Gilbert & Jacqueline

Il vento spirava, gelido, oltre le ammaccate finestre della casa.
Neve, bianca morte per chilometri e chilometri; una volta, in quella terra, il primo villaggio che si poteva incontrare era un compartimento stagno totalmente alienato, mondo a sé rispetto al Mondo.
Una volta, addentrarsi in quegli esigui agglomerati di case significava poter curiosare in vite fatte di uomini e bestie, bestie e uomini e l’eterna lotta per la sopravvivenza, incapaci di condursi diversamente, incapaci di farsi distrarre.

Russia, anno del signore 2007.
Duemila e sette anni di Regno di Cristo in terra di cui Gilbert e Jacqueline non conoscevano che uno spicchio ampio abbastanza da contenere centosettantacinque anni. Una vita troppo lunga per essere chiamata tale, troppo sensibile ai moti del mondo per essere chiamata Morte. Una via di mezzo che annullava entrambe le condizioni, che Gilbert e Jacqueline non erano gli unici a provare. Né i primi. C’era chi era nato ben prima di Cristo, e a tutt’oggi non era ancora in grado di dare gli insegnamenti che il Cristo dovrebbe.
I pochi che vi riuscivano – e non era il caso di Gilbert e Jacqueline – erano buchi neri dispersi in quei punti in cui il globo si richiude in se stesso, troppo inospitale per essere visitato, adatto a immortali il cui destino è di portare follia a chi incroci il loro sguardo.
L’Abisso è l’unico vero dio, sanno Gilbert e Jacqueline.
Quell’enigma insondabile che sta tra Vita e Morte ed è entrambe – mentre gli immortali non sono né l’una né l’altra, e per ciò sono perfetti osservatori di entrambe – l’incognita indistinta da cui tutto è nato e in cui tutto finirà, il Matrimonio degli Opposti.
Una cerimonia che Gilbert e Jacqueline si portavano dentro in forma di germe fin dalla nascita, che volle essere unica per entrambi.
Gilbert e Jacqueline erano, e sono, un’unica persona.

Il vento che spira non è diverso da quello che spirava cent’anni fa.
La dimora nella neve – catapecchia di assi sconnesse, spesse ma troppo cedevoli al tocco del tempo per poter preservare ancora il calore – è la stessa in cui Gilbert e Jacqueline risiedevano cento anni fa, per la prima volta – l’unica memorabile, quando ci si abitua a non avere limiti di tempo che designino l’ora in cui la falce restituirà alla terra ciò che la terra ha donato.
Vita.
Nella neve russa il concetto non batte insistente sulla soglia delle percezioni; non si fa udire, in forma di voce, né si espande nell’aere come profumo. Il sangue non pulsa freneticamente nella giugulare di un essere umano, lì gonfia a richiedere di essere punta.
Nella neve russa c’è la quiete, una catapecchia di assi sconnesse e un cadavere ancora caldo steso al centro dell’unica stanza, nelle cui carni aperte Gilbert e Jacqueline, nudi nell’unico corpo, trovano riparo – come ci si attarda in una vasca, assaporando il calore fino a che l’acqua non diviene gelida. Sono il Rebis che ribolle nel sangue della vittima sacrificale; sono anche l’alchimista che ne ha inciso le carni.
Sono Due e Uno, l’Ermafrodito.
Sono proiettati costantemente verso lo Zero, e la colpa è di Colui che li ha creati.

