Il Dio che Ride

Momento meno frenetico di quello di ieri. Pausa pranzo quando non esistono pause pranzo e si mangia a caso in casuali momenti della giornata. In bocca il sapore di un caffè bevuto al bar e della birra aperta. Mariestads 50cl since 1848, made in Ikea. Residuo in lattina di una visita all’Ikea per prendere una libreria – e a fine visita avevo gli appunti per rifarmi la camera, riflettendo su che divano letto comprare.
Voglio una stanza fatta di pareti di libri, con sedia da ufficio reclinabile, scrivania elegante e minimalista, armadi specchiati e un divano letto con chaise longue laterale da puttana di classe – o molto informale studio. Perché voglio uno studio, più che una camera, in bianco e nero e specchi e superficie in morbida fintapelle su cui scrivere. Un luogo in cui far entrare dall’amante al papabile cliente.
… Ciò che conta, infine, è che io abbia la libreria. Il resto è vanitas.

Vi dirò che è l’11 maggio 2007 e che è una bella giornata.
Che me ne sto seduta al tavolo in canottiera nera, e io amo avere le braccia scoperte; amo essere scoperta, e non per i supposti motivi che potreste portare, ma perché amo sentire la mia pelle a contatto con la mia pelle, e che sia libera da costrizioni.
Sono sempre più tragicamente priva di memoria a breve termine; se fossi fidanzata, la mia dolce metà mi darebbe dell’insensibile; non a caso non mi fidanzo; quel che conta è che ho bene in mente le cose che devo ricordare, quelle importanti. Sono il medio utente di una società individualista tesa all’esasperazione dell’auto-soddisfazione del singolo, ma che sia il primo passo.
Sto riscoprendo la mia umiltà.
La riscopro perché mi do grandi obiettivi, in cui l’auto-compiacimento della sottoscritta può andare al diavolo. E che ci vada, è secondario; non nel senso di inutile, ma nel senso di: sii soddisfatta di ciò che fai, perché tu possa così farlo meglio, e ciò sia quindi più utile.
Perché sono una persona arrogante. Perché voglio concedermi il lusso d’essere umile solo davanti a eroi. Perché il mondo è così grande, e immenso, che dovrò essere umile fino al mio ultimo giorno.
Perché, ogni tanto, ascolto florachan; non lei cantare, che già è troppo; l’ascolto, semplicemente, dire:

… Sono nati nati per sferzare l’aria, per gettarsi in picchiata, oltre la prudenza, oltre i limiti del corpo e dello spirito, per ricordare agli uomini che esiste ancora l’immortalità e l’innocenza, il fervore dei desideri.

A volte mi dico che Flo non capirà mai quanto la sua voce sia importante per me; quanto lo sia qui; quanto sia importante questo pezzo, per intero, semplicemente parlato. Vorrei comprendesse l’importanza del dono che ha di tradurre in parole e suono un concetto.
Vorrei parlare del desiderio, puro, che è inutile che io cerchi d’inscatolare; il desiderio come moto che spinge, e null’altro – e quando la velocità è eccessiva non puoi anche padroneggiare la direzione.
Vi prego, andate alla finestra.
Guardate oltre quello che vi è vicino; guardate oltre i palazzi, le montagne, oltre la linea dell’orizzonte. Guardate oltre la vostra vita, per quanto bella o brutta possa essere; è una vita, null’altro. Ho scritto una volta, e spesso mi cito su questo punto, che la vita è una partita a carte: ciò che conta è giocare. Altrimenti, non c’è movimento, non c’è senso. Le carte sono fatte per essere perse e guadagnate. Si ha il libero arbitrio, e la possibilità di fermare la ruota che gira, ma che senso ha?
Guardate un punto che non potete vedere perché troppo lontano.
Un luogo che per voi sarà terrore puro, perché sconosciuto; per questo meraviglioso.
Non è un luogo fisico, e se ci sono stati momenti in cui vi siete sentiti come se di vostra volontà steste aprendovi la cassa toracica, a mani nude, ed essendone estasiati, lo sapete.
Tante le vie di Dio, tante quelle dell’uomo.
Tante, e le ringrazio, le vie che esistono e non conosco.

