Cicatrici

Due parole sconnesse alle 5.30 del mattino.

Orari disordinati, in questi due giorni.
Mi sono svegliata ieri sera, e dopo un breve litigio con la connessione (di cui pare io abbia trovato modo risolutivo quando si presenta), ho guardato L’ultimo re di Scozia, gentilmente passato da eredhikr, che si era premurata di dirmi che avrei dovuto vederlo.
E aveva tutto sommato ragione.
Un bel film, pesante film.
Un altro tassello alle mie riflessioni sulla società ideale – odio gli ideali, e cerco di riflettere in concreto visionando e studiando quanti più esempi possibili.
Un altro tassello alla mia fissazione per il tema: La libertà di fare ciò che si vuole conduce al delirio?
Quando ho finito di vederlo ho versato due lacrime dovute. Due lacrime dovute: mi sta capitando di vedere film che mi coinvolgono, ma non riesco a piangerne. Solo, alla fine, inglobata l’intera pellicola, contemplandone il totale, mi scendono le due lacrime come un pegno dovuto all’emozione provata.
Quando ho finito di vederlo mi è tornato alla mente un frammento di sogno fatto qualche notte fa.
Il sogno non lo ricordo, ma ricordo un’immagine: una ferita sulla mia gamba, una crosta, una ferita che nel sogno mi ero fatta da qualche tempo (meno di un mese, più di una settimana) e che degenerando aveva preso l’aberrante forma di un fiore stilizzato: un nucleo centrale, rosso e pulsante sotto la crosta, una fila di piccole croste semisferiche lucenti, come sacche gonfie, biancastre, a disegnare un cerchio: un secondo cerchio concentrico di simili sacche semisferiche, ma rosse come una normale crosta, uncinate alla pelle non ferita, e così tirata.
Scusate l’orripilante dedizione con cui l’ho descritta, ma credo di dover esorcizzare: quest’immagine mi sta rincorrendo.
Non so dire il perché, ma lo cerco di capire; e ho capito che non è la deformità delle croste a farmi venire i brividi, ma anzi il fatto che il degenerare di una ferita avesse ricreato sul mio corpo una nuova forma di vita; il primo tassello, arché, seme, di qualcosa di predefinito, esistente, e quindi con una propria geometria.
Posso dire con una certa sicurezza di aver sviluppato, nell’arco dell’ultimo anno, un rapporto terribile con la sola idea che forme di vita estranee a me finiscano con l’abitare in me, cibandosi di me.
Parassiti.
Zecche che mi nascono dentro.
Non la morte del tessuto mi è orripilante, ma la conseguente nascita di qualcosa che in quella morte ha radici.
(Ho paura del tempo?)
A seguito del film, con questa cazzo di ferita impressa sulla retina (e la sensazione immaginata dei miei polpastrelli a sfiorarne i frastagliati contorni), ho avuto una botta di… chiamiamolo horror vacui. Ho percepito torchiana (il delirio, cito i miei personaggi) la sensazione di un Nulla vicino a me, il cui effetto pratico è stato un senso di disconoscimento da me stessa, soprattutto dal mio corpo. Sono rimaste solo le idee. E le idee, senza sostanza, hanno un che di angosciosamente vacuo e… vanitas.
Persino stendermi per dormire mi ha fatto sentire la pesantezza di ogni singola cellula del mio corpo, come se riposarlo gli desse modo di urlarmi quant’è mortificabile e mortificato.

I piccoli casini avuti in questi giorni con il circuito PC, e il conseguente impedimento all’utilizzo – e il conseguente impedimento al proseguire ciò che sto facendo, che tutto si avvale della piattaforma computer, mi ha forse costretto ad avere me stessa e null’altro a cui rivolgermi – e me stessa, ammettiamolo, avrebbe bisogno di una revisione generale, una visita di controllo per aggiustare qui e lì le piccole cose che non vanno, e che si assommano.

E ora torniamo a parte di quelle cose. Ho uno Sna da finire di colorare, dopotutto.

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