Münster, Kristus, Q.

Kristus finito.
Le ultime centocinquanta pagine ingoiate stanotte, mi hanno trascinato al mattino, era una cosa che dovevo fare e l’ho fatta.
Biografia di Jan di Leida.
Aveva 27 anni quando è diventato Re di Münster.
Autoproclamato.
L’incisione che lo ritrae è successiva alla caduta di Münster, nella sua prigionia. È un artificio.
Anche il romanzo lo è, perché è un romanzo.

«Ho capito che non avevo un destino, né uno scopo. Tutto era sempre e solo accidente e casualità. E il fondamento ultimo mi restava nascosto. Io stesso restavo nascosto a me stesso.»
[…]
«Se Cristo è la realtà, pensammo, non vogliamo più avere niente a che fare con questo Cristo. Se tutto il dolore, la sofferenza e le lacrime vengono da Dio, allora meglio diventare eretici e cacciare questo Dio dalla nostra città. Se è volontà di Dio che l’uomo sia schiavo e sottomesso, dominato, tormentato e umiliato, allora sputiamo su questo Dio dalle nostre bocche.»
[…]
«Perché io ero il re. Perché io sono stato chiamato al potere dal Padre, attraverso i suoi profeti. Ho amministrato la giustizia come un re. Ho condannato a morte, come un re. Voi non fate lo stesso? Non amministrate forse la giustizia come un principe? Non condannate come un principe? In questo non vedo alcuna colpa. La mia colpa è invece molto più grave di quanto voi possiate immaginare. La mia colpa è di essere in contraddizione con me stesso. Non riesco a perdonare il mio cuore. Non so giustificare me stesso. Accoglierò di buon animo la pena che avere in serbo per me. Durerà un attimo, e passerà. Non ho paura delle vostre tenaglie roventi. Ho paura di comparire davanti a Dio. Il Padre mi chiederà: quel talento che ti ho dato, l’hai moltiplicato, o lo hai seppellito nel campo come lo stolto? Allora dovrò rispondere: Signore, Padre di ogni cosa, non l’ho neanche trovato. La mia sete è rimasta inappagata, il dolore che ho provato è stato inutile, la vita che ho vissuto priva di senso. Tu mi hai ripudiato da sempre, o Signore.»

Schneider, autore di Kristus, dalla prosa sterile e ascetica. Storica. Storicaa: una delle fonti maggiori, il cronista al quale si rifà per narrare gli eventi, è tale Heinrich Gresbeck. <lj-cut text="Spoiler su Kristus e su Q."
Heinrich Gresbeck è l'anabattista che tradì i münsteriti, consegnando la città.
Heinrich Gresbeck, in Q, è Q. – e Q. è una serie d’altre cose, oltre che Heinrich Gresbeck.
Heinrich Gresbeck è la fonte storica.
Colui che, dice Schneider, giurò che avrebbe descritto tutto quel che gli era accaduto, se il Signore l’avesse salvato da Münster. E così sia.

Luther Blissett disse,

Non sento più la pioggia. Il fiato mi precede sulla strada che porta alla piazza della Cattedrale. Nessuno. Come se fossero tutti morti: un unico muto cimitero.
Il palco è ancora a ridosso della chiesa, ma adesso ci campeggia un pesante baldacchino che copre il trono. Sotto, è inciso a chiare lettere il nome del luogo in cui le menti di questa gente hanno deciso di migrare: IL MONTE DI SION.
Passo oltre, finché il rumore e la luce della festa mi raggiungono dall’alto, dalle finestre della casa che fu del signore Melchior von Büren.
Ho trovato la corte del Re Giullare.