La vita adesso non è più bella che in altri momenti; non lo è la morte.
Ma seguo il Dio che Ride. Comunque.

12 comments

  1. Posso farti una domanda?
    Immagina di vivere nella consapevolezza che inevitabilmente tutte le carte sono destinate a scivolarti tra le mani, una dopo l’altra.
    Immagina di affrontare ogni giorno sapendo che non conoscerai né vivrai la vita nel potere di realizzare.
    Immagina di stringere le dita e che tutto ciò che provi ad afferrare ti venga sottratto.
    Immagina di poter percepire il desiderio, ma di non poter fare altro che guardare la sua fiamma ardere, senza riuscire mai a scaldarti con essa.
    Immagina di concepire il futuro solo come possibilità negata, non un luogo sconosciuto denso di aspettative e di intenti, ma una strada che sei già stanco di percorrere e che non conduce in nessun posto.
    .. Riesci ad immaginare questo?

    La vita è semplicemnte vita. Unica e proprio per questo ne percepiamo l’importanza.
    Anche quando il Dio che Ride non sorride sempre nello stesso modo.
    Ma riesci ad accettare di sapere che l’ardore, la volontà, la convinzione, la fede che ti hanno sorretto ed animato sono paralizzati e inutili?

    1. Una volta ero una bimbetta psicotica, uno di quegli esserini così tanto sepolti dai propri problemi da non saper fare altro che viverci. Di merda. Vivere di merda la propria vita, perché quando hai la stabilità di un fuscello non puoi fare progetti. Soprattutto: non ti hai.

      [Immagina di vivere nella consapevolezza che inevitabilmente tutte le carte sono destinate a scivolarti tra le mani, una dopo l’altra.]
      Sì, perché sei una merda, come essere umano, non sai tenere tra le mani una cosa senza o farla cadere o ammorbarla o farla fuggire.

      [Immagina di affrontare ogni giorno sapendo che non conoscerai né vivrai la vita nel potere di realizzare.]
      Perché sei la merda di cui sopra, troppo debole per fare cose al di fuori di sé. Non c’è, un sé; non puoi realizzare nulla, perché non hai niente da proiettare: dentro di te non c’è nulla. Sei un involucro vuoto. Non sono gli altri a non capirti, è che non c’è nulla da capire.

      [Immagina di stringere le dita e che tutto ciò che provi ad afferrare ti venga sottratto.]
      Vuoi cose ideali, che a conti fatti possono sì essere realizzate, ma durerebbero un secondo: è la vita, che si muove. Ma tu non vuoi che le cose ti vengano sottratte, quindi non le afferri.

      [Immagina di poter percepire il desiderio, ma di non poter fare altro che guardare la sua fiamma ardere, senza riuscire mai a scaldarti con essa.]
      C’è un punto dentro di te in cui sei sempre solo, sempre lucido, e questa parte di te ti guarda mentre provi desiderio, e scuote la testa sorridendo con disprezzo.
      E tu sai che alla fine ha ragione. Alla fine sarai d’accordo.

      [Immagina di concepire il futuro solo come possibilità negata, non un luogo sconosciuto denso di aspettative e di intenti, ma una strada che sei già stanco di percorrere e che non conduce in nessun posto.]
      Svegliarti la mattina e cercare bourbon perché ti permette di dormire con la testa mentre il corpo è sveglio.
      Se guardi fuori dalla finestra, in agosto, il mondo è grigio. Ovunque tu andrai. Il grigio ce l’hai dentro.

      [.. Riesci ad immaginare questo?]
      Riesco a ricordare tutto questo, ovviamente nella mia personalissima visione, ossia: per quando l’ho provato io. Per anni. A 19 anni, dopo anni a vivere con queste domande non come domande ma come certezze, ti dici che non guarirai mai. Perché la tua non è una malattia, ma il tuo stato d’essere, e speri in un indolore dissolversi.

