facile capire come io consideri le persone.
Jog dice che io sono come un castello con un fossato attorno. Oltre al fossato, sull’orlo, ci sono poche persone – le più vicine a me, sull’orlo del fossato, pessima locazione – e dietro di loro, poi, la massa sconfinata sempre più fitta.
Jog dice che:
“Non ci sono ponti levatoi.”
“Beh, ma puoi saltare.”
Jog dice che mi vede nel castello, che derisoria incito:
“Dai, salta! Dai, vediamo sei riesci!”
Jog dice che il fossato non è forse un fossato, ma una parete trasparente – e la gente si rende conto di stare sbattendoci la fronte solo quando il sangue che esce dalla ferita entra loro negli occhi.
Jog dice che tengo lontane le persone, solo che io so – tenendole lontane – di cosa per loro fortuna le sto privando; loro non lo sanno.
Le ho detto che io non ferisco le persone, non tanto.
È la parete, il fossato, a ferirle.
Le avvisi, no?

Dice che sembra che, quando conosco una persona, la prima cosa che faccio sia guardare me e quella persona dall’esterno, da lontano; è ciò che faccio.
Un rapporto, visto dall’interno, è qualsiasi cosa tu voglia; visto dall’esterno ha una parvenza di obiettività, e può assomigliare a una barzelletta. Puoi essere sconfinatamente ridicolo: basta che tu ne sia cosciente.
È importante, per Sna, essere coscienti di ciò che si fa. È ciò che ti permette, quando arrechi danno, di essere colpevole e non vittima. C’è sempre una qualche colpa, anche nelle più buone azioni, ma la colpa può essere portata degnamente, come uno scotto da pagare.
Ciò che terrorizza Sna è un danno arrecato inconsapevolmente.
Jog dice che quello che terrorizza Sna è l’inconsapevolezza.

Jog dice che uso il mondo come specchio per ritrovare me stessa. Che sono auto-referenziale. Che mi proietto sugli altri. Che sono tanto, tanto, saldata a me stessa. Ma io sono tutti voi. Ula fa notare la lieve differenza tra io sono tutti voi e io sono tutti noi. Già.

Jog dice che le piace ricevere il mondo.
Le dico che anche a me, piace; che sono una persona molto sensibile, subisco l’influenza delle cose senza filtri; contemplo.
Le dico che, però, solo quando dò al mondo riesco a farmi aprire le labbra con un sorriso.

Se ammetti di essere auto-referenziale ogni tuo proposito si risolve in un’elaborata e assordante masturbazione.

Jog ha parlato di Burattinai.
Era da anni che questo arché non veniva dissotterrato.

Rifletto tanto perché non sto facendo nulla.
A. mi chiede con cadenza regolare quando gli consegnerò la Russia.
Gli rispondo ogni volta, diligente, che ci sto lavorando.

8 comments

  1. [Girano in questi giorni su blog, individuali e non legati a movimenti politici né a particolari credo, foto di bambini recanti contusioni e ferite, bambini vittime di violenze fisiche, correlate dall’indignazione che la notizia del Boy Love Day – soprannominata “giornata dell’orgoglio pedofilo” – ha causato.]
    devo sentirmi citata? 😛
    sei l’unica a cui io non abbia linkato la petizione per evitare i soliti discorsi che abbiamo fatto un milione di volte.
    sai come la penso.
    baciotto ^^

    1. Ho fatto il banner per mia madre, contro il Boy Love Day – chiedendole di non dirmi autrice dello stesso (del banner, non del Boy Love Day :P). Forse è stato questo a farmi scattare, per equilibrare. Ho visto anche sul tuo blog quel post, ed è stata un’altra delle cose che mi ha portato a scrivere. Una insieme a molte altre, o non avrei scritto un articolo ma avrei parlato direttamente con te.

      [sai come la penso.]
      Argomentalo logicamente confutando come la penso io, allora, e rendimi partecipe di questa sommossa collettiva. Mi faresti un favore.