Ha la corona in capo.
Ha il mantello di velluto.
Ha lo scettro in mano, una sfera sormontata da una croce e due spade gli pende dal collo. Ha un anello per ogni dito, la barba curata in ogni riccio, le gote arrossate, innaturali, come un cadavere imbellettato.
Siede al centro della tavolata, sistemata a ferro di cavallo, ingombra di mucchi d’ossa spolpate, ciotole colme di grasso d’oca, bicchieri e boccali con resti di vino e di birra. La ghigna immobile di un maialino allo spiedo campeggia in mezzo alla sala. Alla destra del re, la regina Divara, vestita di bianco, più bella di quanto potessi ricordarla, una ghirlanda di spighe a fermarle i capelli. Alla sinistra un piccoletto rincagnato: sicuramente il famoso Dusentschnuer. Le mogli siedono accanto ai cortigiani e servono il vino ai loro signori e padroni.
In fondo alla sala, sul trono di Davide, un ragazzino siede scomposto, le gambe a cavalcioni dei braccioli. Giocherella annoiato con una moneta. L’abito troppo grande è ricoperto di monili d’oro, le maniche arrotolate sui gomiti. Riesco a malapena a riconoscere Seariasúb, il prediletto di Bockelson, strappato al destino dei vecchi credenti in un giorno d’inverno.
Il re si alza puntando le mani sul tavolo. Sporge la testa in cerca di sguardi da incrociare. Inquietudine tra i commensali. Occhi bassi.
– Krechting!
Il ministro sobbalza. Tutti gli altri respirano. Il re incalza: – Per il Ducato di Sassonia, Krechting!
Imitando marcatamente un accento villico: – «Ora perché gridi così forte? Non c’è forse nelle tue mura alcun re? I tuoi consiglieri sono forse periti, perché ti prendono i dolori come di partoriente? Spasima e gemi, figlia di Sion, come una partoriente perché presto uscirai dalla città e dimorerai per la campagna e andrai fino a Babilonia. Là sarai liberata, là il Signore ti riscatterà dalla mano dei tuoi nemici». Chi sono? Chi sono!
Krechting arrossisce fissando il cosciotto spolpato che ha sotto il naso, dà di gomito al vicino a caccia di un suggerimento.
Il re, rammaricato: – Basta, non lo sai…
Lo sguardo scruta la tavolata.
– Knipperdolling! Per l’Elettorato di Magonza!
Con la punta dello scettro fa tintinnare la brocca. Poi la manda in pezzi con un colpo secco. L’acqua si rovescia sul tavolo.
– «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?»
Il borgomastro si affretta a rispondere: – Sì, sì!
– No, devi dirmi chi sono, chi sono!
Avvolto in una palandrana di broccato, probabilmente ricavata dalla tappezzeria di casa von Büren, Knipperdolling si arriccia nervosamente la barba. La pancia poderosa di un tempo ora cade flaccida insieme alla pappagorgia. Il cappellaccio nero casca moscio sui lati, come le orecchie di un bracco. Lo sguardo spento, da cane ba-stonato. Un vecchio animale rammollito e stanco. Prova a illuminarsi con una risposta: – Isaia?
– Ma nooooo!
È nervoso. Scavalca il tavolo: – Palck! Per la Geldria e Utrecht!
Si avventa sulla testa del maialino e ingaggia una lotta disperata con tanto di ruggiti e urla finché non la squarcia in due. Lascia cade-re i brandelli e si gira di scatto: – Chi sono, chi sono?
Il diacono è visibilmente sbronzo, riesce a barcollare sul posto e deve appoggiarsi al tavolo. Un sorriso di compiacimento: – Sì, sì, facile questa: Simeone!
– Risposta sbagliata, imbecille.
Raccoglie una costola di maiale e gliela tira. Sospira profonda-mente e si gira verso Rothmann, quasi nascosto in fondo alla tavolata.
– Bernhard…
Un vecchio corpo smunto, chiuso nella veste sudicia, la morte dipinta sulla faccia, gli occhi piccolissimi. Sembrano passati anni da quando un affabile predicatore accolse i discepoli di Matthys a Münster e altrettanti da che il convento di Überwasser fu svuotato dalle sue parole.
– Michea, Mosè e Sansone.
Il re applaude, subito seguito da tutti gli altri.
– Bene, bene. E ora Divara, mia regina, facci Salomè. Dài, dài, Salomè! Musica, musica!
Divara sale sul tavolo e comincia a roteare e muoversi sinuosa al suono del liuto e del flauto. Il vestito scivola sulle spalle, le gambe si scoprono. Frusta l’aria con i capelli e unisce le mani sopra la testa, la schiena inarcata.
La danza di Salomè per avere la testa di Giovanni.
Di Jan Bockelson, sarto e pappone di Leida, commediante, apostolo di Matthys, profeta e re di Münster.
Di Jan e di tutti gli altri.
Una catasta di cadaveri. Lei lo sa.
Guardo la morte danzare, sceglierli a uno a uno, finché non decido di uscire dall’ombra e lasciare che si accorgano di me.
È la prima a fermarsi, di scatto, come avesse visto un fantasma. I commensali, di pietra, bocche aperte a guardarmi redivivo, a vedersi per un istante attraverso i miei occhi: bolsi, folli, maledettissimi stronzi.
E ancora lei, mi concede un sorriso lieve, come se fossimo sol-tanto noi due.
Portateli via, tutti quanti.