      1. Non ti so dire cosa sia successo poi.
        Forse, quando sono arrivata definitivamente a osservare con lucidità che, a differenza di quanto mi dicevano, le mie non erano paranoie adolescenziali e sarebbero passate, ma esiste la legge del più forte e i deboli crepano, mi sono detta che non mi andava di crepare da debole. Benché abbia cercato di farmi fuori. Troppo incapace anche in quello. Forse è stato il finire in ospedale non per problemi fisici, ma di testa. Forse è stato trovarmi davanti un tizio con laurea che mi chiedeva se volevo fare due settimane nel reparto psichiatrico. Ma io non ero pazza, semplicemente: non sapevo vivere, non volevo, perché… Copia/incolla le domande che mi hai fatto. Per quello. E mi dicevo, e dico tuttora, che la vita non è una cosa sacra a sé: che la vita è un insieme di fattori, positivi e negativi, se quelli negativi sono in maggioranza che senso ha viverla? Fatti fuori, no?
        E lo dico anche oggi.
        Nessuno costringe nessuno a partecipare al gran gioco della vita; si ha la possibilità di togliersi, e ciò per me è splendido libero arbitrio. Presente Peace? Peace che diserta perché sceglierà lui per cosa morire?
        Immagino non fosse ancora la mia ora di crepare, o qualcosa del genere.
        E ti dirò, non ho perdonato e non perdonerò la persona che mi ha fermato: quella persona non ha rispettato il mio volere.
        Benché io oggi sia pienamente felice di vivere… :9
        … Benché sappia che potrei tornare a quello stato, perché le carte in tavola non sono cambiate, ma solo il modo in cui le gioco.

        Potrei dirti oggi le stesse eguali cose che dicevo allora.
        Esiste una frase a cui molta gente giunge:
        “Se analizzi logicamente le cose arrivi a una conclusione pessimista.”
        È vero.
        Per questo il mio Dio ride: vive il bene e il male. Né l’uno né l’altro sono eterni.

        [Ma riesci ad accettare di sapere che l’ardore, la volontà, la convinzione, la fede che ti hanno sorretto ed animato sono paralizzati e inutili?]
        Forse un giorno lo scoprirò.
        (Di nuovo.)
        Mi dò grosse aspettative, e per ciò mi servirà molto tempo per arrivarci; tutto tempo in cui non avere risposte alla domanda: è utile tutto ciò? Intanto provo. Intanto giro la ruota della fortuna. Faccio buone azioni e danni. Mi miglioro e mi affosso. Apro le ali e mi ingabbio. È il gioco: quello che educa a se stesso.

        1. lo so, lo so, è una cazzo di intromissione, ma se certe cose le scrivi è perchè vuoi che vengano lette.
          e, dato che ti conoscevo quando tutto è successo, ti conoscevo da prima che qualcosa nel grigiore che ti portavi dentro (che tanto mi fece soffrire, di quella sofferenza che provano i bambini davanti alle cose che non capiscono e quindi non elaborano, ma che semplicemente fanno male tanto da farmi desiderare che tu mi facessi qualsiasi cosa purchè non lo facessi a te stessa), dicevo, prima che qualcosa in quel grigiore scattasse e ti permettesse di reagire io ero lì a guardarti sprofondare.
          e per questo mi sento di dirti che forse quando hai fatto quello che hai fatto volevi morire per far male a quella persona, perchè la odiavi e l’amavi al contempo.
          non l’avresti fatto in sua presenza, sapendo perfettamente che avrebbe potuto fermarti, se semplicemente avessi voluto ammazzarti.
          sapevi che ti avrebbe frenata ed era ciò che volevi.
          perchè sei molto intelligente e so a quali livelli di psicotica lucidità arrivavi allora, e sono certa che tu sapevi che non te l’avrebbe permesso.
          se c’è qualcuno che non dovresti perdonare quella persona sei tu, sei tu che gli hai permesso (anzi, l’hai obbligato) a fermarti.
          tu gli hai messo la tua vita in mano, la colpa è solo tua.
          per il resto, sono felice che tu viva perchè ti amo.

        2. C’è un problema, di fondo.
          E il problema sta nel fatto che il problema non era esterno a me, in una persona esterna a me, ma il problema ero io.
          Io non amavo/odiavo Marco.
          Io gli volevo bene, del bene di un’amicizia tiepida e buona così – lo odiavo, perché nutrivo nei suoi confronti aspettative – non nei miei confronti, ma come essere umano. Era il mio simbolo, il mio confronto; avrebbe dovuto eccellere e quindi farmi eccellere, e invece lo trovavo mortificabile e ne venivo mortificata, doppio smacco come l’essere feriti da un ferito.

