Pedo-filia

«Quando sono morti io non ci sono rimasta male.»
«Davvero?»
«Sì. Non mi credi? Io lo sapevo che prima o poi dovevano morire, e che tanto se piangi non cambia nulla. Ho pianto tante volte e le cose non cambiavano… Ma la gente non mi crede.»
«Io ti credo, Sabina.»
«Davvero?»
«Davvero.»

Quando il maestro cominciò a spiegare, Sabina aprì il quaderno e mise un foglio bianco sulla parte destra.
Cominciò a scrivere, dall’una e dall’altra parte; a sinistra intitolò la pagina “Mattia d’Asburgo l’imperatore”, a destra intitolò il foglio “le persone”, assottigliando le labbra in quel modo in cui una persona assottiglia le labbra quando sta seguendo la lezione con attenzione.
Sabina sapeva che era stupido.
Era stupido che lei dovesse fingere di seguire solo la lezione – e non anche i propri pensieri – quando poi alle interrogazioni prendeva sempre voti alti.
Ciò nonostante, se il professore avesse scoperto il foglio che lei nascondeva con noncuranza con la mano, le avrebbe domandato cos’era, e glielo avrebbe domandato in quel modo in cui un professore sottolinea che è lui ad aver ragione, comunque, anche se la sua ragione non ha senso.
Scrisse una data e un luogo sul quaderno, e assottigliò gli occhi cercando la frase corretta per scrivere, sul foglio a destra, l’idea che aveva in mente.
Era brava a scrivere, Sabina. Quando il professore restituiva i temi corretti, il suo era sempre pulito, privo di quelle inquietanti sottolineature. L’unica grossa macchia rossa era alla fine, dove venivano scritti voto e commento, quei commenti – nel caso di Sabina – soddisfatti e sempre positivi, al punto che a volte vi trovava anche dei suggerimenti, che sono una cosa diversa da una correzione: i suggerimenti sono gentili, come le parole di un adulto a un altro adulto, non di un professore a una ragazzina di undici anni.
Ragazzina: parola che Sabina aveva cominciato a usare da poco tempo, e con sempre minor titubanza. Oramai definirsi una “bambina” le risultava ridicolo, come se dirlo servisse ad assecondare chi non la conosceva e quindi trovava difficile pensare che lei fosse, invece, oramai una ragazzina.
Sabina, sul foglio a destra, scrisse:

Le persone giudicano le altre persone. Poi se la cosa che hanno giudicato non è importante se la dimenticano. Se invece è importante se la ricordano e poi il loro giudizio cambia.

Sollevò soddisfatta la penna e rilesse la frase. Si chiese se spezzarla, ma decise che quello era un concetto importante e quindi andava tutto assieme.
Si disse che Moebius, dopo averla letta, le avrebbe fatto una domanda.
Se Moebius faceva una domanda significava che Sabina aveva scritto qualcosa di importante, adulto, qualcosa che andava oltre a un tema da bambina di undici anni.
Provò a indovinare quale potesse essere la domanda. Cosa, in quella frase, non funzionava?
Moebius trovava sempre qualcosa che non funzionava, e quando faceva la domanda faceva capire che il suo era un suggerimento. La sua lode, però, non era scritta e neanche parlata: Moebius non aveva bisogno di dirle che aveva scritto una cosa bella, perché era sottinteso.
«È sottinteso, no?»
Moebius lo diceva spesso, e sorrideva. Poi volgeva lo sguardo altrove sorridendo ancora, e Sabina capiva che lui era veramente soddisfatto, che era soddisfatto dentro, che la sua non era una finzione atta a farle piacere.
Moebius era questo, con lei, e non perché qualcuno glielo chiedesse, ma perché voleva: Moebius era un adulto.
«E anche tu, con me, non devi fare quello che devi, ma quello che vuoi. È il nostro accordo, giusto?» le aveva detto, e per questo lei non era più una bambina, ma almeno una ragazzina.


Non so dire se questo pezzo sia un incipit o uno “studio”, quel che so è che concerne il mio intento di scrivere qualcosa a proposito della Pedofilia.Pederastia.Pedomania (stavolta, nel rintracciare l’etimologia, mi sono persa nelle classificazioni), per cui è stato scritturato il nostro caro (…) Moebius.
Devo in primis ringraziare una consistente fila di persone, a partire da pandorasvase con cui il progetto è stato ideato, continuando per persone quali florachan e diotiscampi, che mi hanno segnalato fonti utili, terminando con cauchemar_73 che mi ha aiutato a creare il Male (il nostro amato Moebius), e che di suo è abbastanza pedofila da essere una fonte d’ispirazione. 😛
(Forse dovrei ringraziare diotiscampi anche per essere stato parte della mia gerontofilia – e ringraziamolo per essere stato se stesso e non Moebius.)
Il problema è che io non so come sia la testa di un’undicenne.
Non ricordo com’era la mia testa di undicenne, e per quanto io stia tentando di farmi piacere i bambini (no, non in quel senso, laidi cucciolotti), con sorrisi tiratissimi quando un marmocchio mi si avvicina, sono ancora ben lontana dal comprendere la mentalità di un moccioso.
(Quando ero mocciosa ero una troia. Eufemismo. Per dire che ero un’arrogante saccentella megalomane.

Insomma, un po’ come oggi.)
… Indi per cui suggerimenti e critiche sarebbero a me utilissimi. 😛

12 comments

  1. (… Dovrò rifletterci per suggerirti qualche spunto. Anche se con l’andare degli anni ho perduto la razionalità che avevo all’infanzia.
    Si può dire che da bambina ero più saggia di ora.)
    Ma mi è piaciuta la consapevolezza, la maturità della piccola Sabina nel discernere le sfumature, nel comprendere la differenza tra la finzione e la sincerità, nell’accettare il valore di una critica come stimolo per crescere e migliorare. E il suo bisogno ancora infantile nell’inseguire l’approvazione di un adulto. Nel depositare in esso la fiducia.