Anno del signore 1825, Gilbert e Jacqueline nacquero. Nel posto sbagliato.
In una Francia indubbiamente europea e monoteista, per cui il sacro Ermafrodito era un’aberrazione; ebbero un padre e una madre, un debole e una folle, un nome dall’uno e un nome dell’altro.
Gilbert sarebbe divenuto il valido successore della casata; Jacqueline era la puttana verso cui la madre urlava, sporco abominio di puttana che sarebbe dovuta morire prima di nascere con quella deformità.
Colui che li creò, quando Gilbert e Jacqueline avevano appena abbandonato l’infanzia ed erano entrati in quella fase della vita umana in cui il corpo si forma – in maniera ambivalente, nel loro caso – era d’altro canto un Alchimista. Il sangue che scorreva in lui era antico, e nocivo agli altri immortali.
Reietto tra i reietti, questa Sua quanto mai sfortunata condizione lo aveva portato, nei secoli, a cercare un senso alla dissoluzione di tutto.
A quella legge cosmica per cui – se esiste un Inizio – una Fine ci attende. Dal Caos veniamo, al Caos torneremo.
Il suo sangue portava in sé l’entropia; quanto più ne sarebbe scorso, tanto più la spirale discendente avrebbe stretto le proprie spire sul Creato.
Si professava figlio di Baal – e diceva che Baal non era che un nome, e che la Verità era come loro, Gilbert e Jacqueline, erano il Due che è l’Uno che nasce dallo Zero.
Per questo decise di strappare Gilbert e Jacqueline dalle seggiole della ruota della fortuna, quel macinare di vita e morte senza tregua; per porli in una posizione più consona, per dar loro in mano i giusti strumenti affinché il Manifesto tornasse a essere Non-Manifesto.
Anche “Apocalisse” non era che un nome, diceva, ed era quello che designava il loro compito.

Avevo detto a cauchemar_73 che avrei scritto di vampiri per lei.
L’unico vampiro di cui posso scrivere è Gilbert, o Jacqueline, a cui sono tra l’altro oltremodo legata. (E che un giorno giocherò live! è_é)

Su Gilbert/Jacqueline ho un intero racconto, se Cauchemar lo vorrà (o chiunque altro); questo ambivalente individuo sarà sicuramente più vicino ai suoi gusti, avendo per forza qualcosa di etereo nel suo essere ermafrodito – il fatto che coroni alcune delle sue nottate in orgie che si concludono quali carneficine in cui le vittime muoiono con il sorriso delle baccanti stampato in volto… Beh, è un altro conto.

Gilbert e Jacqueline sono anche finiti in un romanzo mai concluso…


Perché, diciamolo, non stiamo parlando di un individuo comune. Madre Natura, sempre lei la nostra scusante, non modella mai un corpo difforme senza nascondervi altre difformità.
Il suo genio nascosto si rivelava in una particolare intelligenza sociale, un’empatia sopraffina che lo aveva dotato di un fiuto da segugio capace di conoscere e riconoscere ogni cosa dell’umano animo; ma questa stessa somma peculiarità lo aveva sempre distanziato dall’umano animo.
Dannazione di chi può vedere oltre all’Illusione.
In questa maledizione non era solo. Fortuna nella sfortuna. E la sfortuna firmava il tutto rendendo i suoi simili meno appetibili al suo gusto.
Ci teniamo a braccetto in questa immortale mortalità.