          [e per questo mi sento di dirti che forse quando hai fatto quello che hai fatto volevi morire per far male a quella persona]
          Grazie di aver messo quel “forse”.
          Mi fa sentire meno offesa. Posso non mandarti a fare in culo (amichevolmente, s’intende; quel “vaffanculo” catartico per poi pensare che ognuno ha la propria opinione).
          Mi sono tirata una stilettata per ogni stilettata tirata a lui, perché gliene tiravo per debolezza, per indebolirlo, non per migliorare me o distruggere un degno nemico.
          Gli ho detto, mesi e mesi prima del momento climax, di quel che facevo: che lo maltrattavo, perché lo disprezzavo, perché lo consideravo una merda d’uomo, perché era la mia droga: necessitavo, ma mi faceva schifo.
          Sfruttavo i momenti di ubriacatura (e ne ricorderai uno, altro climax precedente al finale, dopo un concerto dei Cradle) per dirgli che in fondo, nella parte di me non debilitata e resa meschina dal dolore, per lui speravo bene. Che lo colpivo per debolezza. Che avrei voluto… Che volevo… Avrei voluto sempre essere quella minuscola parte integra e intoccata di me. Perché, come ho detto, gli volevo bene, ma mi era umanamente intollerabile, contro ogni mio nascente principio – e credo lo sia anche oggi – ma lo avevo assiso a modello di confronto.
          (La cosa ridicola è che ciò che più rinforzava in me questo confronto era il fatto che sapesse conquistare ragazze. Anni prima che io lo avessi conosciuto, ma ciò non lo contemplavo. Mah.)
          Gli volevo bene, ma non potevo frequentarlo così tanto – ma non riuscivo a farne a meno.
          Per questo quando gli ho tirato quel cazzotto interrompendo il rapporto non ero incazzata. Quello era un gesto premeditato: ristabilire confini. Senza astio. L’ho mandato a fare in culo con un simbolico pugno in faccia volendogli bene.

          L’atto in sé, l’eclatante tentato suicidio, non è stato compiuto premeditatamente. L’atto in sé è scattato in un momento in cui quella persona era presente, perché quella persona ha causato uno di quei raptus che ai tempi definivo:
          … Il tempo non esiste più…
          Ho cercato di scapparne.
          Ho corso.
          … Ok, la realtà a volta è poco fiction, e quindi non pensi registicamente al senso di correre fuori casa a caso, per poi tornare perché non c’è un posto in cui scappare, ma in casa c’è un coltello – e al momento può essere un modo per scappare, o quantomeno di rompere l’insostenibile presente in cui stai vivendo.

        3. Non ho dato colpe a Marco più di quante ne abbia date a me.
          Sono feticista dell’iper-responsabilità del singolo, lo sai; e infine non credo si possa parlare di colpe, quando ci si aiuta e ferisce a vicenda.
          Ma…

          [tu gli hai messo la tua vita in mano, la colpa è solo tua.]
          Non ne ero capace, Amu.
          Avrei voluto, tempo prima.
          E avrei voluto qualcuno che sapesse romanticamente prendere la mia vita e gestirla, tipo amministratore di condominio.
          Ma Marco non ne era in grado. Aveva già difficoltà a tenere in mano la propria, di vita.

          Non so dirti se, nel caso avessi trovato una persona capace di prendere in mano la mia vita, gliel’avrei infine data: sono troppo gelosa di me stessa.
          Ricordo che si era accennata l’ipotesi di fidanzarci. Per provare. Mi è stato dato del tempo per rifletterci. Non so se gli ho detto sì e subito dopo ho ritrattato, o se subito ho negato perché trovavo ingiusto privare le ragazze che frequentavo (e quelle che avrei potuto conoscere) di me, che sarebbe stata riservata solo a lui. Sarà ridicolo, ma gliel’ho detto piangendo, addolorata dall’idea. (Indubbiamente avevo una grande stima di me-potenziale.)