Vorrei visitare Münster, oggi.
Visitarla giorni e giorni, camminare per le strade di oggi, vedere le persone di oggi. Tutti gli studenti, e le biciclette.
Vorrei visitare la cattedrale di St. Lambert; vorrei arrampicarmi lì sopra, salita su un Golgota di cui le croci sono fatte da sbarre intersecate; quella centrale, in alto, : vorrei stringere le sbarre che la chiudono sotto, che hanno imprigionato i resti.

… Item i loro resti mortali saranno esposti in tre gabbie di ferro appese al campanile di San Lamberto e non saranno mai più ricomposti fino al giorno del Giudizio Universale.

Vorrei intravedere

6 comments

  1. curiosità:
    … Item i loro resti mortali saranno esposti in tre gabbie di ferro appese al campanile di San Lamberto e non saranno mai più ricomposti fino al giorno del Giudizio Universale.

    ad un certo punto avranno seppellito le ceneri… vero?

    1. Ceneri?
      Il fondo delle gabbie è a grata.

      Le tre gabbie di ferro rimasero appese sulla facciata sud del campanile di San Lamberto, e si trovano lì ancora oggi. E come per una non voluta allusione alla crocifissione di Cristo sul Golgota, la gabbia del re è appesa più in alto delle altre due. Circa cinquant’anni dopo quei tristi eventi, il mercante di Ulm Samuel Kiechel, nel corso di un viaggio a Münster, salì sul campanile di San Lamberto e vide nella gabbia del re “il teschio con molte ossa”. Nel suo diario di viaggio, poi, Kiechel scrisse:
      “Nelle altre gabbie, però, non si vedono femori né altre ossa, perché le sbarre sono larghe ed evidentemente i resti sono tutti caduti.”

      Alla polvere. :9
      (Vanitas.)
      (Gh.)

  2. realativamente al post vecchio…

    È secondo me errato il decidere arbitrariamente “da qui in poi non posso più fare errori di questo tipo perché non si confà…”, perché ci toglie esperienza.
    Quell’esperienza necessaria a far sì che più una persona acquisisca anni, meno folli e cieche siano le cazzate che fa.

    si arbitrariamnte è sbagliato,ma volevo dire che arriva un giorno dove non basta più vivere cosi e ci si deve mettere la buona volontà per costruire il cammino,senza questa buona volontà,si continuerà a sbagliare ad imparare ma la leazione e gli errori non saranno messi a frutto … 🙂 beyond

    1. Il “trarre insegnamento dagli errori” è una questione infinita.
      Amo la storia, e la storia dovrebbe essere utile in quanto “insegnante”.
      Ho l’impressione che ci siano errori che ogni singolo individuo deve individualmente fare.
      :/

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