Per quanto inusuale e con addosso il peso di fattezze rare non era folle. In lui non v’era la minima traccia di follia ma, anzi, una netta lucidità nel recepire il corso degli eventi. Da questa chiara visione fuggiva, terrorizzato dalla prospettiva di una sua futura vita priva di ogni gioco di forme, costituita solo dallo scheletro incolore della realtà.
Come una sanguisuga che si costruisce un recinto in cui rinchiudersi con conigli, si era contornato di ogni genere di persone, e di giorno in giorno ne cercava di nuove, angosciato dal timore che potessero venirne meno alcune, due o tre, dieci, cento e poi tutte, lasciandolo solo a contemplare ciò che era oltre il recinto.
Sedeva abbandonato sui corpi delle proprie conquiste, facendo divenire la zattera della Medusa una morbida poltrona da cui guardare il mondo. Senza quell’appiglio si sarebbe reso conto di poter camminare sulle acque, consapevolezza che posponeva con piacere ma che già s’insinuava di tanto in tanto nella sua fervida mente.
Da quella poltrona contemplava l’Infinito, l’accecante realtà che senza filtri si presentava ai suoi occhi. Poi, sconvolto dall’ineluttabile verità, si rannicchiava nella massa di corpi che lo sostenevano, facendosi coccolare come un infante, confortare e maltrattare a seconda di chi in quel momento gli era più vicino.
Non albergava nella sua persona un distinto limite tra giusto e sbagliato. Tutto era come doveva essere, ineluttabilmente giusto per il disegno divino e ingiusto per chi lo viveva. Quando l’ingiustizia si presentava alle sue porte si consolava osservando il divino piano, dicendosi che la sua stranezza lo esentava almeno un po’ dalla nave di folli che era il mondo, ma che gustarne l’ingiustizia era più che giusto.
Vi erano momenti in cui nulla, se non le più basilari, primitive pulsioni, aveva senso. Tutto era superficiale, tutto era speculazione. Una poesia, convenzioni sotto forma di parola che cercano di ricreare un’armonia stabilita per convenzione; un dipinto, pallida foto dell’astrazione di una mente incapace di esprimersi; una foto, patetico tentativo di aggrapparsi alle sicurezze di ciò che è già avvenuto. Talvolta questi pensieri si estremizzavano e Gilbert rimaneva immobile, seduto su qualche sedia nella parte di mondo in cui si trovava, e non osava alzare una sola mano nel terrore che l’azione superflua potesse rivelargli che anche la sua persona era superflua, un’accozzaglia di Manifestazioni che cercavano di comporre un’Illusione abbastanza interessante da ipnotizzare chi la vedeva.
Eppure, in particolari momenti della sua giornata, un mattino raggiante ma modesto, una notte tiepida e profumata, tutto acquisiva un suo senso, una sua essenza.
Un foglio bianco pareva contenere pensieri ancora inespressi; riusciva quasi a leggervi la propria calligrafia, morbida e voluttuosa, intenta a comporre frasi ben chiare nella testa ma illeggibili sulla carta. Quel pezzo di carta appena sfiorato, leggermente incurvato dall’umidità e cosparso di polvere, diveniva un feticcio, su cui il mondo aveva asperso la propria firma, tramite basilari Manifestazioni di acqua e fuoco, freddo e caldo, secco e umido; il mondo aveva benedetto la superficie vergine per far si che lui, Gilbert l’Artista, finisse lo spettacolo approntandovi il proprio sangue tramite inchiostro.

Avevo diciassette anni, se ben ricordo, quando ho scritto questo pezzo.
Volevo essere l’Ermafrodito.
Condizione che a tutt’oggi non mi spiacerebbe, non fosse per le pessime implicazioni sociali in cui la mia persona sarebbe quindi cresciuta.
Ci fa piacere pensare che, oggi, la gente ci dice che non abbiamo sesso – o che li abbiamo entrambi.


Nacqui maschio, come lui. E femmina, come mia madre. Ermafrodita, ecco la parola adatta. Non androgino, sebbene il termine sia più esplicativo.
Gli angeli sono androgini, le bellezze sono androgine, gli ideali sono androgini. La carne è ermafrodita.
L’androgynus, non è né maschio né femmina, benché nel proprio nome contenga entrambi.
L’ermafrodita, invece, è entrambi.
Sono sicuro che in qualche parte del mondo, mentre io nascevo, esisteva una tribù, o qualche altra popolazione arretrata, che venerava l’ermafrodita e non l’androgino.
Ma io ero in Francia, vicino a Parigi, e la mia condizione non era che di peso.


Questo stupido presente post-giudeo post-cataro che né dell’una né dell’altra religione ha acquisito il paradosso di coesistenza degli opposti che sta alla base di tutto…

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2 comments

  1. Che dire?
    Risponderò con una citazione da Intervista col vampiro, tanto per rimanere in tema (non vi credo che sono riuscita a portarti dalla mia facendoti leggere e scrivere di vampiri!! avanti di questo passo ti porterò davvero a Luthais!!e probabilmente io finirò a scriver di poliziotti corrotti e puttane…:P)
    La citazione, dicevo..”Ne voglio ancora”
    E non starò qui a spiegare a te il quid e il quod etcetera.
    Comunque è vero, ne voglio ancora, voglio leggere ancora di questa creatura che ci è subito piaciuta.
    E’piaciuta a me, ma non faccio testo, con tutta la “rantumaglia” umana e non che raccatto in giro sono peggio del Padre!
    E’piaciuta a Guillaume, che sorride compiaciuto, pregustando “l’ancora e ancora”…il solito ingordo.
    E’piaciuta a Farnese, che come al solito tace e osserva, col suo sorriso da sfinge, coi suoi occhi che sanno cogliere solo il colore dell’oro e quello del sangue, tutto i lresto è irrilevante…