          La colpa dei miei dolori è solo mia. (E il merito delle mie gioie è solo mia; non sono scema :P)
          Ciò che pretendo da una persona è rispetto. Rispetto è: rispettare il mio volere. Marco ha messo da parte il rispetto perché (ovviamente) non voleva vedermi morta. Non gliene faccio una colpa, intendiamoci. Ma non posso perdonargliela, o dovrei accettare un’immane mancanza di rispetto, dato il tenore della mia volontà in quel momento.

          Sono io a dirti che le colpe sono solamente nostre.
          È l’unico modo di prenderci tutti i meriti.

  2. Non intendevo affatto criticare il tuo sentire, né smentire la positività del tuo messaggio. Ho sempre ammirato quella forza che hai dentro, fatta di entusismo e di orgoglio, quell’energia che ti spinge a intraprendere continuamente nuovi progetti e a ‘rimetterti in gioco’ su più fronti; quella tua capacità di “riorganizzare”
    cuore e cervello.

    [Nessuno costringe nessuno a partecipare al gran gioco della vita; si ha la possibilità di togliersi, e ciò per me è splendido libero arbitrio.]
    (Con la differenza che chi vuole vivere vede giustificato il proprio diritto, a chi vuole morire a volte non viene riconosciuto. Ma sto divagando)

    [E ti dirò, non ho perdonato e non perdonerò la persona che mi ha fermato: quella persona non ha rispettato il mio volere.
    Benché io oggi sia pienamente felice di vivere… ]

    Questo è un argomento talmente fragile e delicato che affrontandolo rischierei di combinare i danni di un certo Lindemann in negozio di cristalleria.
    Non credo nel perdono, ma credo nella comprensione di un gesto, mettendo a nudo le motivazioni dalle quali è nato.
    Credo che il discriminante siano in questo caso le intenzioni che hanno determinato i comportamenti. (Non voglio e non intendo giudicare. Provo solo a capire.)

    [Se analizzi logicamente le cose arrivi a una conclusione pessimista.]
    Accettare il pessimismo come conclusione è una condizione di passività.
    Se così deve essere preferisco sempre e comunque lottare, con rabbia se necessario, ma non accetto e non accetterò mai di subire.

    Le domande che ti ho rivolto erano però improntate ad uno spirito diverso; non mi riferivo tanto a quei momenti di oscurantismo che portano ad annichilire il proprio presente, a vederlo piatto ed incolore e a sentirsi … soffocare.
    A quello si reagisce prima o poi, in un modo o nell’altro.

    Parlo dell’impossibilità di partecipare al ‘gioco’, nel bene e nel male nonostate le intenzioni e la volontà, di fronte a cause indipendenti e sovrastanti che ci schiacciano.
    Cause di fronte alle quali mi sento impotente. E detesto profondamente sentirmi impotente.

    1. So che non volevi criticare il mio sentire; credo tra l’altro tu sia una persona dalle mani troppo delicate per farlo.

      [(Con la differenza che chi vuole vivere vede giustificato il proprio diritto, a chi vuole morire a volte non viene riconosciuto. Ma sto divagando)]
      Spe, non la capisco… *mumble*

      [Non credo nel perdono, ma credo nella comprensione di un gesto, mettendo a nudo le motivazioni dalle quali è nato.]
      Una persona a cui vuoi bene cerca di ammazzarsi.
      Credo sia facile da comprendere perché cerchi di evitarglielo.

      [Accettare il pessimismo come conclusione è una condizione di passività.]
      Per lottare devi avere un obiettivo.
      Se questo è logico, è definibile pessimista.
      O fatalista.
      (Mi hanno dato spesso della fatalista.)
      Posso dirti che voglio lottare per le idee.
      Posso dirti che voglio giocare e fare cazzate per usare le mie carte in modo dinamico e divertente.
      Posso dirti che voglio usare il mio sangue per una causa.
      Posso dirti che ho voglia di fare casino.
      Sto dicendo la stessa cosa.

