Grand Guignol

«M. dice che sono un mistico.»
«Un mistico.»
«Ci sono i mistici e i maghi. I maghi sono quelli che agiscono sul mondo, i mistici quello che lo ricevono.»
«… Vedi, secondo me fare la parte di quello che riceve e non agisce è lodevole. È una via, e non semplice. Ammirevole. Ma devi ricevere il mondo e sorridere, perché se lo ricevi e soffri non sei un mistico, ma un debole.»


Spazio-tempo settato su Cremona, qualche settimana fa.
«M. dice che sono un mistico.» è un ragazzo molto tenero – permettetemi la banalità – che mi sono trovata ad abbracciare sentitamente dopo due giorni di conoscenza, dicendogli:
«Mi spiace.»
«No, ma adesso sto bene.»
«È appena successo. Ma io posso abbracciarti adesso. Tienilo di scorta, per dopo, quando arriverà la botta.»
«Come fai a sapere che arriverà?»

Mi è tornato alla mente dieci minuti fa, 3.30 del mattino intenta a divincolarmi nel letto per mancanza di sonno.
Divincolarsi nel letto. Alcuni di voi sapranno che significa. Stato ebbro tra lenzuola che sono onde di un mare in tempesta. E via discorrendo…

Ieri sera, prima di mettermi al PC, ho dato una pulita alla casa. Velocissima pulita. Ho settato la mia camera in modo che fosse più pulita, accogliente, profumata. Ho acceso incensi ed effuso olii essenziali, perché quando andassi a dormire fosse un drappo di velluto in cui adagiarmi. Perché si mostrasse bendisposta, e mi desse un tiepido benvenuto, e poi una tiepida buonanotte.
La camera in cui Donato Torchia dorme ha lenzuola soffici, cuscini in cui sprofondare; sacchetti di fiori secchi che espandono fragranze costantemente.
Ma né io né Donato Torchia dormiamo sonni sereni.

Rotolandomi sul guanciale fresco, ho ricordato di una vacanza nella mia infanzia – casa di parenti, al mare – ho ricordato una prozia che mi dava con riluttanza i suoi sonniferi per farmi dormire. Metà pastiglia, non una intera – perché ero piccola, si capisce, e non riuscivo puntualmente ad addormentarmi.
Quando ero piccola mi dicevo che questo “problema” sarebbe venuto meno nel momento in cui non avessi più avuto qualcuno che, al mattino, mi urlasse addosso che era ora di svegliarsi. Quando non avessi avuto più nessuno che si preoccupasse di scuotermi, quando avessi dovuto rendere conto alla vita e non a un parente, mi sarei addormentata.
Quante volte ho detto:
«Non riuscivo ad addormentarmi…»
Quante volte mi è stato risposto:
«Devi provarci. Metterti a letto e aspettare, e vedrai che ti addormenti.»
Quante volte ho pensato:
«Fanculo.»

Poi ti trovi a ventidue anni a piombare nelle tue fresche lenzuola – che tu hai lavato, e messo, in una camera che tu hai sistemato dopo aver lavorato – lì pronta a piombare in direttissima nelle braccia di Morfeo, e il sonno ti snobba grandemente.
È questione di un attimo, un attimo basta, e non stai più per addormentarti.
Come sia accaduto non lo sai.
Accade poi – ed ecco la parte angosciante – che hai ben due sveglie, di cui una radiosveglia a volume così alto che il vicino è venuto a lamentarsi – e nonostante ciò, capita che tu venga svegliata dal tuo datore di lavoro perché sono le nove e mezza del mattino e tu stai dormendo.
Non hai spento le sveglie.
Non le hai neanche sentite.
Oppure le hai spente, sì, alzandoti per farlo, ma non ti ricordi minimamente di averlo fatto.

È angosciante, sapete?
Angosciante non avere la tua veglia sotto controllo.
Vorrei che mi diagnosticassero una qualche malattia legata al sonno per poter addurre a quella la mia condizione.
Magari ce l’ho, ma non lo so.
Magari ce l’ho e la stimata Scienza Moderna non la riconosce ancora come malattia – d’altro canto per motivi simili nel medioevo gli epilettici venivano bruciati anziché curati.
Mi bruceranno?
Nah.
Però è stressante.

Ora finirò il mio caffè americano.
Versato in quella tazza arancione fuori e gialla dentro, sul cui fondo c’erano i residui del caffè precedente – un liquido denso come pece, nero, amaro.
Bevendo birra, ieri sera, ho compreso il senso delle bevande amare.
Lo sto comprendendo da qualche mese a questa parte.
Prima, trovavo il bere bevande amare – o qualsivoglia cosa amara – una deviazione adulta. Cioè: culturalmente ti insegnano che birra e caffè – amari – sono buoni, e tu per divenire adulto li bevi. Alla fine ti ci abitui. Ciò non toglie che, essendo amari, facciano schifo.
E invece no.
Bevendo amara birra mentre mangiavo dolce prosciutto ho trovato un equilibrio.
Un’armonia tra sapori che li completasse l’uno con l’altro, rendendo la mia bocca appagata da diversi aromi del Creato.
Le sigarette, invece, sono fotografie: stampano il gusto sul palato, fermandolo.

E tutte queste sono giustificazioni retroattive, perché alla base mangio prosciutto dolce perché ho fame; bevo birra perché mi rincoglionisce; fumo tabacco perché sono tabagista.
E ora, anche se non ho fame, vorrei mangiarmi una succulenta porzione di carne attaccata all’osso. Poco frollata, grazie. Poco cotta, anche. Per la motivazione non retroattiva di dirmi che sono io ad aver mangiato l’animale morto, e non viceversa.
Perché ciò sia appagante, dovrebbe essere carne umana.
Ma non ho abbastanza fame.

Andrò a dare una pedata a Donato dicendogli di farmi spazio.
Nel mio/em> letto.
Eccheccazzo.

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