Flugschriften

Quell’uomo abituato alle meretrici o alle matrone sgraziate si meravigliava dei modi squisiti d’Hilzonde: le mani delicate poggiate sul tenero vello del monte di Venere gli ricordavano quelle di una dama distrattamente posate sul manicotto o sul carlino dal mantello ricciuto. Le parlava di sé: a sedici anni aveva capito di essere Dio. Aveva avuto un attacco di epilessia nella bottega del sarto presso cui era apprendista e lo avevano cacciato; tra le grida e la bava, era entrato in cielo. Aveva provato di nuovo quel tremito divino dietro le quinte del teatro ambulante dove recitava la parte di buffone bastonato; in un fienile, dove aveva posseduto la prima ragazza, aveva compreso che Dio era quella carne che si muove, quei corpi nudi per i quali non esiste più né povertà né ricchezza, quella grande onda di vita che travolge anche la morte e scorre come sangue d’angelo. Si esprimeva in un presuntuoso gergo d’attore, costellato d’errori di grammatica da figlio di contadino.

(…)

Il Re sorpreso nel sonno combatté da una camera all’altra, da un corridoio all’altro, con il coraggio e l’agilità di un gatto inseguito dai mastini; sul far del giorno Hilzonde lo vide attraversare la piazza spogliato degli orpelli teatrali, nudo fino alla cintola, curvo sotto la sferza. Lo fecero entrare a calci in una grossa gabbia dov’egli era solito rinchiudere gli scontenti e gli indifferenti in attesa del giudizio.

(…)

Hilzonde attese il suo turno fino alla sera. Aveva indossato la più bella veste che le rimaneva; le sue trecce erano trapunte di spille d’argento. Finalmente comparvero quattro soldati; erano onesti bruti che facevano il loro dovere. Lei afferrò per la mano la piccola Marta che si mise a gridare, e le disse:
«Vieni, figlia mia, andiamo a Dio.»
Uno degli uomini le strappò la creatura e la gettò addosso a Johanna che la ricevette sul suo corpetto nero. Hilzonde li seguì senza più parlare. Andava così svelta che i suoi giustizieri dovettero affrettarsi. Per non inciampare teneva colle mani i lunghi lembi dell’abito di seta e sembrava camminasse sulle onde.
Giunta sul palco, riconobbe confusamente tra i morti qualcuno che conosceva, una delle ex-regine. Si lasciò cadere su quel mucchio ancora caldo e porse la gola.


L’opera al nero, di Marguerite Yourcenar – gentilmente consigliato e accennato da eredhikr, che s’ostina a dire ch’io sia Zenone – ma difendo, per ora, dicendo che Zenone è troppo empirista per i miei gusti.
Il Re sopra citato è, ovviamente, Jan di Leida, che pare mi stia rincorrendo di libro in libro.
Qui la sua è solo una comparsa, ma quanto mai gradita. O sgradita?


Oggi ho sognato, e ho realizzato – mentre nel sogno spalancavo la bocca nel tentativo di urlare un avvertimento al mio gatto – che è da diverse notti (o giorni) che nei miei sogni non ho che una flebile, e inutile, e impotente voce.
Ho uno strano modo di vivere i sogni, che finora non ho ritrovato in nessuno – e mi piacerebbe, per avere un confronto.
Quando Sna sogna, Sna è sempre cosciente di essere in un sogno.
La dimensione onirica è per Sna una realtà parallela con leggi proprie, in cui ogni volta viene messa in scena una trama.
Vi sono leggi, per ogni ambientazione e sogno; in alcuni tipi di sogni non mi è concesso uccidere il “nemico” della situazione, quale esso sia, e provarci si rivela inutile. Il nemico non muore perché non deve morire, e lo so prima di provarci.
In altri, il compito è volare. E bisogna allora chiudere gli occhi, inspirare, sfiorare le corde che reggono i fondali del sogno, e poi fluttuare beata.
In altri non si può uscire da un certo luogo finché non si è fatta una certa cosa, e va capito quale sia.
In altri Sna deve provare angoscia, e quindi si ferma cauta negli angoli per fottere il sogno – che non le ponga effetti a sorpresa dietro l’angolo.
Sono sogni molto liberali, i miei: ad esempio, posso provare una scena più volte. Posso dirmi, a un certo punto: dunque, questo lo uccido o no? Qual è la soluzione migliore? E Sna può provare e rifare la scena diversamente.
Ma sanno anche essere spietati, i sogni di Sna: se è deciso che una data persona muoia, morirà – e Sna lo sa da subito, come sa ogni cosa o quasi dei sogni, perché Sna è attrice e regista della sua sfera onirica.

