Faust

«Vi Veri Veniversum Vivus Vici.»
«Con la forza della verità in vita ho conquistato l’universo.»
«Il tuo motto personale?»
«È il Faust

… Guardavo V per Vendetta, con l’idea poi di scriverci un post, quando si è arrivato a questo punto.
Quando ho sentito Faust.

Sono le quattro del mattino, e sono sveglia dopo essere fuggita da un mal di testa.
Per scamparne mi sono stesa, qui dietro, per potermi concentrare e combatterlo. Sna combatte i mal di testa così, discorrendoci, e deve farlo con tutta la propria attenzione.
Nella lotta, è sopraggiunto il dormiveglia.
Nel dormiveglia, come in qualsiasi altro momento, Sna pensa.
Nel dormiveglia, i pensieri di Sna scorrono liberi senza filo logico. Cavalcano onde che non sono formate da principi della fisica, e sono quindi difficile da seguire come da contrastare.
So che Sna si è trovata in una stanza, che è quella della sua emotività più profonda. Così profonda che, Sna ha pensato guardandone le scarne e scure pareti, non vi sono segni di terzi. Non ricordi, frammenti, feticci delle persone care a Sna. Sna vi ha cercato le labbra di Federica, un bacio su una parete, perché è uno dei primi simboli che andrebbero a imprimersi. Una parte di passato marchiata a dolcezza.
Ma nulla, in questa stanza, sotto sotto nell’interiorità di Sna. È la stanza che le persone hanno dentro e che, guardandola, le persone si dicono:
«In verità, siamo soli.»
Sna qualche anno fa ha letto il Faust. Corretto: Sna qualche hanno ha divorato il Faust, sgranocchiandone anche la carcassa. Una di quelle letture su edizioni con 300 pagine di note, tutte lette. Non ho lasciato avanzi.
All’inizio del Faust, Faust è nel proprio studio. È lì che verrà a visitarlo Mefistofele, e non altrove. Lì. Quel Sna lo immaginava come una stanza grigia, poco illuminata, pareti spoglie. Una candela sul tavolo al centro la cui luce non è sufficiente a illuminare altro che se stessa.
Stanotte, nel dormiveglia, Sna si è resa conto che si è figurata nello stesso modo la propria stanza interiore.
Quella stanza è la simbolica rappresentazione del rapportarsi agli altri.
Perché, vedete, esiste il Sé, e poi un Sé che è quello che si rapporta con noi stessi – e infine un Sé che è quello con cui ci rapportiamo al mondo. Quella stanza è il terzo Sé, nella sua più totale e archetipale profondità. È come il mio Io tende agli altri. È il potenziale. È il quartier generale da cui partono gli ordini e il caveau ad accesso limitato (limitato a me soltanto, e soltanto in momenti quali il dormiveglia).

Avevo letto il Faust con l’aspettativa di trovarvi risposte, tante.
In quel periodo Sna cercava le proprie risposte nel Diavolo, nell’Avversario, Satan, biblico.
Non era Dio a dovermi rivelare i suoi segreti, ma il suo più adorato e ripudiato figlio – e la conseguente progenie.

Mi sono sballottata tanto, tra quei due, passando dall’uno all’altro con mille dubbi.
Ho continuato anche quando hanno perso ogni connotazione antropomorfa e morale, ridotti a due magri e assoluti concetti.
Poi sono divenuti un’unica cosa. Dio è, il Diavolo agisce.
Un’idea è Dio; realizzarla è diabolico.

… E ora altro caffè e proseguiamo con la visione di V per Vendetta.

2 comments

  1. Sai quella stanza di cui parli?
    Quella del terzo Sé?
    L’ho sempre immaginato simile ad una camera stagna.
    Il potenziale. Dell’interfaccia a più livelli, è la zona intermedia, grigionera.
    Giusto tra la soglia e quello che c’è dietro (La stanza dalle pareti nude, dove ciò che non è in atto collassa.)
    Forse essere soli e sentirsi soli sono due cose diverse.

    1. Essere e sentire sono sempre due cose diverse.
      Ma l’essere umano ha un dono unico: essere ciò che si sente.
      È la particella di divinità che gli è rimasta, la capacità di rendere materia le idee.
      E la sua dannazione.

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