      [Se così deve essere preferisco sempre e comunque lottare, con rabbia se necessario, ma non accetto e non accetterò mai di subire.]
      Subire. Accettare. Comprendere. Avere rivelazione di ciò che è. Arrendersi.
      Tutto dipende da come vedi le cose; da questo dipende la tua scelta di termini, che dipende dalla percezione delle cose che hai.
      Tu subisci la morte?
      O la accetti?
      O la comprendi?
      O in rivelazione la capisci?
      O ti arrendi a essa?
      Tanto, arriverà comunque.

      [Parlo dell’impossibilità di partecipare al ‘gioco’, nel bene e nel male nonostate le intenzioni e la volontà, di fronte a cause indipendenti e sovrastanti che ci schiacciano.]
      Di primo acchito potrei dirti che non ne esistono.
      Che tutto dipende da te.
      Ma sarebbe di primo acchito.
      Bisognerebbe andare nello specifico.
      Andiamo nello specifico?

      1. [So che non volevi criticare il mio sentire; credo tra l’altro tu sia una persona dalle mani troppo delicate per farlo.]
        Grazie. E’ una bella cosa da dire e da sentirsi dire.
        Vedi, ci sono delle cose tra ciò che hai scritto che mi hanno turbata e tendere ad analizzare dall’esterno certe dinamiche porta ad astrarre e decontestualizzare da esperienze reali. E il passato alle volte ha i contorni di ferite suturate male.
        Il punto è che condivido quanto hai espresso, riassumibile in quel tutto dipende da te.
        Ci poniamo delle mete da raggiungere e lottando per esse e diamo un significato alla nostra esistenza. Proviamo a modellare ciò che ci circonda, a renderlo conforme ai nostri desideri. Non riesco a restare ferma ad aspettare.
        Ma io sono in grado di farlo.

        [Spe, non la capisco… *mumble*]
        Mi riferivo in generale alla spinosa questione dell’eutanasia. (accennata in un contesto che la sfiorava molto alla lontana)

        [Subire. Accettare. Comprendere. Avere rivelazione di ciò che è. Arrendersi.
        Tu subisci la morte?]
        La morte è una fatalità e fa parte dell’inevitabile.
        Reagisco in termini di rabbia e dolore a seconda della sua inutilità o della sua casualità.
        (Accetto la morte come la conclusione naturale di un ciclo.
        La subisco in seguito ad una malattia.
        Mi fa rabbia la perdita di un’intera famiglia a seguito di uno scontro frontale con un ubriaco)

        [Andiamo nello specifico?]
        Pensavo ad alcune malattie, che conducono ad un progressivo ed inarrestabile decadimento fisico.
        E mi sono chiesta … e se?
        Mi sono chiesta se avrei ancora la forza di ridere, di alzarmi e di guardare oltre, sentendo dentro l’energia rifluire e abbandonare il corpo. Sapendo esattamente cosa si nasconde dietro l’oltre e vedendovi una prospettiva terrorizzante.
        Ci vuole coraggio per morire, ma ci vuole molto più coraggio per vivere.
        E mi sono chiesta come reagirei alla paura.

        1. ‘azzo. Domandone.
          Guarda, potrei darti risposte. Fittizie. Perché non lo so.
          Esiste la classica domanda:
          “Se potessi sapere tramite sfera di cristallo quando morirai, vorresti saperlo?”
          No.

          Ho avuto la fortuna di conoscere persone che hanno sfiorato, sfiorano, la morte, e sono vive.
          E che vivono la propria vita… vivendo.
          Io le stimo.
          E ringrazio.

          Ma la morte, intesa come “fine”, è un gran bel discorso.
          Ti ho portato questo:

          [Tutto dipende da come vedi le cose; da questo dipende la tua scelta di termini, che dipende dalla percezione delle cose che hai.
          Tu subisci la morte?
          O la accetti?
          O la comprendi?
          O in rivelazione la capisci?
          O ti arrendi a essa?
          Tanto, arriverà comunque.]

          Perché è una certezza e un’incognita.
          Verrà ma non sai quando.
          E puoi dire che stai morendo ogni giorno.
          Posso dirti che della morte amo la visione che ne dà i tarocchi.
          Posso dirti che, non sapendo, cerco di sbattermene: arriverà quando arriverà.
          Posso dirti che mi terrorizza l’idea di essere colta da una malattia degenerativa veloce a dipanarsi.

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