Sna, oggi, sognando, ha a un certo punto pensato, mentre dalla sua gola non usciva che un rantolo:
“Ma cazzo, è da troppo tempo che non posso urlare. Non va bene.”
No, non va bene.
Cosa succede?
La regista, se lo sa, non me lo dice.
La regista dice di mettere in atto ordini dall’alto (o dal basso), nulla più.
Nessuno sa nulla, e quando sogno non ho voce.


Sono le 6.34 del mattino, e penso che sono giorni che vivo di notte.
Ieri sera sono uscita dalla tana, accostandomi alla gentile eredhikr, che mi conosce, e proprio perché mi conosce può rispondere alle domande in cui le chiedo come sono fatta, come mi sto comportando, cosa accade. È forse l’unica persona che è riuscita e riesce a darmi quadri di me imparziali senza che io debba prima ferirla gravemente, ed eliminare quindi quelle accortezze che si riservano a una persona mentre le si dice cosa pensiamo di lei.
Tratto male le persone.

Il che significa infine trattare male me.
Guardo ai turbamenti del giovane Törless, a quella gratuita violenza da ambiente claustrofobico, con una certa tenerezza. Perché è in qualche modo impegnata, perché palesa un intento espressivo verso terzi. Perché vuole cambiare le cose, anche se assurdamente. Perché è un relazionarsi umano dinamico, che incide a fondo entrambe le parti. (I turbamenti del giovane Törless sarà un romanzo formativo non a caso, no?) Perché ceno al banchetto delle relazioni interpersonali e quando esco dalla sala, e mi chiudo la porta alle spalle, il mio stomaco è vuoto. Ho goduto di tutte le pietanze, sono stata grata e soddisfatta – ma torno alla mia tana immutata, non scalfita.
Gli atroci compagni Törless saranno anche delle stupide teste di cazzo, ma almeno si mettono in gioco.
Io no.
E mi rendo conto, sì, di muovermi nel marasma umano, di bere dalla fonte delle conoscenze di cui sono fiera e grata, per dirmi che lo sto facendo.
Che ne sono capace.
Che è una mia scelta, non un’accettazione impotente.
Titillo il mio orgoglio da nerd asociale, e me ne torno a casa dicendomi: brava, hai fatto. Lodevole. Da copione.
… E poi tratto di merda persone a random, tanto per. Ho aculei lunghi più del braccio di una persona, e li rizzo ben benino. Non ho quindici anni e non ne vado fiera, perché non è qui che si chiama a gran voce la fierezza. Accade.
Invidio i compagni del nostro caro Törless perché rappresentano a dovere il carnefice consapevole che si rinvigorisce succhiando dall’umiliazione e dallo scontento altrui.
Ma no, non piegherò jovini pubescenti a umiliare se stessi. E perché?
Perché non potrei far loro più male di quanto già se ne faranno in vita senza di me. That’s all. No, non è una frase fatta, è piuttosto una constatazione conseguente alla mancanza di intenzione. Terribile, sì. Mi salva una vita quotidiana tesa alla positività perché la negatività, di per sé, è inutile. E perché la temo, ovviamente.

Ho passato parte della serata a discutere con eredhikr e purple_vertige di ciò, e altre cose.
Della voglia che sta prendendo forma di levare le tende da qui.
E non parlo di un levare le tende per sempre – quello è un obiettivo, ma dovuto non a fattori d’interiorità – parlo di un levare le tende per accamparmi in realtà che non conosco e dovrei conoscere.
Realtà che non siano l’agiata quotidianità benestante di un moderno paese democratico (dio quando odio questa parola) civilizzato diritti umani e siamo-tutti-uguali, e tutte quelle cose – e le conseguenze di quelle cose – che sempre più mi causano un’intolleranza intollerabile a me.
Ho bisogno di assestare il mio baricentro nel baricentro del mondo, che non prevede una macchinetta del caffé, un tostapane, un laptop, un cellulare, lenzuola profumate di e cuscini di piuma morbidi come nuvole, una doccia ogni due giorni e capelli tinti a dovere, non abbastanza spazio per i vestiti e per i libri (più la seconda, ok), e lamentarsi di non avere il tempo di cucinare quando non devo neanche recuperare da me il cibo.
Non che tutto ciò mi spiaccia – anzi.
Con la consapevolezza che tutti questi sono beni preziosi, poi, me li gusto abbondantemente.
Ma è una consapevolezza un po’ arrancante, come un burattino a cui mancano pezzi.
Non bacio il pavimento ai piedi del mio letto ogni volta che posso meravigliosamente dormirvi, per intenderci – e forse dovrei.
E poi, c’è una questione tipicamente figlia di una mente cresciuta nella cultura: non posso scrivere di ciò che vorrei, perché non lo conosco.
Perché conosco la quotidianità e le sensazioni e i problemi della società qui e oggi, e non è di questo che voglio parlare – non solo.
Perché posso descrivervi la meravigliosa sensazione dell’accarezzare un corpo fresco di doccia, o i retroscena di un locale, o le paranoie più estreme della popolazione qua attorno, e l’odore del cemento in estate, e la terribile sofferenza di dormire una notte in una stazione gelida.
Wow!
… Stronzate.
O meglio, moderiamoci… Non sono stronzate, sono cose preziosissime, ma non sono tutte le cose esistenti.
Non voglio arrivare a trent’anni capace di lottare solo per la parità tra le persone, la democrazia (!), l’educazione infantile, la politica invasa dal gossip, la merda infilata nel culo degli animali che infiliamo nel cheeseburger.
E l’importanza per una persona di realizzarsi, rende la propria vita bella e soddisfacente.
Fottuto onanismo da post presa di coscienza della propria individualità.
Ma, vedete, al momento posso dire solo stronzate. Perché non conosco. Perché sono ignorante di fatti studiati, e ignorante di vita vissuta.
Ho solo un moto, indefinito, ma molto tenace.