    1. Cerco di ricordare me a undici anni: è incredibilmente difficile, perché un sacco di cose che oggi sono scontate ai tempi non lo erano, o addirittura era scontato l’opposto.

      Voglio Sabina come una bambina/ragazzina intelligente, sveglia e matura, ma incapace di vivere tranquillamente i propri undici anni, e quindi tesa a cercare di averne di più, di più, di più, credendo che nel mondo degli adulti alcune cose siano diverse. Moebius dovrebbe essere la porta e la chiave di questo adulto mondo.
      Solo che Moebius è Moebius.
      Ho chiara la testa di Moebius, a differenza di quella di Sabina, solo che non so ancora come mettere su carta ciò che lui è. Vorrei che la terza persona fosse immedesimata in Sabina.

  2. –terminando con [info]cauchemar_73 che mi ha aiutato a creare il Male (il nostro amato Moebius), e che di suo è abbastanza pedofila da essere una fonte d’ispirazione. :P–

    Non so mai se sia un bene o meno essere citati da te…soprattutto in post con questo titolo 😛
    Leland saluta, e scuote il capo.
    Besos

    1. Complimentoni a parte, non credo sia possibile.
      Non credo sia possibile, cioè, essere veramente più maturi/adulti degli anni che si hanno. Si può, forse, aver fatto esperienze più utili, o esperienze che di norma farebbe un adulto, ma non scappi al fatto che hai esattamente l’esperienza degli anni che hai vissuto. 🙂

        1. Credo sia solo una questione di… caso.
          È un po’ come applicare la darwiniana legge, se ben la ricordo, che spiega come alcune deformazioni genetiche siano fortunate in quanto provvidenzialmente adatte all’ambiente.
          Io ho avuto modo di vivere esperienze che – qui, oggi – mi hanno fatto divenire una persona che risulta più matura/adulta. Il che non significa che io lo sia più di una mia coetanea, ma che lo sono in modo diverso. Mi sono testata su cose diverse.
          Non so se poi si possa anche parlare, parlando dell’individualità di qualcuno, di un modo di pensare più penetrante e comprensivo. Credo che anche quello dipenda dal quando e come nasci dove.
          Ci sono prove di vita, considerate inezie, davanti a cui io crollerei come una bimbetta.

          Forse per questo cerco sempre di vivere tante esperienze 🙂

        2. Sai bene che utilizziamo i termini “matura” e “adulta” come scorciatoie linguistiche per concetti in realtà indefiniti, che utilizzo presupponendo una comprensione basata non sull’etimologia della parola ma dal contesto. E ovviamente puramente soggettiva.
          Risparmierò sulle virgolette.
          Premesso questo, l’esperienza totale di due persone con la stessa età è, inevitabilmente la stessa, in quanto hanno vissuto lo stesso numero di anni, mesi, giorni.
          Ma ci sono fattori che determinano quanto adulta sia una persona, che sono in parte genetici. Sto facendo in questo periodo attività con persone diversamente abili, e nonostante alcuni abbiano più o meno la mia stessa età, non posso considerarle più adulte di un bambino sotto praticamente tutti gli aspetti.
          Nel contesto in cui stiamo parlando, legalmente sarebbero adulte, ma sarebbe facile approffittare del loro stato di immaturità.
          In situazioni più normali, ho conosciuto ragazzi e ragazze di maggiore età che erano molto più influenzabili, plasmabili, diciamo “imbrogliabili”, di ragazzi e ragazze con diversi anni in meno.
          La formazione di valori, di un carattere definito, di non essere raggirati, di prendere decisioni autonome, è solo parzialmente stabilito dall’età fisica di una persona.

          Posso fare un esempio estremo, per meglio illustrare. Una persona che viva praticamente da sola, senza essere esposta al pensiero altrui, con pochissimi stimoli, che si ritrovi a fare fino ai, diciamo trent’anni, una serie di compiti ripetitivi, magari legati alla sopravvivenza, ma contemporaneamente senza traumi, senza sofferenze, senza paure.
          Davvero possiamo considerare più adulta questa persona rispetto a una con la metà dei suoi anni che però ha vissuto immersa in una società ricca di informazioni ed eventi (positivi e negativi – soprattutto gli ultimi)?

        3. Direi che la persona che porti come ultimo esempio ha minor capacità di sopravvivenza nella società ricca di informazioni – come chi ha vissuto nella città ricca di informazioni ha meno capacità di sopravvivenza nella solitudine.
          Non è un gioco di parole o di logica, ma ciò che penso. Non riesco a trovare una scala di maggiore o minore esperienza a parità d’età pur prendendo il termine “esperienza” come scorciatoia.
          Ogni persona è unica perché è fatta dalle proprie esperienze, oltre che dai propri geni.
          Magari una persona nasce con una maggior abilità a trarre insegnamento dalle esperienze – ma quella che nasce con maggior abilità diverrà più abile nel sapersi meno abile (no, non è un gioco di parole: io non saprei sopportarmi se avessi un cervello più lento).

        4. Sono d’accordo con quello che dici, ma travisi quello che dico io.
          Non ho detto maggiore o minore esperienza, ma maggiore o minore “adultezza” dove “adulto” è la scorciatoia, per “… valori, di un carattere definito, di non essere raggirati, di prendere decisioni autonome, … etc etc”

        5. Mmm… Discorso difficile, a cavallo di altri discorsi.
          Il “non essere raggirati etc etc” io la vedo neanche come esperienza, ma come capacità in gran parte innata.

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