    E, a porposito, Sna…tu SEI l’Ermafrodito, a tuo modo (ricordi, o mia principessa maledetta?…)
    E Guill mi fa notare che è pur vero che gli angeli non hanno sesso, ma i vampiri li hanno entrambi…
    L’ermafrodito è solo uno dei maldestri tentativi di correggere l’errore degli dei, quando, per rabbia e dispetto, ci spaccarono tutti a metà, noi figli della terra, figli del sole, figli della luna… Forse Gilbert/Jacquiline è la cosa più vicina all’Origine dell’Amore

    When the earth was still flat,
    And the clouds made of fire,
    And mountains stretched up to the sky,
    Sometimes higher,
    Folks roamed the earth
    Like big rolling kegs.
    They had two sets of arms.
    They had two sets of legs.
    They had two faces peering
    Out of one giant head
    So they could watch all around them
    As they talked; while they read.
    And they never knew nothing of love.
    It was before the origin of love.

    The origin of love

    And there were three sexes then,
    One that looked like two men
    Glued up back to back,
    Called the children of the sun.
    And similar in shape and girth
    Were the children of the earth.
    They looked like two girls
    Rolled up in one.
    And the children of the moon
    Were like a fork shoved on a spoon.
    They were part sun, part earth
    Part daughter, part son.

    The origin of love

    Now the gods grew quite scared
    Of our strength and defiance
    And Thor said,
    “I’m gonna kill them all
    With my hammer,
    Like I killed the giants.”
    And Zeus said, “No,
    You better let me
    Use my lightening, like scissors,
    Like I cut the legs off the whales
    And dinosaurs into lizards.”
    Then he grabbed up some bolts
    And he let out a laugh,
    Said, “I’ll split them right down the middle.
    Gonna cut them right up in half.”
    And then storm clouds gathered above
    Into great balls of fire

    And then fire shot down
    From the sky in bolts
    Like shining blades
    Of a knife.
    And it ripped
    Right through the flesh
    Of the children of the sun
    And the moon
    And the earth.
    And some Indian god
    Sewed the wound up into a hole,
    Pulled it round to our belly
    To remind us of the price we pay.
    And Osiris and the gods of the Nile
    Gathered up a big storm
    To blow a hurricane,
    To scatter us away,
    In a flood of wind and rain,
    And a sea of tidal waves,
    To wash us all away,
    And if we don’t behave
    They’ll cut us down again
    And we’ll be hopping round on one foot
    And looking through one eye.

    Last time I saw you
    We had just split in two.
    You were looking at me.
    I was looking at you.
    You had a way so familiar,
    But I could not recognize,
    Cause you had blood on your face;
    I had blood in my eyes.
    But I could swear by your expression
    That the pain down in your soul
    Was the same as the one down in mine.
    That’s the pain,
    Cuts a straight line
    Down through the heart;
    We called it love.
    So we wrapped our arms around each other,
    Trying to shove ourselves back together.
    We were making love,
    Making love.
    It was a cold dark evening,
    Such a long time ago,
    When by the mighty hand of Jove,
    It was the sad story
    How we became
    Lonely two-legged creatures,
    It’s the story of
    The origin of love.
    That’s the origin of love.

    The origin of Love
    Hedwig and the Angry Inch

    1. Ti rispondo ascoltando la canzone da te linkata.
      A riguardo, ti risponderò sul tuo LJ.

      [La citazione, dicevo..”Ne voglio ancora”]
      Ti sendo mezzo mail quel background. 🙂

      [E’piaciuta a Guillaume, che sorride compiaciuto, pregustando “l’ancora e ancora”…il solito ingordo.
      E’piaciuta a Farnese, che come al solito tace e osserva, col suo sorriso da sfinge, coi suoi occhi che sanno cogliere solo il colore dell’oro e quello del sangue, tutto i lresto è irrilevante…]
      Li renderemo partecipi della vita di un Baali – senza dire loro ove il Baali si trovi ora, o il suddetto Baali cesserebbe di avere cose da narrare, e di avere un corpo integro per poterlo fare. 😛

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