Ho paura di comparire davanti a Dio. Il Padre mi chiederà: quel talento che ti ho dato, l’hai moltiplicato, o lo hai seppellito nel campo come lo stolto? Allora dovrò rispondere: Signore, Padre di ogni cosa, non l’ho neanche trovato. La mia sete è rimasta inappagata, il dolore che ho provato è stato inutile, la vita che ho vissuto priva di senso.

Forse Sna ha semplicemente bisogno di infilarsi in stronzate via via sempre più grandi.
Perché se a sedici anni trovarsi in una situazione borderline per un notte poteva riempirle lo spirito per qualche settimana, ora non basta.
Il sasso viene lanciato, crea cerchi in acqua, poi scompare.
Tutto qui?


Ho tanto, ma veramente tanto da imparare su qui e oggi.
Ringraziamo la Mater. Ringraziamola perché farà un gentil prestito in attesa di soldi che dovranno arrivare, e Sna l’anno prossimo avrà l’università che vuole.
E ciò è sacro.
Forse tra anni saprò ringraziarla come dovrei.
Forse.
Vorrei non essere me stessa e ringraziarla senza errori di dosaggio.

Ho scorso le pagine informative allucinata, senza riuscire a immedesimarmi in una Sna studentessa.
Design della comunicazione.
Amen.
Voglio guardarmi meglio attorno, da troppo tempo non mi aggiorno sulle università, ma – signori – ci sono.
La comunicazione.
Pronunciate quest’articolata parola.

È ciò che ho in mano per fare qualcosa. Io amo la comunicazione. E la odio. La comunicazione è per Sna il massimo comune denominatore della maggior parte delle cose che può concepire nel mondo del Manifesto.
Ma la comunicazione non è una sostanza: è un mezzo.
Ripetermi a nenia in testa che qualsiasi comunicazione abbisogna di un mittente, di un messaggio, di un destinatario.
Il mittente c’è, il destinatario è un numero n che deve ampliarsi quanto più possibile; il messaggio è la questione.
Voi sapete cosa comunicate a ciò che vi circonda?
Io ho qualcosa da comunicare?
Tutte le mie conclusioni sono frutto di esperienze vissute qui.
Qui.
Qui non è un cazzo rispetto al mondo, rispetto a ciò che l’umana mente può concepire e mettere in atto.

Sna sta cercando, con un certo entusiasmo, di comprendere le dinamiche di qui per farle proprie e utilizzarle.
Quando a Sna danno un lavoro in relazione ai suoi obiettivi, alla sua professione, lei non è felice in quell’infantile modo d’essere felici perché è contenta di lavorare al cazzo di progetto di un autoctono che ha abbastanza soldi per pagarla: Sna è felice perché sta interagendo con il meccanismo, ha centrato, e ora vi partecipa. Il ragionamento, poi, si fa semplice: più soldi le danno, più il progetto è grosso, più la comunicazione si allarga.
Voglio pulpiti sempre più alti.
Tutto qui.
… E capire cosa ha senso dire, perché ogni cosa detta sarà usata contro di te.

Ho paura di comparire davanti a Dio. Il Padre mi chiederà: quel talento che ti ho dato, l’hai moltiplicato, o lo hai seppellito nel campo come lo stolto? Allora dovrò rispondere: Signore, Padre di ogni cosa, non l’ho neanche trovato. La mia sete è rimasta inappagata, il dolore che ho provato è stato inutile, la vita che ho vissuto priva di senso.

6 comments

  1. http://blog.alice.it/diamanta

    Non voglio che tu mi dica grazie, non l’ho fatto per quello.
    Ma scendendo nel pateticosentimentaldrammaticotelenovelas, l’unico motivo per cui è stato detto e perchè tu abbia la possibilità di scegliere (potendo) la vita che vorresti, e non doverti adeguare (come è successo a me spesso) a ciò che la vita ti impone.
    Niente grazie… solo ceretta gratuita a vita 😛

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