  2. [Argomentalo logicamente confutando come la penso io, allora, e rendimi partecipe di questa sommossa collettiva. Mi faresti un favore.]
    hai bisogno di altre argomentazioni?
    punto primo, considerando la parola pedofilia nel suo senso letterale, io sono pedofila, come la maggior parte delle persone sulla terra.
    nell’accezione giuridica (e più diffusa), sta a significare un amore di tipo sessuale per gli infanti, andando a coincidere quindi con i termini più appropriati pederastia e pedomania.
    detto ciò è pressochè automatico un rifiuto della pedofilia intesa come interesse sessuale verso i bambini, in quanto in essi lo sviluppo sessuale e intellettivo non è ancora avvenuto, e quindi non si possono considerare in alcun modo senzienti.
    pertanto qualsiasi atto sessuale compiuto con o in presenza di bambini è un abominio e una violenza, che compromette il normale sviluppo della vittima e che in molti casi la renderà in età adulta a sua volta un pedofilo.
    senza contare che io personalmente conosco persone che hanno subito violenze sessuali da bamibni e che tuttora hanno problemi immensi di accettazione del proprio corpo, fobie, incubi notturni e attacchi di panico e paranoie.
    davvero lasceresti che gli artefici di ciò manifestassero per giustificare i loro crimini e per chiedere la scarcerazione dei loro “simili”?

    1. Mi porti risposte già considerate nell’articolo, e che ho già smembrato per dare risposta a queste.
      Il punto è che ribatti come se io stessi proteggendo chi abusa di bambini.
      A parte che non proteggo nessuno, io voglio solo far considerare una separazione.
      La violenza è una cosa.
      La pedofilia è un’altra.
      E se esistono più parole per più concetti, vorrà forse dire che questi concetti, almeno in un certo periodo storico, esistevano separatamente.

      [davvero lasceresti che gli artefici di ciò manifestassero per giustificare i loro crimini e per chiedere la scarcerazione dei loro “simili”?]
      Sarebbe un’ottima occasione per discuterci. Confrontarsi. La repressione non annienta un problema – o meglio, lo annienterebbe se la repressione fosse reale, ma dato che molti dei casi vengono taciuti DA PIU’ PERSONE per anni, la repressione non fa che inasprire.
      (Che poi… Davanti a una vera repressione scatta l’urlo indignato al nazismo – altro tabù.)
      Puoi dire che la pedofilia è un abominio.
      Che è una malattia.
      … Ma siamo tutti esseri umani, soggetti alle ingerenze del contesto, e fino a che non viene dimostrato che una cosa è genetica 100% e non subisce alcun influsso dal mondo esterno (e ti sfido a trovarne), credo sarebbe più produttivo pensare che ciò che vediamo nel prossimo potremmo essere noi.

      1. come dissi a Jog, c’è una sola occasione in cui vorrei vederli TUTTI in piazza, ossia attaccati ad una forca.
        e potrei proseguire, ma non lo faccio.
        per questo non ti ho linkato la petizione.
        per non cadere in questi discorsi.
        te l’ho detto, sai come la penso.

        1. [per questo non ti ho linkato la petizione.
          per non cadere in questi discorsi.
          te l’ho detto, sai come la penso.]
          E allora, di grazia, perché minchia hai replyato?
          Per dirmi che so come la pensi?
          Se lo so non me lo devi dire.
          Mi esplichi?

          [come dissi a Jog, c’è una sola occasione in cui vorrei vederli TUTTI in piazza, ossia attaccati ad una forca.]
          Ognuno è libero di portare avanti i tuoi ideali.
          Ci credi?
          Veramente?
          Allora fai qualcosa di concreto.
          No, non so cosa.
          Ma io non dico che attaccherei qualcuno a una forca (tra l’altro, risposta estremamente argomentata e logica alla mia argomentazione; slittata sulla sintesi senza passare dalla disamina e senza aver negato l’altrui argomentazione). E non perché lo trovo abominevole.

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